Un modo insolito per raccontare il MuSe, il Museo delle Scienze di Trento

Alla fine degli anni ’90 la redazione per cui lavoravo mi spedì su un set di un film. Strada facendo cambiai tutti i piani e tornai con tutt’altro. Per non farvela lunga, non raccolsi le testimonianze del regista e degli attori, ma di chi lavorava all’ombra del film. Fu uno smacco per i colleghi, ma al caporedattore piacque l’idea.
A mio rischio e pericolo, non ho resistito alla stessa tentazione durante la mia recente spedizione a Trento, in occasione dell’inaugurazione del MuSe, il museo delle Scienze progettato da Renzo Piano. Mentre tutti i miei colleghi erano lì a prendere appunti e a far fotografie, io ad un certo punto me la sono data a gambe. La lampadina si è accesa quando mi è stato comunicato che era saltato la visita guidata al museo con l’architetto genovese. Ho cominciato ad osservare il MuSe, nuovo di zecca, da un’altra prospettiva: al fianco degli addetti ai lavori.
Girando e rigirando da un piano all’altro del nuovo museo trentino, ero sempre pronto ad inventarmi una scusa per attaccar bottone con chiunque mi capitasse avanti: dagli addetti alla security ai ragazzi dello shop. Mi è rimasta impressa l’emozione delle ragazze al desk d’accoglienza, poco prima che aprissero le porte del MuSe per far entrare i primi visitatori. Ho sentito un papà che spiegava al suo bambino: “Quando avevo la tua età, in questo punto c’era una fabbrica. Guarda come è cambiata la faccia di questa zona. Questo museo appartiene un po’ a tutti noi”.
Quelle parole mi hanno fatto riflettere e mi hanno distratto dal rituale della visita al museo e al suo contenuto. L’impegno, che tutti mettevano affinché il primo giorno di vita del MuSe fosse indimenticabile, confermava che sabato 27 luglio era un traguardo e allo stesso momento un punto di una nuova partenza per tutta la comunità di Trento. Antonia di Rovereto, trentina doc da più generazioni, mi ha ricordato una piccola verità: “Ognuno di noi può contribuire nel suo piccolo a nutrire un sogno collettivo, dando il meglio di sé”.
Renzo Piano ha sottolineato che il MuSE di Trento è molto luminoso rispetto ai suoi simili. Non vi siete mai accorti chei i musei delle Scienze sono dei luoghi prevalentemente oscuri? All’osservazione dell’architetto genovese, aggiungerei che un museo ha bisogno di persone per vivere. E a renderlo più luminoso vi contribuiscono tutti coloro che lavorano all’ombra del MuSe. E questo stralcio di diario è per ricordare che “le comparse” si rivelano i veri “protagonisti” quando il senso del dovere è scandito dal ritmo del cuore.
– Il MuSe e la sera dei miracoli a Trento (Fonte: Tiscali.it)







Il giornalista con i lacci delle scarpe sciolti, con la penna nel taschino e l’iPad sotto il cuscino, è tornato a “casa”, in una città a cui è affettivamente legato fin da bambino, per presentare il suo lavoro, “L’ultima neve alla Masseria”, edito da Demian. Un romanzo autobiografico, in cui si mescolano senza sbavature, realtà e fantasia, percorsi interiori e chilometri macinati per davvero, in sella alla sua mitica vespa rossa. Sullo sfondo di quest’opera densa di significati ed emozioni, si staglia il suo vissuto, guardato e rielaborato a volte con occhi bambini, altre con lo sguardo disilluso di chi ha qualche primavera in più alle spalle. Sfogliando le sue centotredici pagine, si respira l’aria fresca dei sogni ma anche l’odore forte della terra, delle radici, dell’appartenenza. Il girovago metropolitano torna nel “piccolo mondo antico dell’infanzia” ed osserva da una prospettiva diversa cose e volti, dando un senso nuovo a ciò che nuovo non è. Pietro degli Orsi, Rosina Miletti, Zi’ Santuccio, il maresciallo Amorosi, Silvio il guardastelle, la piccola Giulia o le sorelle Spadafora, non sono solo semplici personaggi ma anche prospettive sulla vita. E’ troppo semplicistico per non dire scontato, pensare alla partenza unicamente come uno strappo, una fuga. La partenza, tante volte, è arricchimento, sia che si tratti di un viaggio reale sia che si tratti di un percorso intimo, immaginario.