Pipolo.it

Blog e Sito di Rosario Pipolo online dal 2001

Archives Giugno 2014

La rabbia di Scampia per Ciro Esposito, il tifoso ucciso dalla coppa della vergogna

Rosario PipoloLa lettera di Blatter, il numero uno della Fifa che si è scomodato per scrivere alla famiglia di Ciro Esposito, mi lascia indifferente. Provocano in me tanta rabbia i sermoni degli uomini delle istituzioni: si lavano la coscienza salutando come eroe dei nostri tempi il povero tifoso napoletano, ferito a morte prima dell’incontro della finale di Coppa Italia Fiorentina-Napoli.

Fa bene il Presidente del Napoli De Laurentiis a presentarsi ai funerali a “mani vuote”, senza quella “coppa della verogna”, che la società non ha avuto il coraggio di restituire alla fine della partita. Lacrime, rabbia, dolore, Nino D’Angelo che canta “Il ragazzo della Curva B”, striscioni, icone, fotografie giganti. E adesso cosa succederà? Quanto tempo passerà prima che dimenticheremo tutto?

Questa è l’Italia, il Paese in cui vivo. Tutti eravamo preoccupati a lanciare pietre ai Balotelli, ai Prandelli e agli Azzurri schiaffeggiati ai Mondiali in Brasile, dimenticando che questa “Seconda Repubblica” sul viale del tramonto non ha una legge che regolamenta gli stadi. Dopo lo scempio a Roma, in un Paese civile e democratico, sarebbero saltate teste ovunque. Facciamo a scarica barile perché nel DNA del Belpaese vige “l’immunità taciuta” per i vertici di qualsiasi piramide.

Ciro Esposito era andato a Roma per godersi una partita di calcio e non è tornato più. Noi ci siamo ancora per farci sentire dentro e fuori gli stadi con il megafono. Di tutta questa porcheria non ne possiamo più, perché il tifo è tutt’altro. Ciro ci ha rimesso la pelle, noi ci abbiamo rimesso la dignità, il calcio ha avuto la sua meritata sconfitta. Su uno striscione dovremmo appendere un pensiero saggio di Trapattoni: “Il pallone è una bella cosa, ma non va dimenticata una cosa: che è gonfio d’aria”.

Diario di viaggio: il finlandese “5 stelle” che sognava la telefonata di Luigi Di Maio

Rosario PipoloC’è chi sogna una telefonata di Papa Francesco, c’è chi quella di Luigi Di Maio, il vicepresidente della Camera, tra i volti giovani e più popolari del Movimento 5 stelle. Ville, finlandese trapiantato in Italia dal 2003, è un attivista del movimento di Grillo dall’anno scorso e stima molto Di Maio. Non ha velleità politiche, ma ama ripetere che l’impegno civile non ha colore e bisogna rimboccarsi le maniche per dare un contributo fattivo. In questo suo pensiero c’è molto dell’approccio scandinavo alla politica anti-poltrone.

Chissà che un giorno non capiti davvero che Di Maio alzi il telefono e faccia felice Ville. Del resto il grillino campano è un tipo alla mano e non ha niente a che vedere con le vecchie volpi della Prima Repubblica alla Giovanni Leone, a cui la sua Pomigliano D’Arco ha dedicato pure una piazza, senza tener conto di cosa sia la storia e il disprezzo per la corruzione del Belpaese.

Faccio un giro nei dintorni di Lecco, convinto che la Lega avesse preso in ostaggio Renzo e Lucia. Invece no. I “promessi sposi” manzoniani strizzano l’occhio agli attivisti 5 stelle della zona. Sono in auto e faccio quattro chiacchiere con Ville. E’ uno spasso osservarlo battibeccare con la moglie, una salernitana simpatica con cui è felicemente sposato dal 2001. Mentre Ville mi racconta la triste storia dell’amica Grazia Mennella, la radiologa grillina licenziata dall’ ospedale di Lecco per le sue denuce, ecco che squilla il telefono.

Carramba, che sorpresa! E’ proprio Luigi De Maio al telefono. L’attivista finlandese e il politico napoletano si parlano come se si conoscessero da sempre. Ville è contento e nei suoi occhi c’è quel pizzico di temerarietà che si portò appresso quando, dopo aver rinunciato al suo lavoro di ingegnere ad Helsinki, si trasferì nel nostro Paese. A Ville continuano a ripetere che i movimenti in stile “Grillo” in Italia sono mode temporanee. Il finlandese “5 stelle” insiste e resiste. Non molla.

Sorrento orfana di Raffaele Gargiulo, mastro della grafica pubblicitaria

Rosario PipoloI luoghi e la loro storia sono fatti con i mattoncini dei “gran lavoratori invisibili”, coloro che muovono ogni piccolo passo sulla zolla della loro terra. Sorrento e la sua penisola restano orfane di Raffaele Gargiulo, mastro della grafica pubblicitaria, e ammettono di non reggersi sulle palafitte del pittoresco, della canzonetta da cartolina o nell’invadenza del turista che saccheggia bellezze e memorie del posto. La Penisola Sorrentina è fatta soprattutto dei mastri che, rinchiusi nelle minuscole botteghe, fanno della laboriosità un’arte, dove la creatività racconta la spigolatura del territorio.

Classe 1955, Raffaele Gargiulo aveva esplorato gli anni ’80 con una convinzione: la grafica pubblicitaria non doveva per forza sottomettersi alle ossessioni dei grandi brand. Il grafico era prima di tutto un artigiano e l’artigiano, proprio come gli incisori dell’antichità, si realizzavano e “realizzavano” nelle loro piccole botteghe. La bottega che fungeva da laboratorio per progettare, creare, impaginare con la meticolosità del certosino, prima che i computer e il digitale inghiottissero la manovalanza.

Gargiulo fu tra i primi in Penisola Sorrentina a sposare la filosofia del Mac, prima che i macchinari magici della Apple si riducessero ad oggettistica di culto e di moda. Quando la sua arte grafica segnò  il passo dell’evoluzione dell’immagine del turismo locale, lungo il corso degli anni ’90, Gargiulo lanciò un appello chiaro: la sinergia e lo spirito collaborativo sul territorio e il coinvolgimento dei giovani restano la sola congiuntura di una prospettiva verso il futuro.

Dalla sua tana di Trasaelle, che lo rese “cavernicolo dell’immaginazione”, ovvero fagocitatore di quella primordialità che fa delle passioni il gusto per la vita, Raffaele Gargiulo fece del suo distintivo tratto grafico la peculiorità di ogni progetto, da una brochure ad una locandina, per raccontare i dintorni e i contorni. Perciò stasera, appena la Penisola Sorrentina sarà a luci spente, accenderemo gli schermi dei nostri Mac e proietteremo la luminosità dei desktop verso il cielo. Raffaele Gargiulo riconoscerà le sue icone e in tipografia ripartiranno le rotative per la ristampa dei suoi lavori, che in filigrana hanno raccontato qualcosa anche di questa zolla di terra, la sua.

Berlinguer, ti voglio bene

Rosario PipoloBerlinguer ti voglio bene, perché l’11 giugno del 1984 rubai a papà un giornale. Sulla copertina primeggiava un sorriso, il tuo, e la scritta “Ciao, Enrico”. Cosa si poteva chiedere ad un ragazzino, a ridosso degli esami delle Elementari, a cui gli anni del riflusso avevano messo in mano i robot giocattolo di Goldrake e Jeeg Robot? Conservare quelle pagine di carta e sfogliarle quando sarebbe cresciuto.

Berlinguer ti voglio bene perché, quando malavitosi e criminali nascondevano sotto le acquasantiere delle chiese “i pizzini” con le istruzioni per votare i papponi democristiani, l’Italia fetida abbassò lo sguardo davanti al sequestro di Aldo Moro: “da una parte l’uomo inserito, che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana, e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo. Perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”.

Berlinguer ti voglio bene, perché in quella chiacchierata con Giuseppe Bertolucci ritagliai tante piccole storie accadute sul set che trasformarono un film con Roberto Benigni nel manifesto di una generazione.
Ed io, allevato da un operaio e una casalinga al tempo dei misfatti del Pentapartito, me la giocai all’università tanti anni dopo, durante l’esame di Storia Contemporanea. Da dilettante azzardai in quella seduta le orme di una partita scacchi per un confronto di crescita con il compianto Aurelio Lepre, non in qualità di professore della Federico II di Napoli ma di uno dei più grandi storici marxisti del nostro Mezzogiorno.

Berlinguer ti voglio bene, perché la classe politica di questa Seconda Repubblica sembra uscita dal deposito di un burattinaio, confermando il presagio che “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela”.
“Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona”,
canticchiava Gaber sulle note della sua chitarra. E chi non era comunista allora – aggiungerei oggi – era un sognatore, perché Berlinguer era una brava persona.

Berlinguer ti voglio bene, perché le ideologie prima o poi finiscono in pasto al revisionismo, a differenza delle persone che si sono messe di traverso al destino, facendo dei sogni la profezia per avere un mondo più giusto, umano, equo, vivibile, in cui l’essere protagonisti non riguarda una ristretta minoranza.

Caro Paperino, ti scrivo per i tuoi 80 anni…

Rosario PipoloCaro Paperino,
oggi compi 80 anni
e sei l’eroe più ribelle delle storia dei fumetti. Anzi no, sei l’antieroe. Chi nasceva negli anni ’30 sul pianeta Disney era condannato a fare la parte del “buonista”. Per fortuna a Paperopoli  le cose vanno diversamente da Topolinia, la metropoli asfissiata nel cellofan odioso del “va tutto per il meglio”, quando poi non è così. La blusa da marinaio dal bon ton sbarazzino sembra fregata a Braccio di Ferro ma becco e zampe arancioni ti rendono riconoscibile da adulti e bambini.

Chi si cala le brache, denigrando il potere dell’immaginazione, pensa tu sia un papero da bambini; chi invece si alza incazzato ogni santo lunedì, tenta di tenersi alla larga dalla sfiga, è un arruffone e scansafatiche verso i legami affettivi imposti, mastica nevrosi ed è in fuga perenne dello stess metropolitano , sa bene che nessuno è più papero per adulti di te.

Nel giorno del tuo ottantesimo compleanno, invece di finire per strada ammalato e con il bastone, sei ringiovanito. Nel tuo sguardo c’è un so che di  “modernità”, come il tratto della matita di Don Rosa, che mi lasciò una dedica su un albo a fumetti di seconda mano. Se la sfiga che ti accompagna fa ritrovare la tua Paperina con una scatola di cioccolatini scaduti come regalo di anniversario, la generosità che veste il tuo caratterino ti ha concesso la meritata longevità.

Mi hai contagiato con la tua vena polemica e hai riempito con un misurino di inchiostro la mia penna. Non mi sono limitato a rincorrerti nelle classiche storie a fumetti, destinate, con l’avanzare dell’età, a finire impolverate in soffitta. Sei stato per me lo specchio dentro cui riflettere lo squilibrio di follia sovversiva, che schiaffeggia quella che per gli altri è noiosa e insignificante routine.

Sei così pigro che non leggerai questa lettera. Lo so. Io però ho fatto una furbata. Te l’ho riposta sotto il cuscino. La troverai appena ti sveglierai dai tuoi sogni che vanno avanti da ottant’anni, il doppio degli anni della mia generazione.

Ricomincio da Massimo Troisi vent’anni dopo

Fonte: Repubblica.it

Rosario PipoloDi quel 4 giugno del 1994 ho un doppio ricordo: da una parte la telefonata ricevuta a casa dalla redazione, in cui mi comunicavano che sarei stato io a scrivere un pezzo sulla scomparsa prematura di Massimo Troisi. Dall’altra il concerto di Pino Daniele, Eros Ramazzotti e Lorenzo Jovanotti allo stadio San Paolo di Napoli aperto così: “Sono passato a casa di Massimo ma mi hanno detto che lui era già qui”. Il lungo applauso e la commozione sulle note di Quando.

Detesto gli anniversari che il più delle volte concimano nostalgie canaglie come le ricorrenze obbligate a cui è quasi irrispettoso sottrarsi. La maschera di Massimo Troisi, rivissuta all’ombra del Vesuvio sotto tante sembianze e a volte sottomessa alla volgorità del kitsch, resta quella dell’ultimo Pulcinella dell’età contemporanea. Me lo ricordò in un’intervista Ettore Scola, che lo aveva diretto in Il viaggio di Capitan Fracassa. Il cinema ci rende ombre immortali, il palcoscenico ci consegna nelle mani degli dei che sanno come farsi beffa di noi comuni mortali, il cabaret ci libera dagli schiamazzi dei populisti.

Troisi in effetti non ha bisogno di commemorazioni, perché non se n’è mai andato. Quando chiacchierai con Lello Arena ed Enzo De Caro, in occasione della pubblicazione di Enaudi della Smorfia nella collana Stile Libero, notai che i due compagni di viaggio di Massimo ne parlavano sempre al presente. E persino all’anteprima del film Il Postino al Festival del Cinema di Venezia, intravidi negli occhi commossi di colleghi ed addetti ai lavori in Sala Grande un Troisi in essere.

Massimo Troisi resta ispirazione necessaria per lasciarsi alle spalle la Napoli chiassosa e volgare, depressa e minacciata dagli stereotipi. Persino quando lo incrociamo disegnato sul cartone di una pizza da asporto, Troisi sa ricordarci la sua napoletanità sottovoce che, attraverso uno scalpitio garbato, sa ancora come illuminarci scrollandosi di dosso l’odioso vittimismo. Meriterebbe di essere studiato a scuola nelle ore di filosofia. Perciò noi figli di quella generazione in esilio da Napoli dalla fine degli anni settanta, per rincorrere i sogni e le illusioni del Nord industrializzato, ci chiamiamo Ugo e non Massimiliano. Abbiamo imparato la lezione.