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Archives Marzo 2015

Viaggio nel Medioevo: da giornalista a cantastorie al Castello di Bevilacqua

Foto di Tony Anna Mingardi

Foto di Tony Anna Mingardi

Rosario PipoloChi non ha sognato almeno una volta nella vita di incontrare Emmett “Doc” Brown, l’eccentrico scienziato del film Ritorno al Futuro, per fare come Martin un gran bel viaggio nel tempo? Io ci ho provato per ventiquattro ore, andando oltre i ghiribbizzi fantastici, senza ricorrere ai soliti parchi tematici che tendono a scimmiottare in maniera gogliardica la ricostruzione storica.

Me ne sono andato a zonzo nel Medioevo con la mia penna da cronista, per fare un mini reportage e mettermi alla ricerca degli antenati che avevano cucito un filo temporale fino al mio futuro. Mi sono ritrovato nell’Italia Medievale, intorno al Castello di Bevilacqua costruito da quel Guglielmo I Bevilacqua, che mi ha concesso benevolmente di portarmi dietro gli inseparabili occhiali e lo smartphone per twittare. L’abito nuovo mi calza a pennello, incluso il cappello. Io sono mancino e non rinnego le origini. Riuscirò mai ad usare le piuma d’oca, inchiostro e calamaio per appuntare sul mio diario?

L’euro non vale niente nel Medioevo. Non so come fare per mangiare. Chi mi crederebbe mai che vengo dal futuro? All’entrata del Castello inciampo nella bontà di Anna. Mentre la sorellina Giulia fa da sentinella, Anna mi lascia passare sotto un tunnel, facendo credere a tutti che sono Enrico, il factotum di Guglielmo I che indossa il mio stesso abito da cantastorie. Arrivo alle cucine del castello e riesco a mangiare selvaggina e verdure, bevendo del buon vino.
Dalla sala accanto sento la voce di un attore che recita stralci di Mistero Buffo. Lui si accorge di me, si avvicina e mi prende per il cappello: “Straniero, lo so che tu vieni da lontano. Quando tornerai a casa tua, va’ a bussare alla porta del grande Dario Fo e digli che io fui suo antenato. Sono l’attore Alessandro Martello”.

E’ notte fonda. Sono fuori dal castello. Trovo un accampamento. Omero, capitano della Compagnia d’Arme San Vitale, mi offre l’ospitalità. Isabella, Anna e Moreno pensano ad allestire la tenda; Marcello e Sabina si fanno in quattro per trovare delle pelli come coperta; Giulia mi guida nel posto dove dormirò, facendomi luce con una candela. La notte passa, mi sveglio di soprassalto. Esco dalla tenda e mi incanto a godermi una meravigliosa alba che sbarba il castello di Bevilacqua. Mi raggiungono Paolo, Theo, Yuri, Renato, Oriella e Sandra.

E’ il dì di festa. E’ domenica. Arrivano grandi e piccini, c’è musica, sfilano gli sbandieratori, gli alfieri della Regina di Piovene Rocchetta, saltibanchi e giocolieri. Massimo, Davide, Gabriele, Alessandro, Arianna e Valeria fanno strepitose magie, parlando con la cadenza della mia Napoli. Irene non ne vuole sapere. Nonostante sia imbranato, mi insegna a camminare sui trampoli, facendo buon uso della maschera.

L’incantesimo sta per finire. Vorrei che non arrivasse più questo ritorno al futuro. C’è tanta umanità e solidarietà tra questa gente, che non divora lo scorrere del tempo con la nostra frenesia. Abbiamo rinnegato il vivere per l’arte, perchè ci fa palpare il mondo con gli occhi della fanciullezza.
Prima della partenza, mi commuove un esercito di bambini che combatte l’ultima battaglia per lasciare un messaggio chiaro a noi saccenti del futuro: “Perchè non gettate via le armi e usate gli abbracci per riscoprire la ricchezza che c’è oltre la corteccia della diversità?”.

Dimentico il cappello e la mia piuma d’oca. Ora come vi dimostrerò che sono stato per ventiquattro ore nel Medioevo? Gli appunti si sono sbiaditi. Le emozioni per niente.
Nel taschino trovo un biglietto con una dedica di Guglielmo I Bevilacqua che, nella transizione da passato a futuro, si è disciolta nell’inchiostro di un pensiero di Alfred De Musset: L’immaginazione a volte dispiega ali grandi come il cielo in un carcere grande come una mano”.

LINK CORRELATO:
Spunti e riflessioni nel mio articolo su Italia Medievale.org

Da Franco Battiato a Mina, perché i loro compleanni ci appartengono

Rosario PipoloLe canzoni non solo ci fanno stare bene ma sanno essere per una minoranza di noi incisioni sulla vita per le scelte future. Per questo motivo i compleanni di chi ce le ha donate, vanno festeggiati.
Non si tratta però dell’odioso fanatismo che fa di ogni fan che si rispetti il cortigiano immaginario del proprio beniamino, piuttosto dell’incosciente leggerezza che lega la vita, la nostra appunto, a certe canzoni e di conseguenza alle voci che le hanno vendemmiate per noi.

Pensando a due compleanni speciali in questo marzo, le 70 candeline di Franco Battiato e le 75 di Mina Mazzini, mi chiedo se dopotutto bastano canzoni per arrogarci il diritto di sedere da commensale al tavolo dell’illustre festeggiato. Non sono complici un mucchietto di ricordi, messi in castigo all’angolo, a dare una sostanza a quelle voci?

Mi capitò con Battiato in un auditorium milanese: dopo l’esecuzione di Povera Patria mi alzai in piedi e lui sorridendo mi disse: “Assiettete”. In camerino, mangiucchiando della frutta insieme, ripercorsi con Battiato la via Etnea sperimentale che illuminò gli orizzonti perduti delle mie conoscenze musicali.

Per Mina mi capitò in una cucina alla periferia di Napoli nei pomeriggi dell’infanzia: mamma terminava le faccende domestiche e mi raccontava della signora Mazzini, di professione cantante, trasferita a Lugano per tornare a vivere la quotidianità lontana dalll’invadenza dei riflettori. Insomma, per farla breve, nel mio immaginario Mina è rimasta l’amica di mia madre che, tra lavoro di casalinga e la professione di mamma per Massimiliano e Benedetta, si chiudeva in sala di registrazione e incideva canzoni.

Il fanatismo tanto decantato, che alimenta il personaggio e lo mitizza, prima o dopo appassisce. Resta in soffitta impolverato tra ricordi e vecchi brani. Accade il contrario quando le voci di quelle canzoni prendono la forma di persone, cresciute accanto a noi nella loro fragilità e umanità.
Perciò crescendo, avvertiamo la necessità di entrare in contatto con loro. Non è fanaticismo feticista. Questo tratto lo colse mia cugina Elena, quando anni fa mi fece trovare una dedica di Mina, incorniciata come se fosse uno specchietto della mia vita.

Abbiamo il diritto di essere accanto a loro quando soffiano sulle candeline perché, nell’ultima fiammella accesa sulla torta, ci sono i quattro angoli del cielo della nostra vita.
Le canzoni non si liquefano come su Spotify ma, dopo essere stati appiccicati come bottoni su un pentagramma, si muovono con la leggerezza di una libellula. Finiscono per assopirsi su una brandina al vinile, avvolta da una copertina su cui era disegnato, ad insaputa nostra, ciò che avremmo voluto dal nostro futuro.

Oggi sono io, anche grazie a voi due. Buon compleanno, Battiato. Buon compleanno, Mina.

Napule è… ‘e mille culure di Papa Francesco in primavera

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Rosario PipoloNella prima visita del Pontefice all’ombra del Vesuvio, Papa Francesco troverà tra la gente e le strade di Napoli la sua Buenos Aires. Bergoglio, dopo due anni di pontificato scomodo e rivoluzionario, troverà in Napoli la culla del Sudamerica rivolto al Mediterraneo, distante dalla Roma clericale di via della Conciliazione.

La stessa Piazza del Plebiscito, dove celebrerà nella mattinata del sabato che bacia la Primavera, non è da un bel pezzo sorella gemella di Piazza San Pietro. Il popolo la spodestò rendendola territorio di rivolte laiche perché “Masaniello è crisciuto, Masaniello è turnato”.
Noi napoletani sappiamo convivere con quel misto di religiosità e superstizione, tanto da essere gli unici a camminare sgranando una coroncina del Rosario e tenendo in tasca un paio di corni rossi.

Napule è… ‘e mille culure di Papa Francesco: il Pontefice accarezzerà gli scugnizzi di Scampia, il quartiere periferico stanco di essere considerato la cenerentola dell’area metropolitana, e si soffermerà sul tintinnio delle posate del pranzo con i detenuti di Poggioreale. Sarà l’occasione per ricordare le parole sante di Roncalli nel carcere di Regina Coeli: “Scrivete a casa, raccontate alle vostre madri ed alle vostre mogli che il Papa è venuto a trovarvi’”.

Napule è… ‘e mille culure di Papa Francesco: il Pontefice guarderà con sguardo severo gli alti prelati della Diocesi di Napoli, tra ombre e scheletri nell’armadio dell’ultimo ventennio da Giordano a Sepe.
In Largo Donna Regina ci vorrebbe un terremoto come a San Pietro dopo l’elezione di Bergoglio. Il trasloco di Mons. Gennaro Pascarella, equilibrio perfetto tra spiritualità e rigore, dalla Diocesi di Pozzuoli a Napoli sarebbe un segnale confortante per uscire dal tunnel.

Napule è… ‘e mille culure di Papa Francesco: il Pontefice stringerà a sé prima gli ammalati al Gesù Nuovo e poi i giovani e le famiglie, la sua gran forza, sul lungomare Caracciolo. Questo Papa, spirituale come Francesco giullare di Dio e profeta come il Nazareno che duemila anni fa cambiò il mondo, è adorato dai giovani di ogni razza, credo politico e religioso. L’incontro avverrà a pochi passi dalla Madonnina di Piedigrotta, faro nel buio della notte nella Napoli antica dei pescatori, la cui devozione si scatenò attraverso la drammaturgia popolare della Festa di Piedigrotta, tra sacralità e profanità.

Quando dal porto di Napoli Papa Francesco si alzerà in elicottero, incantandosi sul meraviglioso Golfo di Napoli, noi napoletani lo saluteremo a squarciagola con la nostra preghiera: “Chi tene ‘o mare s’accorge ‘e tutto chello che succede po’ sta luntano e te fa’ senti comme coce; chi tene ‘o mare ‘o ssaje porta ‘na croce. Chi tene ‘o mare cammina ca vocca salata; chi tene ‘o mare ‘o sape ca è fesso e cuntento; chi tene ‘o mare ‘o ssaje nun tene niente”.

Papa Francesco si ricorderà di questo 21 marzo a Napoli come la Primaverà in cui Dio tornerà a parlare napoletano.

Papà, per la tua festa ti porto a Expo Milano 2015

Rosario PipoloPapà, lo so che non stai nella pelle. Il 31 marzo esce il tuo libro. Trattandosi di una lunga lettera rivolta al tuo papà, se permetti te ne voglio scrivere una in occasione della tua festa. Tra l’altro il 19 marzo è anche il tuo onomastico (il nonno fece bene a piazzarti Giuseppe come secondo nome perché così ti arriva un bis di regali.)

Papà, ho deciso di regalarti un biglietto per Expo Milano 2015. Dopo aver trascorso in clausura gli ultimi sei mesi a scrivere, cosa ne dici di fare il giro del mondo insieme a me restando a Milano?
A scuola mi hanno detto che arriveranno 20 milioni di persone da tutto il mondo per visitare l’Esposizione Universale. Ci mescoleremo con loro, usando come pastelli i colori della pelle, e disegneremo un mappamondo alimentare che va da Pechino a L’Avana, da Dakar a Il Cairo, da Londra a Tokio.

Sì, perché si parlerà di cibo e di tutto ciò che mangiamo. Quale migliore occasione per imparare a cucinare tanti piatti nuovi?
Il risotto con le pere è il tuo “forte” e lo sa pure il mio pancino, tanto che non mi dispiacerebbe assaggiare qualcos’altro cucinato da te. Potrebbe essere la volta buona che il nostro vicino di pianerottolo  – il tizio antipatico convinto che i baffetti non ti stiano bene – impari la lezione di non sprecare cibo e buttarlo via.

Quando il nonno mi accompagnava ad assistere ai tuoi spettacoli, davanti al teatro c’era una donna affamata che rovistava nella pattumiera. Io mi chiedevo: “Chissà che non sia fortunata e trovi gli avanzi del pranzo del nostro vicino”. 

Papà, Expo Milano 2015 durerà dal 1 maggio al 31 ottobre perciò, quando torni dalla prossima Festa della Rete di Rimini, sei in tempo ancora per portami l’impasto della piadina romagnola così la farcisco io con fantasia. Te la meriti tutta.

Sono fiero di avere un papà come te. Per tanti sei un personaggio, per gli amici sei semplicemente Carlo, per me sei colui che mi ha insegnato a non aver paura di essere me stesso.

Perché i 40 anni di Candy Candy non possono passare inosservati

Rosario PipoloCandy Candy, l’eroina manga di Yumiko Igarashi che ha fatto da babysitter tv alla generazione degli anni ’80, ha compiuto i primi 40 anni. Le scaramucce legali sulla maternità tra la disegnatrice e l’autrice del romanzo Kyoko Mizuki ne hanno impedito la traduzione e la pubblicazione in Italia.

Tuttavia, furono i 115 episodi a cartoni della Toei Animation – un piccolo gioiello dell’anime giapponese – a rendere Candy popolare nel nostro Paese, nonostante gli snobismi intellettuali addittavano il manga sentimentale come genere per ragazzine brufolose. In realtà non fu così, perché anche noi maschietti, cresciuti all’ombra dei Goldrake e Jeeg di Go Nagai che nascondevano anche lo choc giapponese per l’atomica, seguimmo con interesse le disavventure della “signorina tutte lentiggini”.

Perchè i primi 40 anni di Candy non possono passare inosservati? Hanno un bell’involucro di reminiscenze letterarie che i professori noiosi della mia generazione avrebbero dovuto considerare per movimentare qualche lezione al liceo: dal romanzo d’appendice ai trovatelli della pagine di Dickens che facevano dei Remì o delle Candy i cugini di Oliver Twist; dal romanzo picaresco alla Barry Lindon, che nel nostro caso inizia e finisce alla Casa di Pony; alla letteratura anglosassone rinsavita da scenari storici.

La Mizuki saccheggiò dalla letteratura occidentale e fece di Candy la ragazza emancipata di un lungo pulp-fiction, sventolando valori come amicizia, amore, lealtà, educazione dei minori figli di N.N. in un perimetro narrativo cicolare, dove c’era spazio anche per sentire il rumore delle bombe della Prima Guerra Mondiale.

Mentre la censura della tv dei ragazzi avrebbe voluto tagliare il primo bacio tra Candy e Terence o gli abitini sgargianti, i telespettatori più accorti sbucarono oltre i vezzi sentimentali e intravidero vari spunti: la decadenza dell’aristocrazia americana (le famiglie  Andrew e Granchester) e le vie di fuga dei rispettivi figli ribelli  (Albert usa il viaggio e Terence il teatro ); il maschilismo sottomesso (Anthony); la religiosità disciolta nella concretezza e nella comunione (suor Gray e suor Maria); il principe felice wildiano traslato nel protettore misterioso e generoso (Il principe della collina/Signor Williams); i legami dell’infanzia che ci accompagnano per tutta la vita (Annie); l’aria domestica dell’animaletto fedele (il procione Clean).

Come mi hanno ricordato il regista e il produttore dell’anime I Cavalieri dello Zodiaco, intervistati all’ultima edizione di Lucca Comics, il successo dei cartoni animati nipponici è trattare i bambini come degli adulti, mettendo in conto che non c’è sempre lieto fine nella vita.
Infatti, Candy non sposerà Terence ma Albert, il vero principe della collina. Gli autori italiani fecero soltanto un gioco di montaggio – addirittura nella versione per il cinema riciclarono un bacio di una puntata precedente – pur di farci credere che Candy e Terence sarebbero vissuti felici e contenti.

I 40 anni di Candy Candy non posso passare inosservati perché la signorina tutte lentiggini  ha aiutato i bambini della mia generazione a crescere con la consapevolezza che sfidare il destino è un punto a nostro favore per dare un significato all’esistenza. Oggi Candy Candy aiuta gli adulti, ovvero noi bambini di allora, a ritrovare il sentimentalismo necessario che dà lustro all’immaginazione dei cuori ribelli.

Viva l’Italia, quella dei MasterChef e delle “patonze”

Rosario PipoloAltro che “Viva l’Italia presa a tradimento, l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento” del cantastorie Francesco De Gregori. Piuttosto viva l’Italia dei Masterchef, quella degli indignados del tiro alla fune tra food e tv, tra Striscia la Notizia che svela il nome del vincitore e la concorrenza incazzata nera. Cosa si farebbe oggi per alzare il termometro dello share?

Viva l’Italia dei Masterchef perché una trentina d’anni fa volevamo i nostri figli tutti bacchettoni al liceo e snobbavamo l’istituto alberghiero. Allora andava di moda scaccolare con la puzza sotto il naso. Oggi chi di noi non sognerebbe un figlio “divo chef” in tv.
E allora tutti dietro i fornelli perché vuoi mettere “farsi il culo come papà sulla catena di montaggio” anzichè lottare per guadagnarsi un bel mestolo d’oro? Se arrivasse il podio, i nostri pargoli campioni metterebbero la firma culinaria sotto una patatina industriale.

Altro che “Viva l’Italia, l’Italia che lavora, l’Italia che si dispera e l’Italia che s’innamora”. Viva l’Italia delle intercettazioni e delle “patonze”, perchè se non ci fossero bisognerebbe inventarle. Fanno vendere qualche copia di giornale in più, rendono euforico il popolo dei social network, annacquano con il gossip quelle che di certo non sono riflessioni politiche e, per giunta, mortificano il giorno della memoria profumato dalla mimosa dell’8 marzo.
Le nostre nonne sognavano un figlio partigiano come presidente; le nostre mamme un figlio laureato in economia; noi abbiamo capito che è meglio un figlio puttaniere, perché se gira la patonza, gira pure l’economia.

Viva l’Italia dei MasterChef e delle patonze, quella che cammina per strada e non si accorge che un giovane su quattro si è ridotto a fare il neet; che si tappa le orecchie quando la sopravvivenza per la globalizzazione fomenta disagio sociale; che preferisce un comodo lento nostalgico su Felicità di Albano & Romina piuttosto che un tango sovversivo, taccheggiando sul letale luogo comune del “si stava meglio quando si stava peggio”.

“Viva l’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare, l’Italia metà giardino e metà galera, viva l’Italia, l’Italia tutta intera”.


La Russia dei complotti di potere, da Anna Politkovskaja a Boris Nemtsov

Rosario PipoloIeri anche Milano, laggiù nel piccolo angolo dei giardini Politkovskaja, era unita spiritualmente alla Russia indignata per l’uccisione di Boris Nemtsov, vicepremier del governo di Eltsin e instancabile oppositore del governo di Vladimir Putin.
Le fiammelle, i fiori, i canti e i messaggi lasciati dall’Associazione AnnaViva ci hanno aiutati a non essere distratti, a non permettere al vortice della nostra banale routine di schiacciare la riflessione.

Sì, perchè dopo il misterioso assassinio della giornalista Anna Stepanovna Politkovskaja, penna scomoda al Cremlino, il complotto del potere si rianima in quello che in tanti proclamano un omicidio politico.

Nei giorni complicati della crisi ucraina, che ha riportato i venti della Guerra Fredda al centro dell’Europa, l’assassinio di Nemtsov ha convinto migliaia e migliaia di moscoviti ad uscire dal torpore, marciando a viso aperto e sbandierando voglia di libertà e verità, grande illusione al di là degli Urali.

Cosa ci fanno a pochi passi, in un cimitero alle porte di Mosca, Anna e Boris? A quest’ora dovrebbero essere ancora tra noi: la Politkovskaja armata di inchieste giornalistiche affilate alla ricerca della verità; Nemtsov portatore di entusiasmo civile e infaticabile spirito riformatore, cardini della sua politica il fronte di una vita spesa a favore della comunità.

Je suis Nemtsov è stato più di uno slogan per la marcia nel cuore di Mosca, perché quei passi lenti avevano lo stesso rumore delle rivolte del secolo scorso contro il regime zarista. Dallo scettro del sovrano al potere di un ex Kgb ne è passata di acqua sotto i ponti della storia sovietica.

Tuttavia, è arrivato il momento che i russi legalizzino la necessità di pretendere la verità, perché nessuno sia più complice di un destino infame. Gli errori e fallimenti politici non hanno più bisogno di claque. Oggi, dopo la martire Politkovskaja, Boris Nemtsov è un’altra scintilla immensa nell’oscurità che nessun complotto di potere spegnerà.  

Diario di viaggio: Giovan Giuseppe Di Costanzo e le eccellenze all’ombra della Sanità Pubblica a Napoli

Rosario PipoloCi sono più generazioni che vivono sotto la spada di Damocle. Si tratta di un milione e mezzo di italiani infetti da Epatite C, la patologia mostruosa che agisce sul fegato e lo riduce come un rottame.
Il fegato cirrotico è la condanna di 300 mila diagnosticati (fonte L’Espresso on line), la maggior parte dei quali fu infettata tra gli anni ’60 e gli anni ’80, quando bastava una piccola negligenza per entrare nel tunnel, dall’ago di una siringa alla lametta riciclata dal barbiere; da una trasfusione al bisturi malandato.

Mentre da una parte c’è chi grida alla salvezza con i costosissimi farmarci miracolosi messi sul mercato, dall’altra ci chiediamo: cosa ne sarà degli ammalati in stadio avanzato, ai quali nessuna azienda farmaceutica potrà dare supporto?
Escluse le possibilità di intervenire con il trapianto o con il dolorosissimo interferone, non resta che affidarsi al medico sperimentatore della Sanità Pubblica, colui che il più delle volte agisce all’ombra e del quale dovremmo tornare a scrivere.

Non è una beffa scoprire che proprio all’ospedale Antonio Cardarelli di Napoli, finito di recente nell’occhio del ciclone per i malati assiepati in corsia e il morto in barella, sopravvivano delle eccellenze. Giovan Giuseppe Di Costanzo, direttore dell’unità di fisiopatologia epatica dell’omonima struttura ospedaliera partenopea, rientra in questa categoria.
La mia generazione aveva ereditato il laser dall’immaginario collettivo cinematografico di Star Wars: per noi era l’arma letale con cui annientare il malefico Darth Vader. Di Costanzo trasferisce questa visione fantastica in campo medico e eredita dal pioniere Claudio Maurizio Pacella la tecnica sperimentale della termo-ablazione laser.

Di Costanzo, concreto e sobrio, è lontano dalle luci della ribalta e dal divismo che quale volta contagia pure “i camici bianchi”. Basta fare toc toc alla sua porta e trovare tanta disponibilità per un confronto. E’ davvero uno dei fiori all’occhiello della nostra Sanità Pubblica, quella che ha il dovere sacrosanto di calpestare il baronato delle corsie preferenziali del privato;  quella che non deve guardare al portafogli, perché un ammalato non è né ricco né povero ma è un ammalato punto e basta.

Diamo il merito alla nostra Sanità Pubblica che, nonostante le deficienze, riesce ancora a mettere in condizioni migliaia e migliaia di pazienti di supportare i costi ed affrontare cure senza indebitarsi, ipotecare la casa o i piccoli sacrifici di una vita.
Giovan Giuseppe Di Costanzo sa di non essere un Jedi che deve affrontare il male diabolico nella saga di Guerre Stellari, piuttosto un uomo che, armato di laser, battaglia per aiutare altri uomini a sopravvivere, entrando con rigore in una sala operatoria del Cardarelli.

Dobbiamo tornare a fare viaggi nelle corsie degli ospedali all’ombra del Vesuvio ed imparare a riconoscere senza soggezione medici alla Di Costanzo, capaci di trasformare Napoli da Cenerentola della Sanità in principessa dal mantello bianco che fa della vita e delle cure un diritto di tutti.