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Archives Giugno 2016

Voci d’estate: Il cavallino bianco di Lignano Sabbiadoro

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Rosario PipoloL’estate di questa annata è meteopatica, ma conserva quei clamori sottovoce che segnano il viaggio. Il mio ritorno in Friuli-Venezia Giulia, nella zolla di frontiera che fa degli abitanti di Lignano Sabbiadoro dei veneti dal cuore friulano, o friulani dal cuore veneto.
I cataloghi turistici prendono sviste e cantonate: Raccontano Lignano come “la Rimini della riviera friulana”, perfetta per le notte brave e per i bagordi d’estate.

C’è un’altra Lignano, più intima, segreta, discreta come Giorgia e la sua famiglia. Sono stati loro a svelarmi, senza volerlo,  l’altro volto perchè sono le persone a dare l’anima ad un luogo. Lo abbiamo dimenticato da vacanzieri indaffarati, stressati dall’ingordigia del fare più che del vivere.

Giorgia e la sua famiglia mi hanno restituito il paradiso estivo perduto delle villeggiature in cui si stringevano legami con le persone del posto: papà Paolo mi consegna le chiavi della camera come se fossi un parente venuto da lontano; mamma MariaTeresa mi prepara il caffè e mi racconta di Paola, la figlia maggiore; Giorgia invece assomiglia tanto alle mie compagne di giochi d’infanzia, in riva al mare, dove con secchielli e palette costruivamo castelli di sabbia, ovvero l’impasto dei sogni che avremmo voluto far crescere con noi.

Nel raggio temporale di 72 ore, tra una pedalata e l’altra bevo con gli occhi la laguna; attraverso la meravigliosa pineta; mi soffermo sulla darsena; svolazzo girando intorno al faro; inforchetto spaghetti alle vongole e azzanno calamari fritti in riva al mare; incrocio vacanzieri provenienti dall’amato Carso triestino, dove vi ho lasciato il cuore al confine con la Slovenia e la rabbia addolorata in occasione della mia visita a Basovizza.

Al termine di una vacanza dell’infanzia, non potendo salutare la mia compagna di giochi estivi, le lasciai sul ciglio della porta di casa il mio secchiello riempito d’acqua di mare  e una manciata di sassolini raccolti insieme. E’ successo lo stesso con Giorgia, alla quale ritaglio l’ultimo fotogramma di questo diario di viaggio.
Sulla corriera in direzione di Latisana vedo spuntare un signore anziano su un cavallino bianco. Sono per caso finito in una prateria del vecchio West di un film di John Ford? No, si tratta dell’enorme cavallino bianco sulla parete, disegnato un tempo dal nonno di Giorgia, quel Mario che aveva tentato fortuna a Roma come disegnatore di cappelli.

Uno scherzo dell’immaginazione? No, una voce d’estate che mi riporta tra le braccia di nonno Pasquale, nelle sere d’estate in cui mi spalmavo il repellente per le zanzare, mentre fuori c’era il canto della cicala. Sul cavallino bianco oggi galoppano ricordi comuni. L’estate non è finita, è appena cominciata. 

Cartolina da Lignano Sabbiadoro: I fan di Vasco

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Rosario PipoloI fan di Vasco li vedi sbucare all’alba a Lignano Sabbiadoro e pensi che siano lì semplicemente per essere i primi sotto il palco. In realtà sono lì perché si sentono tutti parte di una grande famiglia e il concerto non è un ridotto di un paio d’ore, ma è una sottile linea all’orizzonte che va dall’alba al tramonto: Si raccontano, strizzano ricordi, si conoscono, continuano a crescere insieme.

I fan di Vasco li riconosci. Sono le facce che non rinuncerebbero mai a rivedere il loro capitano. Non hanno il dono dell’ubiquità, ma riescono a saltellare da una città all’altra, ad attraversare l’Italia senza esitazione, ad abbandonarsi allo sfinimento pur di vivere un’altra storia.
Ogni concerto si sa non è clonato, è una storia raccontata, unica ed irripetibile.

I fan di Vasco non sono come quelli degli altri, i fan di Vasco sono di Vasco e basta, punto. Non è questione di questa o quella canzone appiccicata addosso, sfilacciata come un chewing-gum, sono parte di lui, vengono da tutt’Italia, come Simone, Ambra, Maurizio, Elisa, Madda e Remo di Sanremo, ritratti nella foto.
Guerreggiano a denti stretti alla maniera del Blasco perché, come ha ripetuto il capitano alla fine del Live Kom 016 a Lignano, “Non abbiate paura. La paura è il nostro nemico più grande”.

I fan di Vasco hanno ferite, cicatrici, lividi generazionali tra i cinquantenni dell’altro ieri, i quarantenni di ieri, i trentenni di oggi e i ventenni del futuro. I genitori che urlavano Siamo solo noi lo hanno tramandato ai figli che cantano Un senso: Il rock va vissuto senza compromessi, ovunque e comunque, con la radice di provincialismo, che deve battere duro a Zocca prima di scalpitare in ogni angolo della nostra penisola.

I fan di Vasco apparterranno per sempre alle generazioni a venire perché, come ha ribadito Simone di Sanremo, “Vasco ha una canzone per ogni stato d’animo”. A loro non interessa di certo la gloria perché il Blasco, colui che noi all’alba della sua storia musicale chiamavamo Vasco Rossi, riesce ancora a farli volare facendoli stare con i piedi per terra.

“Io che credevo alle favole e non capivo le logiche.” I fan di Vasco sono grandi ormai.

Diario di viaggio: #Pooh50 nel selfie d’amore di Giovanni e Antonella della Basilicata

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Rosario PipoloIl concerto della Reunion dei Pooh allo stadio San Siro di Milano può essere custodito nelle parole di Roby Facchinetti: “Vorremmo che la nostra musica continuasse a vivere al di là di noi”. Giovanni e Antonella, classe anni ’90, venuti dalla lontana Basilicata, testimoniano quanto sia vero che le canzoni prendano per i capelli generazioni diverse per farle diventare “strumenti della stessa sinfonia”.

Nel selfie scattato a San Siro da Giovanni sotto la pioggia di coriandoli, sull’ultimo brano dei Pooh,  ci sono tracce della loro tenera storia d’amore da ventenni: lei accompagnò un’amica a Corleto Perticara, nel potentino, e tra i due scoccò la scintilla. Da cinque anni sono inseparabili, fanno quasi 40 chilometiri in auto tutti giorni per stare insieme, lavorano sodo e mettono da parte i soldi per viaggiare e attraversare l’Italia a caccia di concerti da condividere.
Giovanni mi racconta di quando suo padre lo teneva in braccio ai concerti; Antonella conferma il segreto che annaffia le radici della vita: Viaggi, libri, musica, sono la benzina del motore della nostra esistenza”.

Li ritrovo seduti accanto a me, condivido con entrambi questo viaggio musicale, scacciando il luogo comune che vorrebbe la Millennial Generation lontana anni luce da gusti musicali di genitori o nonni: Chi era a ripetere questa filastrocca?
I tempi cambiano. Al concerto dei primi 25 anni dei Pooh rassicurai mia mamma infilando un gettone in una cabina telefonica; nel live del cinquantesimo Antonella tira fuori lo smartphone, aggiorna la mamma via Skype e le mostra la festa di San Siro come per dire che ne è valsa la pena fare tutti questi chilometri.

Quando Roby, Riccardo, Dodi, Red e Stefano cantano Chi fermerà la musica mi rivedo attaccato alla gonnella di mamma. Giovanni non era nato. Quando cantano Uomini soli  ritrovo i segni della mia adolescenza e del tragitto verso la maturità, ma Antonella non era ancora in cantiere allora.
Ci ricongiungiamo sui brani più recenti, strizzando la distanza anagrafica perchè un concerto sa come mettersi di traverso al tempo, farneticando tra sogni senza età.

“Domani… ci inventeremo che cosa faremo da grandi, domani…” canteranno un dì Giovanni e Antonella ai loro figli, penso tra me e me mentre loro sono già su un volo di ritorno verso la Basilicata. Chissà cosa penseranno tutti i lucani che li leggeranno da protagonisti di questo diario di viaggio, a tratti sfacciatamente sentimentale.

“Domani… forse sognare è un difetto ma chi lo conosce il domani”, canto io oggi da quarantenne mentre Pino, il papà di Giovanni, sta arrivando a Roma per il concerto all’Olimpico di stasera. Sono storie di vita allacciate alla cintura delle canzoni. Conserviamole con cura, senza sgualcirle.

Mai più ferite: Tifiamo per la Francia agli Europei di calcio 2016

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Rosario PipoloFuori dal campo, per non fare uno sgarbo alla nostra Nazionale Azzurra, tifiamo per la Francia a questi Europei di calcio 2016. Sugli spalti dello Stade de France c’è ancora il ricordo spettrale degli attentati di Parigi dello scorso novembre.

La minaccia del terrorismo è sempre dietro la porta e la Francia è in una posizione di difesa nei giorni di una guerra che non vuole finire. I francesi hanno dato prova di grande forza, come i belgi del resto, nel ritornare alla quotidianità mettendo in guardia chi ci vorrebbe far vivere nella paura del recluso.

Non siamo reclusi, vogliamo continuare a viaggiare, a guardarci nelgi occhi a lume di candela in un ristorantino del X arrondissement, a sentirci legati al nostro Paese sullo spalto di uno stadio, ad ancheggiare abbracciati stretti stretti ad un concerto al Bataclan.

Tifiamo per Parigi a questi Europei di calcio, sorridendo davanti alla Torre Eiffel che palleggia – proprio come nel doodle che oggi Google dedica all’evento sportivo – e sospirando travolti dell’energia di questa fiumata di gente per strada.

Tifiamo per Super Victor, il bambino con il mantello e i super poteri in volo sugli stadi francesi di Euro 2016. Per tanti è una mascotte temporanea con il sorriso stampato sulle labbra, per i parenti delle vittime è il volto fanciullesco di chi rinasce tutti i giorni, in un ricordo, in un sogno tappato, in una storia taciuta dal dolore.

Tifiamo per la Francia a questi Europei di calcio 2016. Non è un capriccio, non è un omaggio strappalacrime, è piuttosto il ritrovamento di un germoglio seppellito dentro di noi che calpesta estremismo e populismo, colpevoli di insanguinare l’immaginario collettivo con l’aberrazione della multietnicità.

Il 2 giugno e 70 anni di Repubblica ammazzati dalla campagna elettorale

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Rosario PipoloIl 2 giugno 1946 mia madre, appena venuta al mondo da tre giorni, dormiva beata in una culla mentre Napoli andava alle urne per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Questo memorandum, che vale 70 anni di Repubblica Italiana, si smagnetizza nell’istantanea ingiallita di questa donna, orgogliosa del diritto di voto e pronta a dare una svolta epocale alla storia del nostro Paese.

Lo sguardo incuriosito della bimba tra le braccia della madre denuda la bellezza di questa foto, la svincola dall’anniversario e la mette in netto contrasto con la volgarità delle campagna elettorale per le elezioni amministrative del prossimo 5 giugno.
Se pensiamo ai santini elettorali in rimbalzo negli ultimi mesi da un social network ad un altro, agli slogan arrugginiti, ai comizi fuligginosi  o agli isterismi populisti che appartengono a tutti, mi vien da dire che i volti di oggi non hanno nulla da spartire con l’Italia settantenne che scelse la Repubblica.

La pigrizia latente dell’elettore medio, ridotta ad assenteismo a convocazione referendaria, schiaffeggia l’affermazione del diritto di voto quale più grande conquista dell’Italia Repubblicana.
Dall’altra parte la slealtà del candidato politico, disposto a denigrare l’avversario perché senza la colonna vertebrale di un vero progetto di impatto civile, deturpa l’impegno di coloro che settant’anni fa costruirono l’impalcatura dell’Italia Repubblicana.

Il 2 giugno custodirà per sempre l’immagine in bianco e nero dell’Italia che urlò Repubblica nel cammino verso la ricostruzione del Paese; la cialtroneria in vista delle elezioni amministrative del 5 giugno ci ricorderà che l’Italia, dopotutto, ricicla e maschera incrostazioni ideologiche in cancrena. Quanto vale accontentarsi del qualunquismo pur di continuare a campare?