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Il matrimonio di mio marito e il Sud nell’arte di Salvo Bonfiglio

Rosario Pipolo“Il matrimonio di mio marito” potrebbe essere il titolo provocatorio di Pietro Germi, in quel cinema dalla caratura di Divorzio all’Italiana o Sedotta e abbandonata che scattò un’instanea grottesca del Sud Italia a cavallo del Boom. Invece no, è il titolo di un gioiellino d’arte contemporanea di Salvo Bonfiglio che mi ha particolarmente suggestionato.

Il tratto di Bonfiglio ha qualcosa delle pellicole del Neorealismo, che furono all’altezza di raccontare il nostro Meridione con quel misto di poesia e cruda verità tanto da infastidire il regime politico di allora che le liquidò: “I panni sporchi si lavano in famiglia”.

In questo olio su tela grezza, nella finta immobilità dei protagonisti, c’è il movimento di Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza, dove sono i personaggi a venire incontro a noi che li osserviamo. Questa coppia di sposi, accompagnati da un seguito che connota le radici di Bonfiglio, mi hanno riportato ai racconti di mio padre.
All’alba degli anni ’50 del secolo scorso, quel furfante di papà insieme ai compagni di giochi si intrufolava ai matrimoni delle contrade contadine del mio Sud per mangiare qualche dolcetto e respirare aria di festa.

Salvo Bonfiglio abbozza soltanto i volti dei personaggi perché al resto pensiamo noi. Il Sud non ha solo un connotato geografico, imprigionato da tanti nell’odioso campanilismo di questo o quel luogo. Il Sud di Bonfiglio è lo stesso Sud che mi sforzo di vivere io, ovvero prospettiva interiore attraverso cui trasformare la noiosa routine in esistenza.

Perciò godermi quest’opera a pochi passi dal Po non è stata una beffa dell’ennesimo mio vagabondaggio. La tela di Bonfiglio è uno specchio attraverso cui guardarsi senza timore. A ciascuno la sua radice e la presa di coscienza che tutti esistiamo a Sud di qualcosa. Ciò accade quando in silenzio ci perdiamo a condividere l’interiorità degli altri, per fare della storia donata da qualcuno la nostra prossima storia.

Je suis Charlie Hebdo: la libertà di una matita vale quanto quella di una penna

Rosario PipoloC’è un senso di sdegno e sgomento che ci fa sentire improvvisamente tutti francesi. L’attentato alla redazione del giornale satirico d’oltralpe Charlie Hebdo è stato disegnato significativamente in questa splendida vignetta di Philippe Geluck.

Partiamo da una digressione storica. La satira è stata sempre una spina nel fianco in un regime dittatoriale così come in una democrazia. Quando negli anni passati la matita del nostro Forattini fu improvvisamente messa alla gogna dall’editoria italiana per uno sgarro al politicante di turno, il disegnatore romano sottolineò: “La sinistra non accetta la satira quando le è rivolta contro”.

Questo per dire che la satira è pungolo per chiunque, per qualsiasi organizzazione, politica e non. Figuriamoci poi per terroristi ed estremisti.
Nel centro commerciale dei social network, tra gli scaffali delle banalità, ho letto pure di chi insinuava che Charb, il direttore di Charlie Hebdo, aveva calcato la mano e se l’era cercata.

Mettiamo in chiaro che la libertà della matita di un disegnatore vale quanto quella della penna di un giornalista. Se d’altro canto volessimo andare ad intercettare tutti i fiumi di inchiostro omofobi, razzisti e guerrafondai, dovremmo aspettarci “bombaroli” in azione in ogni angolo del mondo.

La libertà di pensiero, messa nera su bianco, non si riduce banalmente ad essere solo un capisaldo di civiltà e democrazia ma è la molla che fa anche della “satira più spietata” il territorio fertile di denucia, attribuendo al perimetro di un foglio bianco lo spazio di una una rivolta senza sciabola ma a matita.

La violenza e l’integralismo si sconfiggono con intelligenza. Meglio stare alla larga dall’imprudenza estremista di Madame Le Pen che vorrebbe, attraverso la pena di morte, riportare la Francia al terrore della ghigliottina, o dalla flemma di Monsieur Hollande che dovrebbe fornire ai francesi spiegazioni su come, in termini di sicurezza, si poteva evitare questa strage.

Le due matite al posto delle torri gemelle di Geluck lasciano spigoli di riflessione a chi come me ha scelto di inserire nel proprio picprofile l’urlo solidale Je suis Charlie, doloroso hashtag su Twitter che ci porteremo appresso nel corso di questo 2015 e orribile sequenza di un film mai girato da Claude Chabrol sul massacro di un gruppo di intellettuali che, con le loro matite e le loro vite, hanno difeso dal bavaglio la storia della satira francese. La strage di Parigi è una cicatrice che la Quinta Repubblica francese non rimarginerà così come sarà per la politica di Hollande, il più flaccido inquilino all’Eliseo. 

Caro Prof. Paredes, in viaggio nella tua Andalusia per ritrovare le radici del mio Sud

Rosario PipoloCaro Prof. Paredes, la storia di Pietro ci accomuna, ritaglia le nostre vite riflesse tra le pagine del mio romanzo L’ultima neve alla masseria, che con orgoglio ho portato in Spagna. In Andalusia ho ritrovato il mio Sud con i rumori, i suoni, le voci e mi sono ricordato delle parole di nonno Pasquale. Portandomi a spasso nella mia Napoli, mi ripeteva: “I pregi e i difetti di questa città ce li hanno lasciati in eredità gli spagnoli”.

Il confine tra un pregio e un difetto è labile e dipende dalla propria visione della vita. Dopotutto la testardaggine di Pietro nel voler trasformare il Sud come prospettiva del viaggio e dell’esistenza è il pregio più grande, robusto come la corteccia di una quercia. Ed è proprio quella corteccia che ho colto negli spunti di riflessione lasciati dalla tua analisi del mio racconto, in occasione della presentazione all’Instituto Andaluz de la Juventud di Granada e dell’emozionante lettura teatrale dell’attore Marcos Julian.

Professor Paredes, il viaggio nelle proprie radici è il punto per ritrovarsi al di là delle differenze culturali, sociali, linguistiche. Mentre disfo la valigia e mi rimetto a scrivere, tu sei in Perù, dall’altra parte del mondo. Eppure un giorno torneremo a condividere storie, quelle private mescolate a quelle visionarie sotto l’ala dell’amore per il cinema che non ci molla. Attraverseremo lentamente l’Andalusia fino alla tua amata Cordova e poi troveremo una scorciatoia per tornare a Napoli, perderci nei Quartieri Spagnoli e sbucare all’entrata della Federico II, la mia università che ti ha ospitato in diverse occasioni.

Difenderemo a denti stretti le nostre memorie reciproche e ci ricorderemo che il futuro resiste nelle “radici con le gambe lunghe”. Ci terremo alla larga dalla rabbia e dalla pietà che vorrebbero allungare la siesta di ogni Sud di questo mondo e dagli illusi  cialtroni,convinti che gli umanisti possano essere rimpiazzati da venditori di fumo e affaristi girovaghi.

Il viaggio di Pietro ricomincia dall’Andalusia.

9 settembre 2014: l’emozione di ascoltare in mono come allora il vinile dei Beatles…

Rosario PipoloFatevelo raccontare dalle nonnine di Liverpool cosa accadde nei negozietti di musica ai tempi del Mersey Beat quando apparve Please Please me, il primo album dei Beatles. Più di mezzo secolo fa la musica si ascoltava in mono e, oggi 9 settembre 2014, tocca capirlo anche alla generazione che divora canzoni in formato digitale. The Beatles in Mono, il lussuoso cofanetto dei Fab Four che ripropone i vinili orginali in versione mono, è più di un capriccio feticista.

Nell’agosto del 1990, in occasione della mia prima fuga a Liverpool ancora minorenne, incrociai un venditore di musica degli anni ’60. Mi raccontò delle file di ragazzine che si appostavano nel retrobottega alla vigilia dell’uscita di un nuovo album di John, Paul, George e Ringo. La Universal non è riuscita neanche a consegnare i Mono Box nei grandi store musicali di Milano. Segno che i tempi sono cambiati, che le file sono diventate flussi di acquisto su Amazon, che la crisi ci costringe a vedere un LP come superfluo.

Negli anni ’60 la musica era pura “monofonia” e le prime apparecchiature in  “stereofonia” erano davvero lusso. Ricordo quando da Liverpool mi portai una delle prime stampe di With the Beatles in mono e provai a metterla sul mio giradischi e percepirne le variazioni d’ascolto. Non si restaurano solo i film, ma anche la musica. Rispetto agli errori fatti sui remasters dei Pink Floyd, per i Beatles la faccenda è diversa. Tuttavia, la versione CD di the Beatles in Mono del 2009 aveva solo una pecca: il suono mono aveva come fonte i master digitali, perdendo fragranza e spontaneità.
Su questi vinili 180 grammi di oggi i Beatles tornano a cantare “nel mono di allora” grazie agli ingegneri del suono. Questa volta hanno lavorato al mastering sull’analogico.

A cosa serve tutto questo? A ricordare che un disco allora non era fatto soltanto di ascolto ma anche di tatto:  l’artwork, la copertina apribile, i testi delle canzoni. A ricordare che, lungo il marciapiede dei vent’anni dei miei genitori, bastava un disco per essere felice, lontano dall’ingordigia dei giorni nostri. A ricordare che sono in tanti quelli come me che hanno calcato i passi della propria vita sulle canzoni dei Beatles.
A me succede dall’età di 14 anni. Allora chiesi a mia madre i soldi per comprare tutti gli album dei Beatles. Fu un prestito mai restiutito che si trasformò in un regalo: quello di aver messo una passione legittima sul piedistallo della mia vita.

Diario di viaggio: se al castello di Bevilacqua le stelle stanno a guardare

Rosario PipoloSe le stelle stanno a guardare attraverso un castello, allora ti convinci che la magia della tappa di un viaggio può prendere la piega dell’autenticità. Nei miei vagabondaggi mi tengo alla larga dai “resort siliconati” che si sforzano di essere ciò che non sono.

Cinque anni fa sono finito la prima volta al Castello di Bevilacqua: in quella zolla di frontiera veneta tra il vicentino e il padovano, mi sono sentito come il forestiero finito nelle buone mani di una famiglia castellana. Roberto, Miresi, Anna, Marco e i piccoli Andrea e Giulia mi hanno guidato a vestirmi con la storia di questa location che custodisce memoria, irradia un territorio spesso dimenticato.

Le stelle sanno metterci il resto, se capiti al castello ad un passo dalla magica notte di San Lorenzo. Le stelle si appostano già qualche sera prima e così Roberto Sannevigo, presidente del Planetario di Padova, mi toglie piccole curiosità, svela segreti e mi racconta della sua infinita passione per le stelle.
Non capita spesso una piacevole cena sotto le stelle e così tra una portata e l’altra mi concedo “il lusso” di importunare lo chef per farmi spiegare qualche trucchetto. Lui però non sa che io sono una vera frana ai fornelli!

Se le stelle stanno a guardare al castello di Bevilacqua, io allora fisso quella che brilla di più e mi torna in mente un veneto sognatore che più di venticinque anni fa vide un castello abbandonato e se ne innamorò. Gabriele non era un visionario, era piuttosto il veneto che sapeva rimboccarsi le maniche e fare dell’ultimo pezzo della sua vita il prolungamento di un sogno da condividere con tutta la comunità del territorio.

Con i sogni si può costruire la vita. Perciò ogni volta che me ne vado dal castello di Bevilacqua, ho una voglia matta di rimettermi a scrivere. Sono le piccole storie “segrete” dell’Italia che mi piace raccontare. Nessuno aveva capito il motivo per cui sono tornato al castello di Bevilacqua: riprendermi la stella del viaggiatore. Oggi quella stella brilla tra memoria e sogni futuri e porta il nome di Gabriele Cerato. I suoi nipoti Anna e Marco, che sembrano usciti dalla famosa canzone di Lucio Dalla, hanno la sensibilità per diffondere tra i giovani questa passione.

Caro Paperino, ti scrivo per i tuoi 80 anni…

Rosario PipoloCaro Paperino,
oggi compi 80 anni
e sei l’eroe più ribelle delle storia dei fumetti. Anzi no, sei l’antieroe. Chi nasceva negli anni ’30 sul pianeta Disney era condannato a fare la parte del “buonista”. Per fortuna a Paperopoli  le cose vanno diversamente da Topolinia, la metropoli asfissiata nel cellofan odioso del “va tutto per il meglio”, quando poi non è così. La blusa da marinaio dal bon ton sbarazzino sembra fregata a Braccio di Ferro ma becco e zampe arancioni ti rendono riconoscibile da adulti e bambini.

Chi si cala le brache, denigrando il potere dell’immaginazione, pensa tu sia un papero da bambini; chi invece si alza incazzato ogni santo lunedì, tenta di tenersi alla larga dalla sfiga, è un arruffone e scansafatiche verso i legami affettivi imposti, mastica nevrosi ed è in fuga perenne dello stess metropolitano , sa bene che nessuno è più papero per adulti di te.

Nel giorno del tuo ottantesimo compleanno, invece di finire per strada ammalato e con il bastone, sei ringiovanito. Nel tuo sguardo c’è un so che di  “modernità”, come il tratto della matita di Don Rosa, che mi lasciò una dedica su un albo a fumetti di seconda mano. Se la sfiga che ti accompagna fa ritrovare la tua Paperina con una scatola di cioccolatini scaduti come regalo di anniversario, la generosità che veste il tuo caratterino ti ha concesso la meritata longevità.

Mi hai contagiato con la tua vena polemica e hai riempito con un misurino di inchiostro la mia penna. Non mi sono limitato a rincorrerti nelle classiche storie a fumetti, destinate, con l’avanzare dell’età, a finire impolverate in soffitta. Sei stato per me lo specchio dentro cui riflettere lo squilibrio di follia sovversiva, che schiaffeggia quella che per gli altri è noiosa e insignificante routine.

Sei così pigro che non leggerai questa lettera. Lo so. Io però ho fatto una furbata. Te l’ho riposta sotto il cuscino. La troverai appena ti sveglierai dai tuoi sogni che vanno avanti da ottant’anni, il doppio degli anni della mia generazione.

I nostri cent’anni di solitudine iniziano oggi, senza Gabo!

Disegno di Jaime Molina

Rosario PipoloSul mappamondo non c’è Macondo, ma i luoghi raccontati attraverso la magia del realismo e l’immaginazione fissano una loro geografia. E’ la geografia che schiaffeggia il riverbero del tempo, nonostante tutto. José Arcadio Buendía è troppo impegnato a custodire sogni e illusioni patriarcali per accorgersi che la penna di Gabo ha smesso di sputare inchiostro.

I nostri cent’anni di solitudine cominciano lentamente proprio oggi, in questo venerdì, ai piedi delle tante “croci” su cui, nel secolo scorso, hanno inchiodato i sogni della Colombia e dell’America Latina tutta. L’inchiostro di Gabo ha annerito con poesia e impagno civile il sangue versato dai sudamericani per il proprio riscatto; storie dense e personaggi dalla forte identità hanno mandato al patibolo i “Giuda” che volevano la Colombia culla di mercenari e trafficanti di droga.

Gabo diede il ben servito ai “Pilato” americani che si lavarono le mani mentre i golpisti cileni scelsero il loro “Barabba”. La spada affilata di Gabo fu quella del combattente contro gli orrori della dittatura di Pinochet; il suo manifesto letterario era impregnato di valori del socialismo, fatto passare da tanti per comunismo, vista l’amicizia stretta con Fidel Castro.

Per il mondo è morto un gigante della Letteratura del ‘900. Per gli intellettuali è scomparso un Nobel. Per chi ha passato una vita a leggere i suoi libri, se n’è andato Gabriele Garcìa Marquez.
Per alcuni di noi non è successo nulla di tutto questo, perché i sogni fatti di parole di carta e passione civile non si fermano mai. Perciò oggi saremo a Macondo, con gli occhi puntati al cielo insieme alla famiglia Buendia, per sentirci liberi e orgogliosi di essere sudamericani.

Il cuore batte ancora per Gabo. Semplicemente, grazie.

Primavera: 40 storie da questo blog in un ebook su Amazon Italia

Rosario PipoloIn un afoso pomeriggio d’estate del 2008 ho aperto questo blog. E’ diventata la mia scrivania prediletta in Rete. Tanti post mi sono rimasti accanto e me lo faceva notare ciascuno lasciando un commento. Dopo 5 anni di attività mi sono chiesto: in quale angolo saranno finite tante di quelle storie? Sì, perché rileggendone alcune è come avere sotto gli occhi ritagli di racconti. Ne ho scelte 40, proprio come i miei anni, e le ho raccolte nell’ebook 40 storie (di un giornalista travestito da blogger con i lacci sciolti), disponibile da oggi su Amazon Italia.

Dopo vent’anni di lavoro tra editoria offline e online, sperimento per la prima volta il selfpublishing. Per leggere l’ebook non è necessario avere un ereader Kindle, ma qualsiasi device su cui potete scaricare l’app di lettura. Non è stato facile scegliere i post ma mi è venuto spontaneo ricucirli. Il filo conduttore resta il viaggio, su e giù per l’Italia, a caccia di storie vissute, di persone vere, popolando ritagli di cronaca e attualità con opinioni ed emozioni: il neonato che lotta per trasformare l’incubatrice in una culla; il vicino di casa che si preoccupa per te;  il coniglio che voleva assomigliare a un cagnolino per far felice mia sorella o il vigile che si fa custode della terra dei fuochi. Parto con quella dedicata a Lizzie e alle donne di una fabbrica di New York, che un secolo fa diedero significato al giorno della mimosa. Questo post è stato inserito nell’archivio della fondazione americana delle famiglie delle vittime di quell’incendio.

Accanto alle storie, ci sono le soste per mangiare durante i vagabondaggi da globe-trotter in Italia, tra il 2008 e il 2013, dalla trattoria sperduta nel montavano alla pasticceria catanese. Spero via siano utili per il vostro prossimo viaggio. Grazie a Camilla Aro per le illustrazioni con la sua matita magica e a Federica Piersimoni, popolare e appassionata travel blogger, per aver battezzato il mio primo ebook con una prefazione zeppa di entusiasmo.

Infine, grazie a tutti voi che mi leggete!

40 storie (di un giornalista travestito da blogger con i lacci sciolti) su Amazon Italia!

Diario di viaggio: l’elogio alla lentezza del fabbro Campana oltre “la masseria dei ricordi”

Rosario PipoloOltre lo steccato del mio libro, c’è la “masseria dei ricordi”. Uno, due, dieci, cento istantanee in fila indiana. Hanno ragione Eugenia Russo e Anna Riva di Emeis che, in occasione della presentazione di “L’ultima neve alla masseria” alla Feltrinelli Point di Pomigliano, puntualizzano: “Pietro è come Rosario, è come ciascuno di noi che senza la sua storia, la sua armonia, il suo passato ed i suoi progetti futuri non avrebbe senso, significato, importanza. Noi siamo quello che raccontiamo. La narrazione è un modo per dare forma alle proprie emozioni.”

I ricordi non sono mai stantii, anche se restano fuori dal perimetro del racconto stesso. Sbircio tra il pubblico in libreria. Tra loro c’è una faccia nota e il suo sorriso mi riporta ai tempi del liceo. Ha gli occhi luminosi come quelli del fabbro Campana. Nelle tiepide mattine di maggio andavo a scuola in Vespa. Papà della mia compagna di classe, il fabbro di Pomigliano d’Arco aveva la bottega a pochi passi dal liceo. Mi lasciava parcheggiare il motorino nel suo giardino e lo teneva d’occhio.

Una mattina non entrammo in classe, perché a scuola mancava l’acqua. I miei compagni se la diedero a gambe ed io mi trattenni nella bottega del fabbro. Mi piaceva osservarlo a lavoro. Mentre riponevo i quaderni nel bauletto della vespa, l’uomo taciturno mi disse: “Ti meravigli che io continui ad usare lo stesso arnese da quando sei arrivato? Bisogna essere lenti come una lumaca per mettere l’anima in ciò che facciamo”.
L’elogio alla lentezza del fabbro Campana ha anticipato il mio incontro da giornalista con Luìs Sepúlveda. Durante l’intervista lo scrittore cileno insistette su quanta saggezza ci fosse nel ritmo lento di raccogliere i dettagli della vita. Forse Sepúlveda aveva già in cantiere di regalarci le pagine di Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza.

I ricordi non sono mai stantii se modellano l’interiorità del nostro futuro. Lo sussurravano già allora gli arnesi del fabbro Campana. Oggi nel bauletto della mia Vespa rossa ho trovato la carezza che mi lasciò in occasione del nostro ultimo incontro. Nella “masseria dei ricordi”, quelli miei, c’è anche il fabbro Campana ed ho riconosciuto la sua carezza, attraverso l’abbraccio della figlia Rachele, nell’ultimo viaggio alla Feltrinelli Point di Pomigliano d’Arco.

Rileggere “La Califfa” ad alta voce è il miglior elogio funebre per Alberto Bevilacqua

Rosario PipoloDovremmo rileggere La Califfa di Alberto Bevilacqua, scomparso poche ore fa a Roma all’età di 79 anni, per indossare di nuovo quella sottoveste che il Belpaese ha bruciato nell’ultimo ventennio di malessere politico e sociale. Ritrovare la sensualità di Irene, la protagonista del bestseller di Bevilacqua, diventato un celebre film, ci farebbe bene per scampare il subdolo pericolo di scambiarla con le nuove vedette alla Ruby che popolano la pattumiera della Seconda Repubblica tutta “Sex and Politics”.

La sottoveste è quella “operaia”, senza fronzoli o doppi merletti, che il Belpaese rinnegò durante i fasulli “happy days” del regime democristiano. La bella Califfa di Bevilacqua, cresciuta nell’Italietta di provincia delle rivolte operaie, protegge lo charme anche quando l’amore la porta in una direzione opposta, verso l’industriale cinico e avaro, che vorrebbe profumarla per toglierle di dosso l’odore sbriciolato di fabbrica.

Alberto Bevilacqua, figlio della Parma che dai granduchi fini nel palmo della mano operaia, ci ha lasciato un bel ritratto femminile, che oggi mette in evidenza lo squallore delle nuove dee della bellezza femminile, sottomesse e svendute agli orchi dei Palazzi di lusso. Vorremmo che da una di queste stanze uscisse l’erede della Califfa, con lo sguardo impavido di chi non si fa sottomettere al potere ed è pronta a ritornare nella terra che l’ha partorita, senza rinnegare le proprie origini.

Alberto Bevilacqua è morto e nessuno riuscirà più a smuovere quella penna per convincerlo che il tanfo operaio della protagonista del suo romanzo sia robaccia di altri tempi. Anzi no, di un solo tempo, quello in cui L’Italia rinnegava di essere stato un paese operaio, mentre noi uomini ci appostavamo ancora all’uscita degli stabilimenti per innamorarci di quelle donzelle che sapevano esprimere la propria femminilità anche sulla catena di montaggio.