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Ciao Antonio, amico e dono della “strada” di periferia

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rosario_pipolo_blog_2Ci ho messo mezza vita per bollare la consapevolezza che la strada mi ha donato la maggior parte delle persone che hanno abitato la mia esistenza. Non ho detto un condominio, un appartamento, il terzo piano di un palazzo. Ho detto la strada, una strada di periferia, punto. L’infanzia ti dona gli amici, ma poi con il passare del tempo te li sottrae.
La strada no, li spinge tra le braccia della quotidianità e li lascia vivere lì, in un angolo, anche quando te ne vai, anche quando sei dall’altra parte del mondo, illudendoti che nei posti in cui sei cresciuto tutto resti immobile e la memoria sia protetta da una forzuta campana di vetro.

Quella con Antonio è stata un’amicizia fiorita per strada, lì alla periferia di Napoli, anche se con suo fratello minore c’eravamo conosciuti tra i banchi dell’asilo. Con il passare degli anni mi divertiva il fatto che io e Antonio avremmo potuto comunicare con i segnali di fumo, perché i nostri balconi erano dirimpettai in linea d’aria.

Il posto dove lo rincorrevo era un polveroso campetto di calcetto, soprannominato da noi ragazzini “campetto dell’Avis”, perché si trovava a pochi passi dall’associazione dei volontari donatori di sangue. Io con il pallone non c’entravo nulla, ero assolutamente imbranato e l’unica scusante era il destino da piccolo occhialuto “quattr’occhi”. Antonio era sempre garbato in occasione di quelle poche partitelle in cui mi tiravano dentro.
Quando anni dopo lo ritrovai con i fratelli a gestire un negozio di noleggio video – lì respiravo l’atmosfera del film indipendente Clerks – me ne uscii con questa battuta per cui mi attribuirono un futuro da pubblicitario: “Altro che Warner Bros, tutt’altro cinema con i Cerbone Bros”.

Antonio prese in sposa una mia adorata compagna delle scuole elementari ed io mi convinsi che “la strada” era capace di cucirti addosso una nuova famiglia, fatta da quelle stesse persone che costellavano la tua quotidianità e soltanto in apparenza erano delle comparse.
Le amicizie da strada,
come quelle tra me e Antonio, non hanno niente a che fare con queste odierne misurate tra i mi piace convulsi di Facebook o le logorroiche chat di WhatsApp. Erano tutt’altra storia, avevano il tanfo dell’asfalto, il rialzo di un lungo marciapiede, il recinto di una panchina dove ritrovarsi a chiacchierare e spingere i sogni di quelli della nostra generazione.

Il dolore e la rabbia ti assalgono quando ripensi all’ultima volta che lo hai incontrato, qualche anno fa, senza immaginare che quella sarebbe stata l’ultima. Nessuno ti avverte quando un’amicizia da strada finisce lassù, perché nessuno immagina quanto conti ancora davvero per te.

Adesso chi glielo dice ad Antonio che non ho mai smesso di volergli bene? Gli ho fatto un bel dispetto per questo doloroso scherzo, ho fregato una sua bella foto. La guardo e me lo ritrovo accanto in una notte milanese. Piango lacrime di marzo. Sono sempre io, l’amico di strada con i capelli brizzolati, occhialuto come allora.

Lettera aperta a un bambino dei Nati Per Leggere

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rosario_pipolo_blog_2Sono tornato per guardarti diritto negli occhi nello stesso fazzoletto di terra in cui germogliò la mia infanzia. Sono tornato perché se i piedi non affondano nella terra della memoria, si sbiadiscono i dettagli, scemano i particolari.

Tu sei prima di tutto uno dei Nati Per Leggere perché per fare il mondo ci vuole un libro, per fare un libro ci vuole la vita di chi lo ha scritto, per fare la vita ci vogliono pagine di carta stese al sole come il bucato che profuma d’inchiostro.

Tu sei prima di tutto una storia, una storia di carta, fin dal tempo in cui eri nel grembo di tua mamma, fin dai tempi in cui la mano di Dio ne scrisse una fatta su misura per te, attraverso quel rintocco riconoscibile soltanto sotto le sembianze di un atto d’amore.

Tu sei prima di tutto il coraggio di liberarti dalle ossessioni tecnologiche di noi adulti che abbiamo spodestato l’immaginazione per rinchiuderci nelle celle di schermi piatti. Tu sei prima di tutto la generosità di questi volontari, oggi cantastorie per accompagnarti in un viaggio che ci rende tutti sostanza della nostra comune esistenza.

Tu sei prima di tutto ciò che non sono stati i bambini della mia generazione a cui non raccontarono che il mondo dell’infanzia senza gli educatori è come una fiaba senza incantesimi e fate dorate.
L’ho capito da grande quando mi sono innamorato di un’educatrice che, in una notte di Natale, mi fece papà per un giorno portando tra noi due un fratellino e una sorellina di una casa famiglia, specchio riflesso sui passi del nostro amore e dei genitori che saremmo diventati.

Io e te abbiamo in comune lo stesso fazzoletto della terra allevatrice ed ora che vedo tua mamma, testarda volontaria, strizzare lo straccio per pulire questo spazio-lettura che nessuno mai ti scipperà, sono convinto che tu non indosserai nessuna maschera a Carnevale.
Punta verso il cielo il tuo libro-scudo che ti ha fatto crescere nell’alveare di Nati Per Leggere senza fare come noi bimbi di allora, costretti a travestirci da Zorro per affrontare i bulli con le pistole giocattolo, figli dei lacchè della malavita.

Troverai questa lettera all’alba e io sarò di nuovo in viaggio, perché la mia condanna è avere sempre la valigia pronta. Tornerò, sì tornerò per riprendermi ciò che mi è stato rubato e ad indicarmi la strada sarai tu, sarete voi Nati Per Leggere, germogli del futuro dell’infanzia in soccorso a noi adulti per scontornare e ridisegnare sogni di carta taciuti.

Se incontrate Greta Menchi raccontatele chi era Claudio Villa 

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rosario_pipolo_blog_2Se incontrate Greta Menchi, la YouTuber che ha scatenato la sommossa sui social per essere finita nella giuria degli esperti del 67° Festival di Sanremo, raccontatele chi era Claudio Villa.

Il suo temperamento da ribelle fece del romano Claudio Pica “il reuccio della canzone Italiana”. Da ugola possente tra le strofe di quelle canzoni accompagnò la risalita dei nostri nonni negli anni del Secondo dopoguerra, tra gli affanni della ripresa dell’Italia ferita ed umiliata dal fascismo.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele che ai tempi di Claudio Villa il successo non era fatto delle bolle di sapone di milioni di “mi piace” ma dal percorso di sacrifici che accompagnavano il talento passo dopo passo per fare del canto un mestiere. Figuratevi poi per il figlio di una casalinga e di un vetturino della Roma popolare e trasteverina, lontana dai piani alti di via Veneto.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele che il “reuccio” Claudio Villa battagliò perché al Festival di Sanremo sparissero quelle maledette schedine, antenate del diabolico televoto dei giorni nostri, che mischiarono il galoppo con gli interessi dell’industria discografica.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele che Claudio Villa si infuriò quando il Festival di Sanremo fu invaso dal playback e i cantanti sembravano pupazzi di cartone doppiati dalla loro stessa voce. Fu guerra a viso aperto per far tornare l’orchestra sul palco dell’Ariston. La ebbe vinta e oggi gli riconosciamo il merito.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele che fino all’ultimo minuto, in giacca da camera, Claudio Villa guardò in TV il suo amato Festival di Sanremo. Il 7 febbraio di trent’anni fa, prima che Morandi-Tozzi-Ruggeri fossero proclamati vincitori del Festival di Sanremo del 1987, Pippo Baudo ci diede la notizia triste. Da casa intonammo “Buongiorno tristezza” e forse Sanremo fece un grande errore: avrebbe dovuto togliere con l’ascia del legno dal palco dell’Ariston e rivestire il feretro del signor Claudio Villa.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele che non appartengo alla generazione di Claudio Villa, ai tempi ero uno sbarbatello di terza media. Ho cercato la memoria delle mie radici nell’Italia “povera ma bella” dei miei nonni, quella vissuta al cinema grazie ai Risi, agli Steno, ai Monicelli, ai De Sica, ai Visconti.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele chi era Claudio Villa, senza vezzi nostalgici in bianco e nero, ma con un pugno che tiene stretto il tempo della vita, senza la tachicardia del voyeurismo volgare dell’età dei social network.

Last Christmas e il pop controverso di George Michael

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rosario_pipolo_blog_2La canzone beffa, “Last Christmas”, l’inno natalizio dietro cui si è nascosta un’intera generazione, alla deriva sulla zattera dei pirotecnici e vuoti anni ’80. Era scritto subdolamente nei versi di questo 45 giri da milioni di copie vendute che la vita di George Michael si sarebbe fermata sulle note di “l’ultimo Natale”. In questo perfido anno bisestile che si è portato via Bowie, Prince , Coehen, la stessa sorte è toccata anche a George all’età di 53 anni nel pomeriggio del 25 dicembre di Natale. Le fonti ufficiali parlano di infarto, ma i dubbi restano sulla scomparsa improvvisa del musicista britannico.

Il pop di George Michael ha cavalcato onde fatte di alti e bassi, addolcendo una generazione troppo distante dal rock graffiante e ribelle degli anni ’70 per ammettere che bisognava accontentarsi, che gli incentivi musicali andassero presi con le pinze.
I Wham furono pop disimpegnato nell’Inghilterra Thatcheriana che non voleva ribelli tra i piedi e la conservatrice Lady di Ferro si accorse che al numero 10 di Downing Street persino la servitù se ne sbatteva degli impolverati canti natalizi londinesi pur di canticchiare “Last Christmas, I gave you my heart but the very next day, you gave it away”.

Il canzoniere dei Wham galoppò classifiche di tutto il mondo, ma la voce di George Michael fece battere il cuore agli dei con due esibizioni che hanno scritto due pagine di storia della musica live: Don’t Let the Sun Going Down On Me con Elton John nel 1991 e Somebody to Love con i Queen nel 1992.

Geroge Michael si reinventò tra scivoloni di dance pop e soul bianco all’alba degli anni ’90, alla ricerca di una maturità musicale offuscata dalla vita privata: la morte del compagno a causa dell’AIDS, la depressione, il silenzio, il coming out arrivato soltanto alla fine del decennio. Ribadì in diverse circostanze: “Definisco la mia sessualità nei termini delle persone che amo”.

I legionari del pop oggi lo rimpiangono non tanto per la coralità di “Last Christmas”, quanto perché fecendo due conti in tasca hanno visto che anche la musica disimpegnata politicamente può spalleggiare ribellione: contro le dittature dei discografici, contro il patimento del vivere per apparire, contro chi impone l’ascolto della ragione e non del cuore per capirci qualcosa in più della vita.

Apostolo di questa ribellione controversa  è stato George Michael, morto prematuramente tra le braccia dell’Inghilterra post-Brexit frantumata in pezzi.

Il mio legame con la Francia in dieci anni di lavoro in Europ Assistance

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Martin Vial, CEO del Gruppo Europ Assistance dal 2003 al 2014.

rosario_pipolo_blog_2La Francia mi appartiene da sempre, prima della nascita, fin dai tempi in cui parte della mia famiglia paterna si era trasferita nel Sud del Paese. Questo legame fu sigillato quando mi iscrissi a Lingue Straniere all’università e il francese fu il passe-partout per le porte d’oltralpe.
Furono viaggi continui, fughe che mi spinsero tra Tolone e Marsiglia, facendomi diventare parte di quella comunità; furono canzoni, quelle di Gainsbourg, Brassens, Dalida, Ferré, Brel, Piaf, Pagny; furono quintali di romanzi e chilometri di pellicole cinematografiche francesi tra Cannes e Venezia; furono chili di pain au chocolat a colazione e litri di Perrier; furono interviste a Charles Aznavour e Juliette Greco; furono scarpinate a Parigi e la mia prima volta nel ’96 da giornalista accreditato al Moulin Rouge; fu la mia penna che firmò un articolo sul quotidiano francese Le Corse-Matin.

Quando dieci anni fa Europ Assistance, la compagnia d’assistenza di Generali fondata da Pierre Desnos nel 1963, spalancò le sue porte al mio percorso professionale, mi sembrò una beffa del destino: la Francia tornava nella mia quotidianità.
In questo lungo tempo di attività tra le file della comunicazione digitale, c’è uno scatto inedito che oggi tiro fuori dal mio archivio e mi ritrae con il CEO del Gruppo Martin Vial, in carica dal 2003 al 2014. In vent’anni e passa di attività giornalistica le mie frequentazioni sono state personaggi dello spettacolo e della cultura e non di certo grandi manager della portata internazionale.

Ebbi modo di conoscere Vial in occasione di un viaggio a Parigi nella sede del Gruppo per il lancio  di NetGlobers, primo portale online sulla sicurezza in viaggio. Mi colpì l’attenzione data anche a “risorse invisibili” come me, che per ruolo e mansione restavano lontane da vetrine e riflettori, passando  del tutto inosservate.

Ritrovai allora la Francia luminare, quella della Quinta Repubblica guidata da François Mitterand, capace di cogliere nel talento di un manager umanista come Martin Vial l’equilibrio tra Pubblico e Privato, la congiuntura tra l’alta carica istituzionale e le sfide di un grande gruppo aziendale. La Care Revolution dell’ex numero uno delle Poste d’oltralpe ha rappresentato la visione lungimirante per trasformare il brand francese di Europ Assistance, inventore assoluto dell’assistenza, in patrimonio dell’umanità.

Questa è una polaroid che conserverò dopo dieci anni di lavoro in Europ Assistance. Al di là di quelle che saranno le mie scelte future, la Francia, in quel viaggio di ritorno da Parigi, mi restituì la piena consapevolezza che sul posto di lavoro non ci saranno intelligence artificiali o algidi algoritmi che rimpiazzeranno mai il valore di una risorsa umana. 

Esercizi d’amore: (meglio) sposare la persona “sbagliata”

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rosario_pipolo_blog_2Tra i ritagli della mia rassegna stampa avevo messo da parte un articolo di Alain de Botton, apparso a fine maggio scorso sul New York Times e poi ripreso in Italia da Il Post. Lo scrittore senza troppi fronzoli metteva in risalto come l’idealizzazione e la nube tossica del romanticismo ci portino a sposare la persona sbagliata.

Non mente la penna svizzera quando elenca la quotidianità della vita matrimoniale tra rate del mutuo da pagare, bambini da portare a scuola o barcamenarsi in quella routine che non ci farebbe riconoscere neanche i bigliettini che scartavamo a prima mattina dai baci di cioccolato.
Privo della saggezza e acutezza di uno scrittore alla portata di de Botton, mi sono piazzato sull’altra sponda ad osservare coloro che saranno nelle condizioni di sposare la persona giusta: calcoleranno tutto per filo e per segno; si pavoneggeranno nel benestare degli altri con il meritato “come state bene insieme”; faranno della logica la planimetria di un progetto di vita insieme.

Il rischio, a mio modesto parere,  è che dietro la logica si nasconda una felicità di cartongesso. Chi si accontenta gode, sillabavano dalle mie parti. Chi non si accontenta?
Chi non si accontenta finisce per sposare la persona sbagliata perché, mettendo da parte la saggezza di Alain, tutto parte dall’unico muscolo, custode del nostro innamoramento da evoluzione della specie: il cuore.

Caro Alain, sa cosa le dico? Nell’era dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi di Facebook che vorrebbero mescolare le carte; nello sproloquio degli schermi digitali che ci fanno camminare con gli occhi bassi; nel tempo divoratore che deve mettere alla prova per forza chi dovrebbe camminare al nostro fianco, abbiamo dimenticato l’essenzialità.
Quando un dì ci libereremo delle vecchie carcasse dei nostri corpi ingombranti, non saremo zombie perché ci siamo ostinati ad essere anime che hanno vissuto.

Sì, sposeremo la persona sbagliata con il rischio che ci tiri appresso il mazzo di fiori per San Valentino o ci lanci dalla finestra il regalo di Natale, senza neanche il tempo di sbraitare “che caratterino”. In quel momento ci torneranno in mente le sagge parole di Papa Francesco: “Tiratevi pure i piatti, ma alla fine fate pace”.

Sposeremo la persona sbagliata, non per partito preso, ma con consapevolezza irresponsabile, ovunque essa sia sulla strada della felicità.

Gallarate: la sicurezza in strada fa la dignità del cittadino

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Rosario PipoloIn un bar di Gallarate, in provincia di Varese, raccontavano che il papà di Valentino passava lì tutte le mattine a prendere le brioche. Di rado c’era anche il figlio e mi viene il dubbio di averlo incrociato qualche mattina. Da oggi Valentino non farà più colazione nel piccolo bar del varesotto, perchè ieri mattina è stato travolto da un autoarticolato con la sua bicicletta e ci ha rimesso la vita.

Questo potrebbe essere uno tra i tanti e dolorosi ritagli di cronaca che riguarda da vicino chi si muove in bici nel nostro Paese. In un report del 2012, l’ACI aveva rilevato 15.100 ciclisti feriti e 166 morti in ambito urbano, un dato che ci fa dubitare seriamente della sicurezza stradale, che tra l’altro mette a repentaglio la vita degli amanti delle pedalate.
La rotonda a Gallarate, quella della lunga e trafficata via Torino dove ha perso la vita il giovane di 27 anni, negli ultimi anni è stata teatro di tanti incidenti e sciagure.

Per giunta qui di mezzo ci sono gli autoarticolati che ogni santo giorno sfrecciano a velocità insensata verso la famosa superstrada di Malpensa, dimenticandosi di essere in un centro urbano. In orario mattutino ho visto sulle strisce pedonali accanto a questo maledetto rondò pedoni prendersi un bel vaffa dagli autotrasportatori furiosi, sgarbati e maleducati. Non sono più disposti neanche a perdere qualche secondo in più per concedere il legittimo “lascia passare”? Figuriamoci poi per un ciclista, che viene continuamente maledetto.

La sicurezza in strada fa la dignità del cittadino e ogni comune ha il diritto di farsi in quattro per garantirla. Dopo gli accertamenti delle forze dell’ordine, la triste vicenda di Valentino avrà il suo finale, ma ogn cittadino che si rispetti non vuole chiedersi più chi sarà la prossima vittima di quel rondò.
Ho sostituito la foto da cronaca del rottame a due ruote con questo mio scatto di sabato scorso. Forse proprio tra questi alberi tinti d’autunno pochi di noi si sono accorti delle ultime pedalate felici e scanzonate di Valentino.

Addio a Dario Fo, giullare inviato da Dio a teatro

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rosario_pipolo_blog Non nascerà più un altro Dario Fo. Dio ne ha mandato uno in terra e ha scelto di farlo ramificare in Teatro, come una quercia. La vita è fatta di stagionalità, l’esistenza di più vite, di rinascite e mutamenti, evoluzioni e rivoluzioni.

Fo ha sgominato il tempo facendosi maschera; ha scarnificato la letteratura saccheggiando la commedia dell’arte e ricostruendo nel nostro presente le luci e ombre medievali attraverso il “Mistero buffo”, che ci ha fatto guarire dall’alibi disonesto della rassegnazione.

Dario Fo ha celebrato  (San) Francesco come giullare di Dio, noi oggi ne riconosciamo un altro: Fo, giullare di Dio appunto, alla sua maniera di restituire “dignità agli oppressi” o contrastare il Padreterno con delle interrogazioni che hanno reso l’arte del teatro la via paradossale per tentare di capirci qualcosa del mistero della vita.

Da qualche parte sta scritto che “dietro un grande uomo ci sia una grande donna”. Franca Rame  è stata compagna, moglie, confidente, prolungamento del giullare che ha viaggiato nel ‘900 senza subire passivamente gli squilibri degli spostamenti.

Prima di essere Nobel per la Letteratura  è stato legno del palcoscenico da cui germoglia il gramelot e gli stilemi della lingua fatta di mescolanza di dialetti; prima di essere attore e drammaturgo, è stato il sovversivo contro gli atti intimidatori e censori dei poteri forti e occulti della nefasta Prima Repubblica italiana; prima di essere Dario Fo, è stato “Dario e Franca”, quel duo inscindibile che oggi si prenderebbe burla di tutti gli ipocriti che lo piangono.

Mai come stanotte non vorrei essere lontano da Milano, dal corso di Porta Romana in cui ogni sera rincasava e trovava un bocciuolo nelle piantine che gli aveva affidato Franca. Chi ha fatto del teatro una ragione di vita non deve vergognarsi di versare lacrime, perché Dario Fo è stato il faro nel buio che ha smascherato le nostre coscienze, facendoci vedere in quale “merda” mettevamo i piedi.

Negli ultimi ventidue anni della mia vita ho condiviso diversi momenti con lui tra camerini e teatri, chiacchiere che furono schegge di interviste fino all’ultimo brindisi per i 90 anni al Piccolo di Milano, nella penombra del tempietto di Strehler e Grassi.

La prima volta non si scorda mai, in un camerino del teatro Bellini di Napoli, con Franca che si affaccia e bisbiglia: “Dario, Dario, guarda questo giovane napoletano, garbato e preparato, quanto ne sa su di noi”. Dopo l’intervista, si infilano il soprabito, mi prendono sottobraccio e scendiamo insieme le scale del teatro fino all’uscita sul retro.

È un ritaglio della mia vita che ho sempre custodito senza sgualcire  e, nel pieno di questa notte vuota e miseramente silenziosa, ritorna a galla con prepotenza: l’arroganza del memento si porta via con Dario Fo il Teatro che da burattini di legno ci ha trasformato in uomini veri, stessa materia di cui è fatta la coscienza civile.

Nonni per sempre nella grande festa della vita

festa-nonni-2-ottobreLa mia vita è spaccata a metà. I primi 23 anni sotto la custodia dei miei nonni Pasquale e Lucia, gli ultimi venti senza di loro. Il dolore per la perdita immensa spettinò i miei vent’anni, li scapigliò e mi fece rendere conto che non avrei mai avuto bisogno di una festa dei nonni per ricordarli.

I nonni non si celebrano, si vivono, qualsiasi sia il rendiconto da pagare, anche quello di sovrapporli ai genitori. I parenti sono suppellettili, è legittimo svincolarsi lungo il corso della vita.
I nonni no, soprattutto coloro ai quali abbiamo consegnato la chiave d’accesso alla nostra nascita, infanzia, adolescenza, al nostro divenire uomini. E questo non perché li incoronai nonni  proprio con la mia nascita, all’alba dei loro cinquant’anni.

Non è questione di posizionamento, nonostante le dicerie popolane insistano che il primo nipote sia come “il primo amore”, non si dimentica mai. E’ questione di accoglierli nella propria vita come fari della quotidianità, senza ridurli alla coppia di anziani da andare a trovare qualche domenica a pranzo.

Ho lasciato che i miei nonni ingombrassero la mia vita con amore, saggezza, presenza quotidiana, coinvolgendoli in qualsiasi cosa facessi, senza l’odiosa soggezione che alza muri e barriere. Nonno Pasquale e nonna Lucia mi hanno fatto ricco, lasciandomi una grande eredità: i piccoli e grandi segreti di famiglia, un patrimonio della memoria per affrontare la vita e imparare a distinguere le persone mediocri da quelle altruiste, fatte di sostanza e non di apparenza gonfiabile.

Nonno Pasquale mi donò un’edizione del libro Cuore degli anni ’50, su cui aveva scritto il suo testamento: “Leggo e rileggo questo libro e più mi rendo conto che non tutti gli uomini sono cattivi verso il prossimo. Che Iddio non si dimentichi mai di me”. Dopo la sua scomparsa, nonna Lucia esaudì il mio desiderio di far scolpire queste parole sulla sua lapide.

Non ho bisogno della Festa dei Nonni o dei bagordi di una ricorrenza per fingere di essere stato un nipote premuroso. Loro restano sostanza del mio divenire e il vuoto vissuto per la loro perdita di allora si è trasformato nel dondolio di memorie e futuro. Ci ritroveremo un giorno, come se niente ci avesse mai separato, nella soffitta dell’eternità.

Cara Amatrice, mi fa tremendamente orrore…

disegnorosario_pipolo_blogMi fa tremendamente orrore tornare dal Giappone, un Paese che fatto della prevenzione un cardine della sua civiltà, e trovarmi nell’Italia ferita dal terremoto micidiale di Amatrice.

Mi fa tremendamente orrore osservare ai funerali di Stato le stesse facce provenienti dalle fila delle istituzioni che hanno consentito, sottobanco, che si speculasse sulla vita della gente.

Mi fa tremendamente orrore riprendere la vita di tutti i giorni nell’Italia fatta da sciacalli che costruiscono case e scuole di cartone, senza vergogna, in una penisola sismica come la nostra.

Mi fa tremendamente orrore appoggiare gli occhi su queste bare, riascoltando il playback dei medesimi sermoni che le istituzioni hanno tirato fuori dopo i recenti terremoti di L’Aquila e Finale Emilia.

Mi fa tremendamente orrore pensare di appartenere a questa Italia che, senza un minimo di vergogna (dimenticavo che anche quest’ultima stata barattata tra le fila dei corrotti), si è disfatta del ricordo degli angeli di Umbria e Marche del sisma del ’97 o dei bimbi dello sfacelo di San Giuliano di Puglia, in Molise, del 2002.

Mi fa tremendamente orrore vederli sfilare con gli elmetti e quell’aria spavalda da campagna elettorale, perché questo Paese non ha più bisogno del cliché del presidente operaio e dei suoi simili.

Mi fa tremendamente orrore pensare che ci saranno altri sismi di questa portata e noi saremo impreparati, perché abbiamo permesso a miserabili assassini di più generazioni politiche di sperperare il nostro denaro pubblico.