
Ogni giorno che passava, Leopold si chiedeva se l’avesse conosciuta in un’altra vita, se si fossero amati in un altro tempo, in un altro spazio, o magari su un altro pianeta. Sì perché quei due si erano innamorati e se lo dissero senza preavviso in una mattinata d’estate.
Lui tirò fuori dalla tasca un’armonica e accennò ad uno strambo motivetto: “L’ho scritto per te – le disse – e volevo fartelo ascoltare”. Poi la prese tra le braccia e la fece danzare. A quel bacio Beatrice non seppe dir di no perché aveva riscoperto l’amore, seppellito sotto terra fino a quando Leopold non era entrato nella sua vita.
Beatrice tornò a ridere, scovò su quella panchina la gioia delle piccole cose della vita mentre quel giovanotto scanzonato strappava dal suo diario pagine della sua storia: l’irrequieta adolescenza nella Berlino comunista; il sogno da liceale di vedere finalmente il Muro frantumato dinanzi ai suoi occhi; l’entusiasmo per il teatro che non avrebbe barattato per nessuna cosa al mondo. E lei gli confessò i suoi piccoli segreti con l’aria di bambina e con il cuore in gola: non si slegava mai le scarpe prima di togliersele, adorava il rosa, non avrebbe mai detto no ad un piatto di tagliolini al tartufo, combatteva l’afa estiva con i ghiaccioli a limone e, quando era felice, si sentiva come un pastello di colore azzurro.
Su quella panchina Leopold e Beatrice dimenticavano chi fossero, almeno fino al giorno in cui quella bambina le saltò sulle gambe: “Mamma, chi è questo signore?”, chiese Klaudia con l’impertinenza tipica di una figlia di sei anni. “Un amico che vuole fidanzarsi con la mamma”, ironizzò Leopold. Klaudia, fulminandolo con lo sguardo, replicò: “Mamma non può fidanzarsi con te perché è già sposata”. Fu in quell’istante che Leopold si sentì crollare il mondo addosso e si ricordò dei tempi goliardici in cui predicava alla combriccola degli amici: “Il primo comandamento è uno solo. Non innamorarsi mai di una donna sposata perché non lascerà mai il marito per te”. (CONTINUA)

