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Diario di viaggio: l’autenticità degli sposi in un autobus in Valle Camonica

Rosario PipoloNel giorno del matrimonio il cerimoniale vuole che gli sposi siano imprendibili e irraggiungibili. Baci e abbracci dopo il fatidico sì, pochi momenti durante la festa e poi il saluto con relativa fuga d’amore.
Capita pure che, nel giorno del proprio matrimonio, si mandi al diavolo il noiosissimo protocollo. Così gli sposini si mescolano agli invitati, diventando quasi irriconoscibili.

Anzi, la riconoscibilità da festeggiati non sta tanto nell’abito fiabesco, nella pettinatura impeccabile o nella scarpetta rubata al principe di Cenerentola ma in quella voglia matta di condividere con gli invitati ogni instante di questo giorno speciale, senza eccessi formali, senza l’ansia che il menu rientri nei canoni della grande abbuffata o negli obblighi mediocri che, il più delle volte, ci rendono prevedibili.

Perciò, il giorno dopo le nozze, non diamo così per scontato che gli sposi siano in luna di miele. Potreste ritrovarli, come è accaduto a me, in un autobus, di ritorno a casa con un gruppo ristretto di amici ed invitati. Questa scena ha qualcosa dello psichedelico del Magica Mistery Tour  dei Beatles perché, in fin dei conti, anche un viaggio come questo può essere visionario.

Visionario nel senso che indica il percorso per recuperare la massima del mio amico Piccolo Principe: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. E su questa traiettoria si inserisce la perla di saggezza della nonna del mio amico Filippo: “L’autenticità delle persone si vede nei dettagli, nella loro spontaneità e non nei discorsi costruiti a tavolino”.

Anna e Luigi, nel viaggio che ha segnato il mio ritorno in Valcamonica, ci hanno dato una bella lezione: si può continuare ad essere sé stessi persino nel giorno del matrimonio.
Al termine di questo viaggio on the road con gli sposi – avrei voluto non finisse mai – ho sentito il riverbero della voce di Lucio Dalla che canticchiava Anna e Marco per l’occasione: “Anna avrebbe voluto morire, Luigi voleva andarsene lontano. Qualcuno li ha visti tornare, tenendosi per mano”.

Diario di viaggio: io autista di autobus per un giorno sulla linea 10 di Brescia

Rosario PipoloDa bambino sognavo di fare il conducente di autobus. Oggi sono una frana alla guida, ma all’epoca mi bastava avere un volante tra le mani per salire al settimo cielo. Così in un sabato mattina uggioso di Novembre mi sono detto: o adesso, o mai più. Dall’armadio tiro fuori giacca e pantalone blu, creandomi la divisa. Per farvela breve, pedino un autista a Brescia per fare assieme a lui tutto il turno lavorativo dalle 4.43 alle 10 del mattino. Sono assonnato e la città è deserta. Dopo una colazione fugace alle macchinette, osservo i miei pseudo-colleghi nel gabbiotto che compilano il foglio di marcia. Mi apposto davanti al deposito di Brescia Trasporti, la società di mobilità della città lombarda, e alla prima fermata salgo sul numero 10, quello che fa la tratta Concesio-Poncarale. L’autista ha una faccia simpatica, è della periferia di Napoli.
Mi siedo dietro di lui e cerco di monitorare tutti i suoi movimenti, quasi come a voler dire: “Ehi, collega. Se sei stanco, passo io alla guida”. Alle 5.16, alla fermata di Triumplina, sale il primo passeggero, una signora sulla quarantina. Non ha il biglietto e le offro l’ultimo che mi rimane, tanto mi dico : “Stamattina gioco a fare il conducente. Mica il controllore mi farà la multa?”. Poco prima delle 6 sale un altro collega. Dall’accento è palese, è un siciliano. Parlottiamo, lui è di Termine Merese e mi racconta del suo trasferimento al Nord, della famiglia che gli manca, della crisi e dei soldi che non bastano mai a fine mese. I miei pensieri divagano in questa Brescia nottambula, che improvvisamente lascia la sua multietnicità per restituirmi alcuni ricordi: la mia prima volta a piazza della Loggia avvolto da quel silenzio tombale “per non dimenticare quel tragico 28 maggio del 1974”; la mia prima volta a Brescia 2 alla ricerca di Lara e del suo mondo; la mia prima volta a fare colloqui con la laurea fresca di giornata. Alle 7 spunta la luce e l’autobus si anima di studentesse. Carine, scherzano, bella gioventù! Mentre la città sbadiglia e si sveglia, arrivo al capolinea a Flero. Ci sono venti minuti di pausa prima di ripartire. Vado al bar a fare colazione: brioche e cappuccino. Pago anche per l’autista alla guida del numero 10, ma lui non si accorge di niente.
Poi si riparte, la stanchezza inizia a farsi sentire, mentre le lancette dell’orologio si rincorrono fino alla fine del turno. Sono stanco, ho i piedi congelati e riesco a malapena ad arrivare nei pressi del deposito di Brescia Trasporti.  L’autista scompare col suo autobus, mentre io alzo gli occhi al cielo. Gli schizzi di pioggia mi pizzicano il viso e io ripenso a tutti gli autisti che ci scarrozzano in giro ogni giorno: ai giovani, ai meno giovani, ai pensionati, a quelli che non ci sono più. A tutti i conducenti che ci trasformano, al costo di un biglietto, in padroni delle nostre città, perché solo un servizio efficiente di trasporto pubblico può farci sentire “turisti inconsapevoli” del nostro territorio. Persino quando certi posti non ci appartengono, perchè le nostre radici sono altrove. Autista per un giorno? Sì, per raccontare tutti coloro che si nascondono dietro quel volante, tutti i giorni, a tutte le ore, col sole e con la neve.

Cartolina da Podgorica e Cetinje

Sulla strada da Podgorica a Cetinje

Rosario PipoloRaggiungere il Montenegro dall’Albania è un’impresa. Arrivati a Shkodra, c’è la rituale contrattazione con i tassisti – la categoria non mi è simpatica! – per farti portare oltre il confine.  Mantenendo sempre lo spirito low cost, ho ottenuto un viaggio a Podgorica per 30 euro (75 km). Eravamo io ed un altro sventurato della Puglia e così abbiamo diviso le spese! La capitale del Montenegro sembra un paesotto di provincia. Non c’è davvero niente, a parte un ponte costruito alcuni anni fa. L’unico vantaggio è l’Euro e ti risparmi il cambio. Il centro? Nulla. Dopo qualche ora ti innervosisci perchè ti sembra di essere finito “in culo al mondo”. La sola via di salvezza è fare una corsa “mordi e fuggi” a Cetinje (in italiano Cettigne), capitale del Montenegro fino alla Prima Guerra Mondiale. In un’oretta di autobus siete lì e il percorso è interessante per la vista panoramica tra le montagne montenegrine. Tra la corte del Re Nicola e un vecchio monastero, che vanta una mano di San Giovanni Battista e un pezzo della Santa Croce (?), ho trascorso un piacevole pomeriggio. Nella piazza centrale speravo di ascoltare musica locale ed invece c’era il rock degli anni ’60 tra Beatles e Rolling Stones. L’appassionato era un uomo grosso di mezzà eta che vendeva souvenir e in cambio ti omaggiava dei suoi ricordi made in UK. Come è piccolo il mondo! Ho assaggiato una buona crepe alla nutella e mi sono perso in una passeggiata a piedi tra le montagne. C’è sempre un angelo caduto in volo: una coppia di studenti mi ha riportato sulla retta via. Purtroppo, anche Cetinje ha le sue pecche. La stazione degli autobus non ha neanche un cartello con gli orari e sembra una fermata della diligenza in un vecchio western di John Ford. Occorre aspettare, avere pazienza e sperare che l’autobus arrivi. Da questo punto di vista i Balcani mi hanno messo a dura prova…