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Cartolina da Torino: Il “razzismo” di un cronista e “la puzza dei napoletani”

I social network lo hanno linciato, l’azienda in cui lavora si è limitata a sospenderlo. Giampiero Amandola era un giornalista anonimo fino alla settimana scorsa. E’ riuscito finalmente a guadagnarsi un pizzico di celebrità, firmando un servizio “razzista” per il Tg3 Piemonte in occasione della partita Juve-Napoli di sabato scorso. Nel mirino non c’erano gli extracomunitari o i vucumprà, ma coloro che dagli anni’ 50 del secolo scorso hanno dato al capoluogo piemontese, assieme agli altri meridionali, la più grande forza lavoro dal secondo dopoguerra ad oggi: i napoletani.

“I napoletani che puzzano” sembra un vecchio slogan stampato sui volantini anonimi lasciati all’entrata della fabbrica che produceva le automobiline del Belpaese del Boom. L’urlo e le definizioni della rete bastano e avanzano per sintetizzare la meschinità di Amandola e l’accaduto non merita neanche di essere commentato.
Tuttavia, bisognerebbe fare un passo indietro e capire come possa accadere che vada in onda sul Servizio Pubblico televisivo marciume di una tale portata. E’ legittimo chiedersi, senza per forza fare il mestiere di giornalista: Chi ha dato il benestare per mandare in onda il servizio? Se fosse accaduto all’epoca della lottizzazione RAI del Pentapartito sarebbe scoccata la bufera: Democristiani e socialisti  con il dito puntato contro i comunisti che occupavano il suolo del terzo canale.

Se ciò accadesse in Gran Bretagna, nel tempio della BBC, vedremmo “il cronista d’assalto” sbattuto fuori dalla porta con una lettera di “licenziamento” tra le gambe. Ahimé, siamo in Italia, dove riusciamo a far passare per “un servizio giornalistico di colore” qualcos’altro.

I tifosi che sono stati al gioco, dovrebbero farsi raccontare dai genitori e dai nonni che “i napoletani puzzavano” quando uscivano dalle fabbriche di Torino. Di quell’odore ne andavano orgogliosi perchè, rincasando, potevano guardare negli occhi mogli e figli con la dignità di chi conosce i sacrifici e lo sfinimento della fatica.
Chi ha lanciato invece la scialba provocazione, dovrebbe imparare a memoria un’affermazione di Elsa Morante, che in questi dieci anni in cui vivo lontano da Napoli, recito tutti i santi giorni mentre mi guardo allo specchio e mi sento orgoglioso di essere stato partorito dalla mia terra: “Grande civiltà di Napoli: la città più civile del mondo. La vera regina delle città, la più signorile, la più nobile. La sola vera metropoli italiana”.

 

  Juve-Napoli, Rai sospende giornalista Tg Piemonte

Capriccio d’estate a Torino senza i soliti cliché

Torino by night

Rosario PipoloAvevo un capriccio e me lo sono tolto: girovagare a Torino in un fine settimana d’estate e godermi la città semivuota. In parte ci sono riuscito e devo dire che le Olimpiadi invernali di tre anni fa hanno fatto decisamente bene al capoluogo piemontese. Escludendo i miei blitz al Festival Cinema Giovani, Torino non me la ricordavo ringiovanita a tal punto da brillare per le proposte allettanti di intrattenimento, per i graziosi locali che pullulano ovunque e, soprattutto, per avere una seconda vita fino all’alba del giorno dopo. Mi sembra che le nuove generazioni, perlopiù figli di emigranti del Sud Italia, abbiano rinunciato ancora più marcatamente alle schizofreniche nostalgie sabaude – circoscritte per fortuna a Palazzo Reale – e all’iconografia della famiglia Agnelli e della Fiat nel tempo in cui il vecchio stabilimento del Lingotto è diventato un centro commerciale. La jenuesse torinese ha una grande responsabilità: far sì che il processo di integrazione degli stranieri in città non diventi “discriminazione” come il secolo scorso è successo con i nostri meridionali. E mi fa incazzare incrociare il torinese dall’accento pugliese che trasforma il piccolo kebabbaro del centro nel capro espiatorio di turno. Si raccomanda la visione del film Rocco e i suoi fratelli di Visconti per cancellare dal vocabolario di ieri “terrone” e da quello di oggi  “extracomunitario”.  Le intrusioni criminali ci sono e dovrebbero essere gestite al meglio dalle istuzioni affinché una città sia sicura sempre.  Se così non fosse, Torino rischerebbe di far offuscare la sua vitalità nei risaputi cliché che la hanno isolata per decenni.