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Cari Giovanni e Paolo, i vostri sorrisi cancellano la vergogna degli eredi dei padrini in tv

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Rosario PipoloDa bambino mi hanno insegnato che agli sconosciuti si dà del “lei”. In modo particolare è d’obbligo agli sconosciuti che scalfiscono nella nostra dignità l’offesa di mandare in tv i figli dei padrini.

Ai tempi della Prima Repubblica i padrini si baciavano perché sigillavano il patto di complicità tra politica e mafia, tra istituzioni e mafia. A differenza della concorrenza che si limitava a mandare in onda le vicende di Tony Soprano, il più noto boss della mafia italo-americana di una serie televisiva, oggi il Servizio Televisivo Pubblico apre le porte e fa spazio sui suoi divani alla prole legittima della stessa mafia che venticinque anni fa tentò ti togliervi la parola.

La messa in onda di ieri sera non era una fiction così come non lo è stato il giornalismo che ha subìto un duro colpo, uno schiaffo alla deontologia di un mestiere in cui restano invisibili coloro che si sforzano di farlo nel migliore dei modi.
La banalizzazione della mafia nelle domande del padrone di casa mi ha fatto tornare in mente una sottolineatura, lasciata sulla prima edizione della mia Garzantina sulla Televisione. Così scriveva Aldo Grasso a proposito dell’intervistatore di ieri sera: “Sempre fedele a un modello di giornalismo ossequioso nei confronti del Potere”.

Il dolore non passa mai così come la vergogna. Voglio tenermi appartato dal fetore di questa discarica.  Voglio ricordarmi della mia ultima volta a Palermo, a piedi scalzi sulla sabbia, per mettermi alla ricerca di voi due tra i suoni e i profumi della vostra città. I colori della libertà mi hanno fatto sentire a casa.

Ah, sì, a voi due sto dando del tu. Non mi sento maleducato. Volevo tenere l’ultimo fiato sospeso per voi. Ho imparato sulla mia pelle che alla belle persone si deve dare necessariamente del “tu”.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, voi due restate la bellezza che nessuno ci porterà mai via, neanche la televisione che saccheggia la dignità.

Pulitzer all’Huffington Post: La resa dei conti del giornalismo digitale

Uno smacco? Il premio Pulitzer se lo sono pappati quelli di Huffington Post, il sito all-news che è l’ultima frontiera del giornalismo digitale. Una sorpresa che gira bene sui social e che legittima ancora i percorsi intrapresi da alcuni di noi. Mentre la carta stampata diventa più vintage – anche i free press stanno andando a farsi benedire – l’informazione tritata nei bit ha ormai il suo device di consultazione: è proprio il tablet che qualche tempo fa lo stregone Steve Jobs consegnò a noi smanettoni e che ora, con i prezzi a ribasso, è sempre più alla portata di tutti.

Stanno scemando i tempi delle caste e dei privilegi di chi aveva in mano la penna e l’inchiostro. Questo non basta più, così come illudersi che sia sufficiente saper scrivere per fare di un sogno di molti la professione di pochi. Mentre Facebook e Google cercano di rinchiuderci tra mura blindate – un ex Google man potrebbe essere al timone dell’avventura Huffington made in Italy – si tentano nuove strade perché qui il nocciolo della questione è quello: chi li tira fuori i soldi per pagare l’informazione del giornalismo digitale, visto che la pubblicità on line non fa fare tanti quattrini?
Mi riferisco a quella di coloro che lo fanno per mestiere. I social network sono diventati la piattaforma più efficace per distribuire contenuti. Tuttavia, chi produce contenti social è sotto l’occhio del ciclone: non è poi così banale buttar giù un update di Facebook o una Tweettata, così come per uno storyteller non vale sempre la regola che la leggerezza la faccia franca sulla coerenza del trattamento riservato a qualsiasi notizia.

I prossimi mesi saranno cruciali ed è inutile stare a piangersi addosso, tanto l’editoria continuerà a depennare tanti posti di lavoro. Tutti a casa? Assolutamente no. Non è l’inizio, ma paradossalmente la fine del tunnel. Affacciandosi in Europa e al di là dell’oceano, stiamo capendo che direzione prendere, affinché ognuno di noi dia un contributo attivo alla definizione del nuovo identikit del giornalista, tenendo conto del lettore 3.0. Quest’ultimo avrà una voce più partecipativa, adocchierà l’informazione se si sentirà parte di una community e sarà pure disposto a pagare la notizia, se troverà professionisti veloci e puntuali. Le penne lumache finiranno in soffitta, perché in questa fase di interegno il destino è segnato: la carta sarà la landa isolata dell’opinionista, il digitale la spugna delle news in tempo reale. Sarà la volta buona per sbattercene di ordini di settore, cattedre o tribù?

Cosa faremo senza Emilio Fede dopo vent’anni di TG4?

Non sarà più la stessa cosa senza Emilio Fede. Ci ha abituati a vent’anni di spudorata e onesta faziosità. Non meravigliamoci se il TG4 perderà audience. Chi bersaglieremo adesso con gli immancabili sfottò? Finisce un’epoca, battezzata dal racconto dei primi bombardamenti su Bagdadh nel ’91, quando ancora le reti del Biscione si stavano preparando ad oltranza per entrare nell’olimpo dell’informazione.

Se fosse vivo Jim Henson, autore dei mitici Muppets, gli chiederemmo di realizzare un pupazzo e chiamarlo Emilio. Lo finanzieremmo con una questua tra le casalinghe tele guardone che, negli ultimi decenni, si sono intrattenute con le telenovele di Grecia Colmenares e informate con il tiggì del Fede(le). Perché non mandare in onda una striscia, prima del TG4, sulla falsa riga degli “Sgommati”, con tutti i siparietti e le gaffe che il giornalista ci ha regalato in tutto questo tempo?

Non si capisce bene cosa sia stata la molla che ha trasformato “la domus” di Cologno Monzese nello spietato buttafuori che non guarda più in faccia nessuno: l’età anagrafica, difficile da nascondere tra colpi bassi di lifting e l’arem delle letterine del telegiornalismo patinato; le bravate dei compagni di merenda Emilio e Lele; le malelingue sulle rubacuori o il malloppo seppellito in Svizzera.

Ad Emilio Fede va riconosciuto un merito, quello di aver navigato il vascello della tv privata allo stesso modo di quella Pubblica, ai tempi in cui in Rai si capiva a colpo d’occhio da che parte stavi. E forse da oggi non lo incroceremo più con gli occhi sbarrati al tavolo da gioco di un casinò, ma nel baretto paesano sottocasa, il posto trash che univa intorno ad un bicchiere di vino i vecchi democristiani nostalgici. Gli stessi che, nella belle epoque radio-televisiva del secolo scorso, se ne andavano su e giù per i corridoi di viale Mazzini a cercare il padrino con cui imparentarsi.