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Heineken Jammin’ Festival, quando la musica accorcia le distanze tra le utopie

Diversi anni fa avevo scritto che l’Heineken Jammin’ Festival non stava bene a Venezia, doveva traslocare altrove, magari nella cornice paesaggistica dell’Oltrepo pavese. Nella peggiore estate musicale che Milano abbia mai avuto – ci resterà soltanto l’instagram del mega concerto di Springsteen a San Siro – è stato davvero un atto generoso portare questo raduno in quella che Mecca musicale non è più da un pezzo.

Pardon, parlo di “raduno” perchè ormai tutti fanno abuso della parola Festival, pensando che ammucchiare qualche big su un cartellone metta in piedi un happening. Al di là della Manica e dell’Oceano Pacifico ci hanno sempre dato tante lezioni in materia (smettiamola di rifugiarci solo nella tana woodstockiana),  ma noi abbiamo fatto orecchie da mercante: il Festival non è l’esibizione live, ma è anche quello che accade prima, durante, dopo. E’ l’esplosione della socialità, della condivisione, dell’incontro in un fazzoletto di terra che fa ritrovare persone così diverse da convincersi che la musica sa fare ancora miracoli.

Quando ho visto con i miei occhi che l’Heineken Jammin’ Festival ha trasformato la giungla d’asfalto della Fiera di Rho, relitto futurista del traballante Expo che chissà mai se arriverà, in un prato fiorito, mi sono detto: quanto fanno davvero le istituzioni per tutelare eventi come questo? E i fiori che ho visto io non erano rose, margherite o violette, ma gli steli e i petali di più generazioni che denudavano su un tappeto quelle concessioni emotive a cui tutti abbiamo diritto.

Le tre ore dal vivo dei Cure resteranno nella storia perchè sono accadute in quel contesto, perché il bagno di folla – e se n’è accorto anche Robert Smith – non era lì per mettersi a caccia del riverbero remoto del post-punk, ma per spodestare dai troni chiunque si ostini a non credere che la musica unisca e accorci le distanze tra le utopie. Del resto più di trent’anni fa in pochi notarono che il punk rabbioso di Smith e compagni schiaffeggiò per primo il Thatcherismo, una tra le età peggiori della politica anglosassone. Questo per dire che ad un festival si può spingere l’acceleratore al di là della cortina emotiva del brano che ci smuove dentro.

Qualche inverno fa bussò il postino alla porta di casa mia e mi consegnò un pacco. Era un regalo di una cara amica, allevata dal mio stesso Sud.  Conteneva una bottiglia gonfiabile di una birra, l’Heineken per l’appunto, il cui sapore mi solleticava stravaganze di gioventù nella mia Napoli. Quel gesto non l’ho mai dimenticato, perché è vero che il gusto di una birra intinge le dita nella memoria proustiana – e in questo il buongustaio Alfredo Pratolongo potrebbe concordare con me – ma è anche vero che bisogna riconoscere il merito a chi tutti i giorni si sforza di trasformare un brand in un luogo di socialità sotto il mantello della musica.

Salone Internazionale del Mobile, Milano rincorre l’Europa

Il Salone Internazionale del Mobile ha fatto riaffacciare Milano all’Europa. Diciamolo pure che la macchina organizzativa era funzionante ed accogliente sia per gli adetti ai lavori sia per il pubblico (domenica si sono riversatete in Fiera  più di 32 mila persone). Non capita spesso ai grandi eventi che si svolgono nel capoluogo lombardo da tempo a questa parte. Penso alla BIT, ad esempio, che somiglia sempre meno ad una Fiera Internazionale di Turismo. Il Salone del Mobile è una bella opportunità per spiluccare stravaganze e creatività, anche se c’è chi si distingue sulla sponda opposta. Non mi sognerei mai di fare a scazzottate per sostare da Scavolini e convincermi che quella è ancora “la cucina più amata dagli italiani”. Sarà, i gusti sono gusti e il pubblico pagante ha sempre ragione, quasi sempre. Bel boom anche per gli eventi collaterali del Fuorisalone, con via Tortona in testa per affluenza di giovani a tutte le ore. Fare baldoria tutti insieme appassionatamente ci sta e fa bene all’umore. Se i venditori ambulanti di birra e quant’altro sono più numerosi degli eventi, non è che mi sono perso in una bella sagra paesana? Forse sì perchè la sicurezza lasciava a desiderare: sono rimasto in ostaggio mezz’ora sul ponte ferroviario che da Porta Genova scendeva in via Tortona, perchè non c’era nessuno a coordinare il gran flusso di persone. Per fortuna, non ci sono stati incidenti! La corsa verso l’Expo non accorcia le distante tra Milano e l’Europa perchè sono “i dettagli” a fare la differenza, ricordandoci che il Belpaese è fatto della stessa pasta, fino alla punta dello stivale. E non ci vuole lo stradario per capire che non siamo arrivati a Londra, Parigi o Berlino.