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Quando le immagini scuotono le nostre coscienze

Rosario PipoloLe parole non ci scuotono più. Ce ne sono troppe, spezzettate, allungate, insipide nell’acqua che bolle dei social network. Qui non si tratta di pesare la pasta da buttare in pentola, ma la nostra coscienza civile, frullata negli sfoghi che una volta nascevano e morivano al bar sotto casa.

Gli algoritmi, che governano la traballante democrazia in Internet, non sempre sono la chiave d’accesso alle notizie per fare chiarezza su una questione che getta ombre sull’Unione Europea: il destino di migliaia e migliaia di profughi.

Siamo tornati all’Europa della frontiere, quella che fa venire fuori il lato oscuro nei recinti delle nostre lande. Basta guardare com’è andata a finire in Ungheria, scivolando sull’indignazione collettiva per la gestione del flusso dei profughi o dopo aver visto la videoreporter ungherese che prendeva a calci i migranti.

La bellezza salverà il mondo? No, perchè non è quella dei selfie che hanno affolato la nostra estate: tette e culi in riva al mare; il primo dentino o il ruttino sotto l’ombrellone di nostro figlio; l’ostentazione di dimostrare agli amici facebookiani che la nostra meta fosse la migliore; la lucida follia dell’anvedi come siamo belli.

La bellezza salverà il mondo a patto che le immagini scuotano le nostre coscienze. Il bimbo dormiente in riva al mare, che ha fatto in un batter baleno il giro del mondo, ci ricorda nella sua plastica drammaticità i calchi abbracciati degli scavi archeologici di Pompei. La riflessione, miscuglio di dolore e rabbia, è vellutata dal brusio del mare. Ahimè, non si tratta delle acque dove abbiamo fatto splash la scorsa estate.

Allora canto, perchè non so scrivere: “L’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande, lo sai che non mi va”.

La profezia del “Titanic” di De Gregori nella tragedia del barcone in fiamme a Lampedusa

Un disegno di Maurio Biani

Rosario PipoloChissà se tutte le imbarcazioni chic che la scorsa estate ciondolovano nel mare della Sicilia avrebbero fatto a gara per prestare soccorso allo yacht di un sultano che andava in fiamme. E’ quasi sicuro che la signora in topless avrebbe interrotto la sua tintarella per raccattare un binocolo e capire cosa stava accadendo al panfilo da un milione di dollari. Chiedere aiuto, lanciare un SOS è un diritto di ognuno e soccorrere è un dovere inespugnabile in un Paese civile.

Francesco De Gregori in un memorabile brano, Titanic, cantava la volgarità classista e tornava a metterci la pulce nell’orecchio: “La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento”. Per “la terza classe”, a cui appartengono quei disgraziati che sono morti ieri sull’imbarcazione in fiamme a largo di Lampedusa, rettificherei in “rabbia, dolore e spavento”. Ce lo ha ricordato il commento di ieri di Papa Francesco – “Viene la parola vergogna: è una vergogna” – in visita lo scorso luglio proprio a Lampedusa, per commemorare anche i tanti migranti morti durante le traversate.

Il mancato soccorso da parte di chi c’era ed ha fatto finta di non vedere non si estingue questa volta nella solita indignazione da copertina di rotocalco: siamo sì o no un Paese razzista? “A noi cafoni ci hanno sempre chiamato”, continuava a cantare De Gregori. Non si tratta di puntare il dito contro i pescherecci che erano nei paraggi. Piuttosto di capire quanto poco abbiano fatto i Governi che si sono alternati in Italia negli ultimi venti anni, per tutelare coloro che restano vittime innocenti nei flussi di migrazione dalle coste nordafricane. Ha tutto il diritto di urlare Giusi Nicolini, Sindaco di Lampedusa, e ribadire: “Questi uomini, queste donne e questi bambini non sono clandestini, ma profughi”. L’Unione Europea, che fa finta di guardare dall’altra parte, si assuma le sue responsabilità. Chi glielo ha messo tra le mani il Premio Nobel per la Pace?

“Su questo mare nero come il petrolio ad ammirare questa luna metallo” c’erano donne incinte che portavano in grembo con orgolgio le loro bimbe. Non volevano per loro un futuro da “Cenerentola”, ma le custodivano nel pancione come in un castello, affinché in una nuova terra incontrassero chi le avrebbe fatte diventare delle principesse, rispettando la loro dignità di esseri umani.

“Per noi ragazzi di terza classe che per non morire si va in America”. Ahimé, si va in Italia, per morire e non per ricominciare. Oggi lutto nazionale. Ficchiamocelo bene in testa però. I due minuti di silenzio non bastano.

Come se fosse un Pesce d’Aprile…

Ero troppo piccino perché non confondessi un Pesce d’Aprile con un imperdonabile sgarbo. Mi fermavo raramente alla mensa dell’asilo. Quando mamma ritardava, c’era una bimba che tirava fuori dal cestino la rosetta del suo pranzo e mi dava puntualmente un rombo di crosta di pane. Lei aveva capito che io alla mollica non ci andavo appresso. Un gesto così affettuoso mi faceva andare al settimo cielo, perché sono convinto che lei sia stata la prima persona, al di fuori del mio nucleo famigliare, a prendersi cura di me. Quel 1 aprile lei non venne e mi dissero che aveva cambiato scuola. Scoppiai in lacrime. Venne a soccorrermi la maestra con un pesciolino di cioccolato per spiegarmi che era stato uno scherzo dei miei compagni ed era lecito farli in questo giorno.
Allora se è davvero così anche oggi, spero che sia un Pesce d’Aprile trovare migliaia e migliaia di volti spauriti, che si sono lasciati alle spalle la loro terra in guerra e sono venuti da noi per sentirsi chiaamre “clandestini”. Facciamo da scaricabarile, ci lamentiamo con i governi e le istituzioni, ma poi siamo noi i primi a non volerli.  Il problema è uno solo: abbiamo perso il coraggio di guardarci negli occhi e questo ci allontana dall’ipotesi che nessuno è clandestino di un bel niente se viene a raccogliere un briciolo di speranza. Chissà se tutti questi uomini, donne e bambini, arrivati su un barcone e scampati alle intemperie del mare, avessero avuto lo stesso trattamento se fossero stati proprietari di piccoli giacimenti petroliferi. Li avremmo potuti adottare uno per uno nell’ottica del “vicino” colonialista che vede questa crisi del Mediterraneo come l’ultima chance per tornare ad essere padroni in Nord Africa. Mentre stanno ripulendo Lampedusa per farci credere che sia stato solo uno scherzo di pessimo gusto, illudiamoci che questa triste vicenda sia un “fottutissimo” Pesce d’Aprile e che il presente tribolante possa essere prima o poi un ponte verso la pace e democrazia per tutti loro.
Allora, sapete cosa vi dico, questa volta non ci casco neanche io: mi fermerò in stazione e aspetterò fino all’ultimo treno. Sono sicuro che prima o poi arriverà, adesso cresciutella, deliziosa come lo era allora, e dalla sua borsa tirerà fuori tutte quelle croste di panino che non mi ha dato in tutto questo tempo, lungo quanto quello di uno scherzo da Pesce d’Aprile.