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Vieni-via-con-Sanremo-2013: Il peggiore Marco Mengoni vince il festival televisivo di Fazio

Rosario PipoloPoteva tornare ad essere il festival della canzone italiana, invece si è riconfermato il “festival della canzone in televisione sotto il ricatto del televoto”. Marco Mengoni ha vinto il 63° Festival di Sanremo. Niente giacobinismo musicale come avvenne all’Ariston negli anni Settanta, ma riverberi del baudismo televisivo che imposero Sanremo ad evento mediatico, allungato a cinque serate, oggi a metà strada tra Che tempo che fa e Vieniviaconme.

Maurizio Crozza, che non ha preso lezioni di satira politica dal compianto Oreste Lionello, non ha la stoffa di Roberto Benigni, giullare che non si clona mai, e scambia il palco dell’Ariston per lo sgabuzzino di Ballarò. A compensarlo c’è Claudio Bisio con la sua classe, quella che appartiene ai comici veri, coloro che nascono dal legno del palcoscenico di un teatro. Tra i due litiganti gode la Littizzetto che, con il monologo a favore delle “donne maltrattate”, ci restituisce da reginetta un angolo di televisione intelligente. Il pallottoliere dell’auditel resta l’unica misurazione di autocompiacimento, mentre bisognerebbe interrogarsi su quanto una canzone durerà nel tempo, senza l’assillo dell’essere “radiofonica” o no. La doppia canzone è un sussidio da prima serata, niente a che fare con gli anni d’oro del Festival, quando più brani cantati dalla stessa voce sgomitavano fino all’ultima nota e l’ispirazione del televoto era brutalità da incubo di fantascienza.

La generazione social si precipita su Twitter e Facebook a movimentare la telecronaca di un evento che deve un merito al pifferaio progressista Fabio Fazio: sbattere fuori dalla porta le vecchie glorie, che oramai appartengono al vezzo retrò della nostalgia canaglia. Purtroppo sul palco c’è Albano o Raphael Gualazzi, Anna Oxa o Simona Molinari, si inciampa nel solito ed imperdonabile errore: la gioia e l’orgoglio di vedere il proprio beniamino all’Ariston distoglie l’attenzione dal valore di ogni singola canzone, indipendentemente dall’interprete.

Il talent vince l’ennesima scommessa perché il pezzo dai canoni sanremesi è “Il futuro che sarà” di Chiara, gran bella voce, con uno stile musicale che rievoca quello della dimenticata Lena Biolcati. L’olimpo è per pochi, con impasti musicali di matrice diversa: “A bocca chiusa” di Daniele Silvestri, “Vorrei” di Marta sui Tubi, “Sai” di Raphael Gualazzi, “Scintille” di Annalisa, “Sotto casa” di Max Gazzè e “Mamma non lo sa” degli Almamegretta. La suite strumentale con appigli e citazioni zappiane valorizzata in corner è “La canzone mononota” di Elio e le storie tese e la rivelazione sanremese si chiama Maria Nazionale che, lasciando a casa il cliché dei neomelidici all’ombra del Vesuvio, sprigiona dalla gola lapilli di fado portoghese.
Infine, i Giovani, esiliati a ridosso della mezzanotte, ci hanno fatto sbadigliare (avrei tenuto la Porcheddu al posto del vincitore Antonio Maggio) o stizzire come lo sbuffo ruffiano della “la(sa)gna” di Rubino “Amami uomo”.

Dimenticheremo tutto in fretta e furia e, nel giro di pochi mesi ,queste canzoni annegheranno nel marasma del jukebox digitale. “Perché Sanremo è Sanremo”, il gingle inventato da Caruso e Bardotti, è finito tra le cianfrusaglie messe in soffitta, a parte la soddisfazione di aver visto alcune facce che mai avremmo immaginato all’Ariston.

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#Sanremo2013: Il vittimismo dei vecchi BIG e la nociva “sanremosità”

La polemica della Oxa su Twitter

Rosario PipoloIn giro dicono che Twitter sia diventata la nuova guida tv. Commentare via social la televisione confusa dei giorni digitali vale forse più degli stessi programmi che la affollano. E a questo non si sottrae neanche il Festival di Sanremo, asservito dall’era baudiana ai canoni dello zapping, che oggi riscuote interesse nella landa dei cinguettii attraverso l’hashtag frequentatissimo #sanremo2013.

Vogliamo parlare di ciò che accadrà all’Ariston in alternativa al miserabile teatrino politico da campagna elettorale? Facciamolo pure, ma tenendo presente che Sanremo è musica. Fabio Fazio ce lo ricorda, facendo un passo in avanti proprio verso la generazione musicale “social” con una scelta di BIG che non hanno niente a che vedere con il solito dejà vu. Qualche anno fa volevano farci credere che il Festival lacrimogeno del Belpaese dovesse spingere l’acceleratore sul talent show per guardare al futuro. I talent non hanno avuto sempre fiuto, imponendo delle stellette divenute dalla notte al giorno delle meteorine.

Dicevamo che Sanremo è il festival della musica, anzi no delle canzoni. Al tempo dei nostri nonni era così: quando a cantare c’erano nomi che non vi dicono niente, da Nilla Pizzi a Gino Latilla, più canzoni in gara passavano per il timbro della stessa voce. Con l’avanzare dell’età, il festivalone ha imposto l’egocentrismo dell’interprete sul brano e l’imperialismo televisivo, a partire dai primi anni ottanta, ci ha messo il resto, creando una scuderia di cantanti sanremesi. Come se poi certi nomi vivessero discograficamente dentro il contenitore dell’Ariston. E se Anna Oxa facesse parte di questa scuderia, la sua polemica di vittimismo da grande esclusa sarebbe fuori luogo. La sua “sanremosità” – pardon per questo orribile neologismo – non la mette su nessuna corsia preferenziale. L’indimenticabile “Un’emozione da poco” e la trasgressiva performance della Oxa, alla fine degli anni di Piombo, nel piccolo televisore in bianco e nero della cucina di casa sembra ormai una polaroid in stile retrò.

Questo è un altro tempo. Il tempo in cui queste benedette o maledette canzoni tornino a resistere ed esistere fuori dall’Ariston. Per far tornare a vivere i nostri sogni di gente comune, un brano deve meritarsi una vita più lunga di un’abbuffata canzonettara in stile Belpaese, bloccata dal colpo della strega nostalgica che ci fa apparire il canzoniere di oggi inferiore a quello di ieri.