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Cartolina d’estate: la Swing Avenue di Accordi Disaccordi

Rosario PipoloQuando senti puzza di “proibizionismo” intorno a te, ti viene una smaniosa voglia di gettarti a capofitto nello swing. Dopotutto ogni genere musicale che si rispetti deve fare i conti con la storia che lo ha sputato fuori.

C’è una filettatura sofisticata dello swing italiano lungo la Swing Avenue di Accordi Disaccordi, il duo torinese formato da Alessandro Di Virgilio e Dario Berlucchi, ed è la strada che voglio percorrere in questi giorni d’estate. Quello che mi è finito tra le mani non è il solito disco ma un percorso da fare scalzo, perchè la terra sotto i piedi dovrebbe essere vissuta a contatto con la pelle.

L’altro ieri Buscaglione dimenticato, ieri Buscaglione bistrattato, oggi lungo la Swing Avenue Buscaglione ritrovato nella sincera armonia di Buonasera signorina, prima che nel meraviglioso Valse di Amélie di Tiersen, perla musicale d’oltralpe, scatti il naufragio: nel tremolio delle corde lo swing vibra nel pozzo magico della memoria.

I musicisti bravi non hanno bisogno di elemosina ma di ascoltatori acuti in grado di riconoscerli. Eravamo troppo distratti per accorgerci che proprio la Torino, in cui se ne vanno a zonzo i fantasmi sabaudi, ha partorito Accordi Disaccordi, i nuovi principi dello swing.

Lungo questa strada asfaltata di swing incrocio il sassofono di Emanuele Cisi, il contrabbasso di Luca Curcio e Isabella Rizzo, il clarinetto di Giacomo Smith. Mi distendo nel collage grafico di Stefano Brizzi.

Sto bene qui. Non voglio più tornare indietro.

Graph Search: Professione investigatore con il motore #kazziemazzi di Facebook

Rosario PipoloChissà se quelli di Facebook con il nuovo Graph Search ce la faranno fare addosso. Il motorino social, al momento disponibile per pochi eletti in versione beta, sarà l’aggeggio cool per farsi “kazziemazzi” degli altri. E se community come Badoo già lo temono perché potrebbe essere una scorciatoia per mettersi a caccia dell’anima gemella, noi invece ci chiediamo: chi di noi resisterà alla tentazione di violare la privacy per vestire i panni di un segugio vigile?

Beh, con un po’ di astuzia e manualità, non c’è bisogno di Graph Search per mettersi a caccia di notizie. E a dirla tutta non sono tanto gli status, perlopiù protetti, ma gli album fotografici che restano quelli più vulnerabili. Magari tra giri e lunghi raggiri, passando dall’amico dell’amica, ti trovi in mano quella foto e quel commento datato, capaci di metterti la pulce nell’orecchio: verità di mesi prima che diventano improvvisamente bugie surgelate. Adesso con il nuovo motore social messo a punto da Mark e compagni sarà più facile avere una planimetria della popolazione faisbucchese – neologismo troppo kitch? – soprattutto di quella parte di utenti che si sbottona fino alle mutande.

Da una parte ci sono le rassicurazioni in merito alla privacy perché nell’occhio del ciclone ci saranno solo i contenuti pubblici, dall’altra le vecchie volpi social che storcono il naso. Il modo per spostare muri di gomma si trova prima o poi, perché dopotutto nella piazza di Facebook “chi cerca, trova”. Tuttavia, anche quando finiremo per essere vittime dell’autolesionismo investigativo, Graph Search sarà l’ennesimo buco nell’acqua per ciò che riguarda il valore dei legami. Mica la sintonia e il plusvalore di un legame di coppia o d’amicizia si riduce al numero dei “like in comune” o di una manciata di foto condivise, in puro stile esibizionista?
I più miopi sguazzeranno nelle acque torbide del motore #kazziemazzi, illudendosi di riscattare legami scaduti da tempo. Rinunceranno per l’ennesima volta all’unica affinità che solo la realtà può restituirci: quella del tempo che non abbiamo svenduto pur di stare assieme.

La fotografia dal pixel alla carta: futuro e interiorità

L’altro sera ho visto una coppia litigare in un megastore, perché lei sosteneva che avrebbero dovuto acquistare più memorie SD per la macchina fotografica. Mi pare di aver capito che, in procinto di una vacanza dall’altra parte dell’oceano, avessero messo in conto più di 2000 scatti. Questo mi ha fatto pensare a quando una volta facevamo foto con una reflex e un rullino che ci indicava un limite di pose, privandoci persino di un’anteprima immediata. Io ero il tipo che si portava dietro le pellicole da 36!
Non è una fuoriuscita nostalgica per un approccio che ormai sembra roba del secolo scorso. Piuttosto è la consapevolezza che la smania di digitalizzare questo straripamento di immagini rischia di far perdere il vero grande pregio di una fotografia: la loquacità della nostra interiorità.

Mi spiego meglio. I social network hanno accelerato questo processo di istantaneità – un tic dal nostro smartphone e poi subito l’upload per la condivisione – e hanno mandato in frantumi il tempo necessario affinché una posa dell’attimo presente seguisse l’andamento dei passi dell’istante vissuto. Troppo romanticismo nei giorni in cui la corsa è verso la filosifia dell’usa e getta?
Può darsi, ma una cosa è certa. A volte una fotografia può essere più loquace delle parole, può svelare ciò che davvero abbiamo dentro, senza per forza sottometterci al ricatto del “sorriso forzato” che ci viene chiesto ad ogni posa. E quelle più loquaci sono proprio quelle che paradossalmente ci vengono scattate dal passante di turno, dallo sconosciuto che riesce a tirar fuori dalla posa ciò che realmente saremo nei giorni avvenire.

Per questo motivo forse dovremmo tornare a limitare gli scatti, addirittura fuggendo dall’algido arcipelago di pixel per passare alla stampa su carta. Proviamo a incollarle in un album, perchè una fotografia non si divora solo con lo sguardo, ma anche con il tatto: passando il palmo della mano su di essa, ci riappropriamo dei luoghi e delle persone incorniciate assieme a noi. Pur guardandoli in maniera disordinata, restituiremo agli appunti della nostra vita quella cronologia interiore che fa di una foto di ieri l’attimo che voremmo tornasse. E non è un caso che Anna Riva ed Eugenia Russo, la psicologa e l’educatrice che trasformano storie di vita vissuta in una fiaba per te, incollino foto stampate su carta per nutrire il vissuto delle loro storie. Ci tocca sapere che poche fotografie hanno il dono di svelare con discrezione ciò che in quel momento proviamo davvero. E sanno farlo senza che ce ne accorgiamo, perchè i rintocchi della nostra vita sono fatti di umanità, prima di essere digitali.

I Beatles rimasterizzati svenduti su Amazon.com

la discografia rimasterizzata dei Beatles

Rosario PipoloLa fatidica data del 9 settembre è arrivata e per la gioia di tutti i fan l’intero catalogo musicale dei Beatles  è stato rimasterizzato. Una grande operazione commerciale che porta Emi ed Apple a recuperare qualche soldino nei giorni bui dell’ industria discografica. I Fab Four sono da sempre cari e per un appassionato come me è un flagello. Nell’estate del 1989 ho comprato la prima discografia originale in cassetta e mi sono fatto amico un venditore all’ingrosso di musica per avere gli album a prezzo decente. Gli ho detto: “Ho 15 anni, non ho partita IVA e non sono un negoziante, ho pochi soldi nel salvadanaio e non posso fare la cresta sulla spesa perché mamma se ne accorgerebbe. Come la mettiamo?”.  Nel 1993 sono passato al vinile e poi negli ultimi anni ai CD, che non sono di qualità eccelsa essendo in analogico. Adesso ad attirare i cultori sono due confanetti che in Italia costano in maniera spropositata: la versione stereo (14 cd + 1 dvd a 280 Euro) e mono (13 cd limited edition (tra i 330 euro e i 380 euro). Per fortuna c’è Internet che abbatte tutte le frontiere. Sul sito americano Amazon.com  i Bealtes sono davvero low cost con lo stereo a 180$/130€ e  il mono 230$/158€. Il risparmio è più della metà, anche se con spedizione ordinaria occorre aspettare almeno un mese. La pazienza ha un suo perché!  L’unica differenza dalla versione made in UK è la diversa etichetta (Emi) e il pericolo che il dvd dello stereo box non funzioni (il sistema americano è diverso da quello europeo).  Un vero beatlesiano preferisce quella “made in England”, disponibile sul sito Amazon.co.uk. Ehi, mamma, capisci adesso perché i chili di sogliole comprati alla ferrovia costavano il 20% in più? Era tutta colpa dei Beatles! Mannaggia a me che faccio il giornalista e non “il pianista in un bordello”.