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Elezioni amministrative 2021: the winner is… l’astensionismo!

In queste elezioni amministrative 2021 il vero vincitore è l’astensionismo, punto. “Se in politica bastassero i numeri, i matematici governerebbero il mondo”. Storcendo una parola in questa citazione dell’attore irlandese Aidan Gillen, pare che la nostra classe politica legga i numeri in soggettiva.

VOTARE SU COSA MANGIARE PER CENA

L’astensionismo al 50% è una sconfitta marcata per la politica italiana. Quando a livello locale, nella realtà in cui viviamo, c’è svogliatezza, mettiamo in subbuglio il nostro senso civico, il nostro sacrosanto potere di scelta.
Votare non è soltanto un dovere perché, come ci ricorda l’editorialista americano James Bovard, “la democrazia deve essere qualcosa in più di due lupi e una pecora che votano su cosa mangiare per cena.”

DALLA CONTA AL PESO DEL VOTO

E qui non è questione soltanto di appeal del candidato Sindaco: legittimo è puntare il dito su quei comuni medi o grandi dove sono stati messi in pole position candidati perdenti già a tavolino.
A far scattare oblio e disinteresse sono i programmi elettorali annegati negli slogan o il teatrino fatto di fango gettato addosso all’avversario, di volgarità straripante lungo le strettoie dei social network che non trasformamo le montagnette di like in concrete preferenze elettorali?
Se cambiassimo l’unità di misura del voto in peso, lasciandoci alle spalle la semplice contatina delle schede elettorali, forse avremmo una prospettiva diversa.

Vinti o vincitori, non saranno di certo soltanto i ballottaggi ad aprirci nuovi orizzonti. Per dirla come uno scrittore d’oltralpe, resta soltanto un’azione peggiore del toglierci il diritto di voto: sottrarci la voglia di votare e lasciarci crepare nel limbo dell’astensionismo.

Il 2 giugno e 70 anni di Repubblica ammazzati dalla campagna elettorale

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Rosario PipoloIl 2 giugno 1946 mia madre, appena venuta al mondo da tre giorni, dormiva beata in una culla mentre Napoli andava alle urne per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Questo memorandum, che vale 70 anni di Repubblica Italiana, si smagnetizza nell’istantanea ingiallita di questa donna, orgogliosa del diritto di voto e pronta a dare una svolta epocale alla storia del nostro Paese.

Lo sguardo incuriosito della bimba tra le braccia della madre denuda la bellezza di questa foto, la svincola dall’anniversario e la mette in netto contrasto con la volgarità delle campagna elettorale per le elezioni amministrative del prossimo 5 giugno.
Se pensiamo ai santini elettorali in rimbalzo negli ultimi mesi da un social network ad un altro, agli slogan arrugginiti, ai comizi fuligginosi  o agli isterismi populisti che appartengono a tutti, mi vien da dire che i volti di oggi non hanno nulla da spartire con l’Italia settantenne che scelse la Repubblica.

La pigrizia latente dell’elettore medio, ridotta ad assenteismo a convocazione referendaria, schiaffeggia l’affermazione del diritto di voto quale più grande conquista dell’Italia Repubblicana.
Dall’altra parte la slealtà del candidato politico, disposto a denigrare l’avversario perché senza la colonna vertebrale di un vero progetto di impatto civile, deturpa l’impegno di coloro che settant’anni fa costruirono l’impalcatura dell’Italia Repubblicana.

Il 2 giugno custodirà per sempre l’immagine in bianco e nero dell’Italia che urlò Repubblica nel cammino verso la ricostruzione del Paese; la cialtroneria in vista delle elezioni amministrative del 5 giugno ci ricorderà che l’Italia, dopotutto, ricicla e maschera incrostazioni ideologiche in cancrena. Quanto vale accontentarsi del qualunquismo pur di continuare a campare?

Cartolina da Brescello: Io sto con Peppone e Don Camillo e vi dico la mia

A Brescello non c’è nessun manifesto elettorale, in vista delle amministrative del 6 e 7 maggio. Tuttavia, al centro della piazza del paesotto della provincia di Reggio-Emilia, ci sono due statue sorridenti. Sono quelle di Peppone e Don Camilo, i due personaggi nati dalla penna di Guareschi, che hanno fatto la fortuna di questo luogo attraverso l’interpretazione cinematografica  del francese Fernandel e dell’italiano Gino Cervi.

Julien Dunvivier volle questo posto come set della serie di film dedicati al simpatico parroco e al sindaco comunista. Da allora Brescello è meta di pellegrinaggi. Persino la curia locale si è trovata in serio imbarazzo, perché il crocefisso, all’interno della chiesa, è continuamente visitato. Miracoli? Forse uno e dietro una macchina da presa: quello di parlare al parroco Don Camillo.

Arrivare in questi luoghi, che sembrano essere incollati al bianco e nero dell’Italia del Neorealismo, ti fa uno strano effetto. A metterci la pulce nell’orecchio c’è il museo pieno di cimeli, valorizzato dalla Pro Loco, ma il resto lo ha fatto la storia locale. La piccola stazione deserta è identica a quella di ieri e sui binari si sente ancora l’odore delle rotaie dell’ultimo treno, quello che, nel film “Don Camillo”, portò via il parroco più amato della storia del cinema.

La Brescello di Peppone e Don Camillo apparteneva all’Italia povera, sincera, che allontanò i rumori delle bombe per raccogliere la speranza seminata di un futuro migliore. Il passaggio travagliato da sogni contadini a quelli della rampante civiltà del boom economico avrebbe avuto un caro prezzo da pagare: nascondersi senza prendere una posizione netta.
A quei tempi o stavi con Peppone o con Don Camillo, conservando comunque la lealtà verso sogni ed ideologie. Oggi invece finisci prigioniero di molte liste civiche, che sono la liquefazione della diarrea da Prima e Seconda Repubblica. E le prossime elezioni amministrative ce lo dimostreranno.

Il regime democristiano è stato censore al cinema quanto il fascismo, ma per fortuna Peppone e Don Camillo l’hanno scampata bella. E ritornare a Brescello, anche in una mattinata uggiosa, è l’unico modo che il viaggiatore ha per risanare la memoria dei nostri nonni dalle porcherie di chi vorrebbe farci credere che qualcosa sia cambiato.

 Brescello, il paese di Don Camillo e Peppone

 Visit Brescello