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“Amore, non piangere perchè la mamma va a lavoro…”

I viaggi mattutini in metropolitana mi infastidiscono per la frenesia delle persone, prigioniere della routine tra spintoni e rincorse di quel tempo di cui non siamo padroni.
Stamattina, seduta accanto a me sulla linea rossa di Milano, c’era una donna che parlava a telefono. Ho capito dopo qualche battuta che il suo interlocutore era la figlioletta.

“Amore, non piangere perchè la mamma va a lavoro…”

Queste sono state le ultime parole di una conversazione andata avanti parecchi minuti senza una risoluzione.  Di sbieco mi sono soffermato sul viso sgomento di questa mamma che, dopo aver concluso la telefonata, è scoppiata in lacrime affondando nello sciarpone intorno al collo.
La gente distratta continuava a salire e scendere con indifferenza, mentre io mi sentivo impotente di fronte a questo urlo sibillino di immenso dolore.

Ho ripensato a quelli della mia generazione che avevano soltanto il papà da spartire con il lavoro. Mia mamma di professione ha fatto la casalinga e mi sono risparmiato la paura e l’angoscia infantile del distacco quotidiano, se non nelle ore dei tempi della scuola materna, in cui non si andava mai oltre l’ora di pranzo.

Non bisogna essere un sociologo per cucire i cambiamenti nella nostra società degli ultimi quarant’anni così come non occorre un pediatra o uno psicologo per rendersi conto del dolore e della frustrazione che scatta da entrambi le parte, figli e mamma.

Un lettore ha commentato così il mio tweet del buongiorno:

A proposito del giudizio mi è tornato in mente Platone:

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.”

Il viaggio in metropolitana di questa mattina è dedicato a tutte le mamme che ogni mattina combattono questa battaglia dentro e fuori il cuore.

50 candeline per te: buon compleanno, cara Claudia Endrigo!

Rosario PipoloOltre le canzoni del tuo papà, cara Claudia, c’è una ricordo che mi lega a te: la maestra Iole che, all’alba degli anni ’80, ci insegnò in terza elementare i versi di Ci vuole un fiore.  E quando alcuni anni fa te ne parlai, annunciandoti che le stavamo organizzando una festa a sorpresa per la pensione, non te lo facesti ripetere due volte.
Mi inviasti una lettera dolcissima che le lessi in classe. Alunni e genitori esclamarono: “Hai letto con passione questa lettera di Claudio Endrigo. Si vede che siete amici di vecchia data!”.

Beh, io confermai. Dici che ho esagerato? In fondo, non ci siamo mai conosciuti di persona. Perché “amici di vecchia data”? Perché quando ti hanno scattato questa bella foto con il tuo adorato papà, il mio corteggiava mamma, regalandole le canzoni d’amore di Sergio Endrigo.
E poi vuoi mettere:  tu, graziosa signorinella, andavi a scuola con lo zaino nel viale delll’adolescenza ed io, bambino monello, che puntualmente fregava a mamma la paletta delle pulizie. Diventava l’asta immaginaria di un microfono per cantare Ci vuole un fiore su un balcone alla periferia di Napoli. Il Vesuvio “scostumato” mi mostrava le spalle, il monte Somma.

E poi c’era mamma che, tra una faccenda domestica e l’altra, mi faceva ascoltare le canzoni del tuo papà e mi parlava di lui come uno di famiglia. Una persona perbene, ripeteva. Guardandoti in questa foto di ieri e in quelle di oggi, posso dirti una cosa con franchezza?
Claudia, sei tutta tuo padre. In quella tua autenticità, in quel tuo modo di essere sincera, in quell’entusiasmo appassionato che ti fa affrontare la vita, lontana dallo star-system volgare di questi tempi. Anche allora però volavano i falchi. Sergio Endrigo invece era una meravigliosa colomba, che posava lo sguardo sull’interiorità dell’umanità.

Detesto gli auguri “in saldi”che raccattano consensi sui social network. Per questo biglietto di auguri, condiviso con i miei lettori, ho scelto le pagine del mio blog. Stasera, soffiando le candeline, sentirai in lontananza la voce di quel bimbo stonato che, impugnando l’asta del microfono immaginario, ti dedica: “Ma oggi devo dire che ti voglio bene. Per questo canto e canto te. È stato tanto grande ormai, non sa morire.”

Sono le parole che scrisse il tuo papà. Se torni nel giardino in cui fu scattata questa foto, troverai, incolume dal gelo di gennaio, una rosa che lui piantò per te nel giorno della tua nascita. L’amore di un papà non passa mai di moda perché non appassisce.

Buon compleanno, Claudia.

Con o senza Charlène, impariamo a riconoscere la nostra Principessa!

Continuo a credere che le principesse non siano rarità vintage, ma coloro che spuntano all’improvviso nella quotidianità del caso e dell’altrove: magari su un treno, in una domenica pomeriggio, oscurate dalla timidezza, in balia di un bel mondo interiore che prima o poi scoppierà. Questo può succedere a noi comuni mortali.
Poi ci sono quelle che scelgono di abbassare il capo dinanzi al protocollo di palazzo e preferiscono l’investitura. Charlène Wittstock, da sabato consorte di Alberto di Monaco, ci ha conquistati. Forse perché, nonostante l’abito bianco e il corteo regale, ha mantenuto lo stesso sguardo timido e denso della campionessa di nuoto, il cui destino sembrava scritto nel firmamento dello sport. Non è stato così, anche se poi finire tra reali non è detto che sia un terno a lotto. C’è lo ricorda la fiaba amara di Lady Diana Spencer o quella spezzata di Grace Kelly, sepolta da dubbi e misteri.
Il principe monegasco non è di certo uno stinco di santo e l’ipotesi “gossippara” di un terzo figlio, nato durante la relazione con Charlène, amareggia i giorni di luna di miele. Il candore della neo principessa del Principato di Monaco riesce a rendere pacchiana persino la Kate di Buckingham Palace e potrebbe spodestarla col tempo in termini di popolarità. Come si misura l’affermazione regale? In termini di “share” su i social network o di capacità di ribellarsi ai ricatti dello spietato way of life delle monarchie superstiti?
Ritornando a noi comuni mortali, dovremmo allenarci a riconoscere subito le vere principesse, quelle scalze e fuori dai castelli incantati, in questo tempo che vorrebbe farci passare per fuggiaschi precari. Consoliamoci perché, per tenerle stette a noi, non abbiamo bisogno né di troni né di corone, ma di quest’atteggiamento che ci suggerisce uno stralcio di Il Piccolo Principe, ritrovato nell’angolo di una bacheca di Facebook: “Gli uomini coltivano 5000 rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano… e tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua. Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore!”.

‘E figlie so’ figlie, ma io mi sono innamorato di tua mamma!

“’E figlie so’ figlie e so’ tutt’eguale!” è una sacrosanta verità così lapidaria che poteva uscire soltanto dalla bocca di una madre coraggio del secolo scorso. Parlo di Filumena Marturano, la prostituta nata nei vicoli di Napoli prima che sul palcoscenico di Eduardo De Filippo. Dopo aver nascosto per una vita i suoi tre figli al compagno Domenico Soriano, Filumena gli rivela che uno è suo. La scena di quest’uomo che cerca a tutti i costi di capire chi fosse, mi fa riflettere nei tempi in cui vanno di moda le famiglie allargate: coppie separate, figli sbattuti un po’ qui e un po’ lì, uomini e donne che si rifanno una vita assieme, mettendo in conto il figlio avuto da una storia precedente.
E qui vengo al punto: si può accettare senza remore un bambino che la tua compagna ha avuto da un altro? C’è chi vive con serenità questo status, ma c’è anche chi si crogiola sulla calma apparente, opponendo una latente resistenza pericolosa e dolorosa. Il personaggio edoardiano Domenico Soriano non li accetta “quelli non suoi” finché si sente chiamare spontaneamente in coro “Papà”. E come se all’improvviso il figlio della tua compagna, che fino al giorno prima ti chiamava per nome e ti trattava con distacco, usasse questa parola magica, pur con la consapevolezza che tu non sei e non potrai mai sostituirti al padre vero. In giro sento raramente: “Mi sono innamorato di una mamma”. Non di una separata, divorziata o peggio ancora di una donna sposata. Di una donna che per professione fa la mamma a tempo pieno.
I bambini ci guardano non è solo il titolo di un bel film in bianco e nero di Vittorio De Sica, ma la consapevolezza che da un bimbo puoi aspettarti la disarmante saggezza che non appartiene più all’età adulta: “Mamma, ho capito perché piangevi ieri sera quando mi hai messo a letto. Ti sei innamorata di un altro”. Chi vuole intraprendere questa strada complicata dovrebbe prima di tutto andare da quel bimbo e spiegargli con la dolcezza come stanno le cose:”Io e te non ci conosciamo, ma siamo legati perchè condividiamo l’amore per la stessa donna. Tu, da monello che sei, le chiedi tutti i santi giorni di sistemare i giocattoli che hai lasciato sparsi per casa; io, da disordinato che sono, mi sono innamorato di tua mamma  perchè lei con un bacio mi ha trasformato in un principe azzurro, quello protagonista delle fiabe che ti racconta”.

Le favole di Aurora

Sono già alcuni anni che piagnucoliamo: i bambini italiani sono svogliati nella lettura e la colpa ricade su i genitori, che non danno il buon esempio. Del resto in un Paese che corre come una trottola, troviamo ancora il tempo per leggere una bella favola ai nostri figli e lasciare in eredità la magia di un bel libro? Succede, ma sempre più di rado. Mio padre se le inventava – ed era una frana – ma almeno ci provava. Noto che la maggior parte dei bambini preferisce farsi dare la buona notte dall’ultimo eroe di turno della Playstation o dai frenetici cartoon, che impazzano in tv a tutte le ore. La mia generazione l’ha scampata bella: circolavano le prime audiocassette con quella voce preregistrata che spodestava papà o mamma  dal trono di narratore. Se siamo noi adulti i primi a non credere più nelle fiabe, come pretendiamo che lo facciano i nostri bimbi? Pochi giorni fa è accaduto il contrario. La piccola Aurora, figlia di due cari amici, non mi lasciava andare via la sera, se non mi raccontava una favola. Questa esuberante bimba di 6 anni mi deliziava con i suoi racconti, e così persino una cult story come quella di Cenerentola diventava una piacevole rivisitazione tra fantasticherie e caos mediatico. Io la ascoltavo con attenzione e lei mi premiava trasformandomi in un personaggio. Il principe azzurro? No, guardandomi diritto negli occhi replicava: “Tu somigli a Paolo Bonolopis”. Aurora mi ha fatto riflettere: dovremmo farlo tutti più spesso, trovare il tempo per ascoltare i nostri figli perchè sono diventati più bravi di noi a raccontare le fiabe! Quando rincaso la sera, mi manca Aurora e quella sua ingenua spavalderia che sguizza tra fantasia e realtà. Io mi consolo, guardandomi allo specchio: se non sono il brutto rospo o il principe azzurro, chi mi ha trasformato in Paolo Bonolopis? C’è di mezzo lo zampino di Aurora, perchè il suo sorriso sornione è più potente di qualsiasi bacchetta magica. 

Pene d’amore, cercasi “strizzacervelli” disperatamente!

Lo strizzarcervelli

Rosario PipoloAlcuni anni fa una collega di mia sorella finì dallo psicologo perché il ragazzo la aveva lasciata per un’altra, che per giunta era la sua migliore amica. Che stronzo! E lo strizzacervelli le disse: “Signorina, se la goda, sia dia alla pazza gioia”. Sono sempre alla ricerca di aneddoti curiosi da condividere con voi e il prossimo arriva dal nostro Sud. Parliamo delle solite famigliole che si illudono di tenere sotto controllo le pene d’amore dei figli. Una volta la figlia che voleva scappare col ragazzo che amava, veniva mandata in collegio, dal prete del paese o addirittura dall’esorcista: “Quella svergognata è posseduta dal demonio. Vuole andarsene senza arte né parte”.  Oggi, dopo averle tentate tutte (chiusa in casa, diseredata, colpevolizzata, telefono sotto controllo, lavoro a pochi passi dall’ufficio di mammà), è arrivata l’ora dell’ultima spiaggia: lo strizzacervelli. Basteranno una decina di sedute per ripulire mente e cuore dai ricordi e far tornare “la figlia svergognata” sulla retta via, sotto la campana di vetro dei borghesotti di provincia? Sarà sufficiente un cachet di 1000 euro per liberarla una volta per tutte dal “plagio” del suo Romeo? E se il plagio significava non rispettare le regole della “sacra e mamma santissima famiglia”, ci vorranno un paio di medici  per mettere fine a tutto, magari torturandola con Valerio Scanu che canta Beyoncè!  Più che di queste pene d’amore, mi preoccuperei di organizzare una seduta collettiva. Fabrizio De Andrè diceva che sotto il letame può nascere un fiore. Aggiungerei: a meno che la cacca non sia nascosta sotto i tappeti del salotto di casa. Tra regali, borsette di Vuitton e vestitini griffati l’allegra famiglia tornerà nella squallida quotidianità. Sotto quel letame lo strizzarvelli troverà quel mucchio di pene d’amore tra i petali di un fiore. E a questo punto dovrà consultare a sua volta un bravo giardiniere!

Quando una storia finisce su Facebook…

facce da facebook

Rosario PipoloNon vale sempre la legge dell’happy end. Mi ricordo la fine di una storia un ventina di anni fa. Paola, una cara amica d’infanzia, e Gennaro chiusero il loro fidanzamento  scaraventando dal balcone tutti  i regali. I passanti erano lì sbalorditi, ma almeno questo “sfogo plateale” fece capire a tutti e due che il destino li invitava a prendere strade diverse. E così fu. Nell’estate dei social network e della sindrome collettiva “da reality”, finiscono su Facebook matrimoni, fidanzamenti, flirt o storie transitorie. Persino una suora ha visto la vendetta del suo ex , che ha pubblicato su Facebook alcune foto in topless e non si è rassegnato a “quel maledetto voto di castità”. Come finisce una storia su un social network?  Lei mette in scena, secondo un copione da sceneggiata napoletana, il suo “status” di disperazione, e lui è lì a non fare niente. Arrivano gli amici che tra commenti e foto urlano: “Perché farci i cazzi nostri? Vieni qui che ti difendiamo noi da quello stronzo”. Nel passaggio dall’agorà reale a quella virtuale, la coppia ha perso il sacrosanto diritto di confrontarsi perchè al bivio è più opportuno scegliere la strada più comoda e patire il vittimismo della fragilità da YouTube generation. Paola e Gennaro hanno detto basta ai loro sentimenti adolescenziali con un raptus “folcloristico”, ma pienamente aderente alla realtà.  Nel cono d’ombra virtuale sulla via di Facebook o Twitter si consuma tutto in silenzio, ma trasuda come un sepolcro imbiancato l’invadenza degli ultimi baluardi delle famiglie patriarcali e matriarcali. Per fortuna, un razza in estinzione: genitori che “colpevolizzano” i figli perché l’involucro della piccola borghesia di provincia sia l’unico stile di vita: “Fa’ la cosa giusta. Lascialo e salvati finché sei in tempo”. E cosa farne di questi padri, servi per una vita intera e detentori di un labile autoritarismo, o madri che hanno scambiato la meschinità per saggezza? Lasciarli annegare nell’agorà virtuale del web come “due miserie in un corpo solo” (disse l’apostolo Gaber!), mentre “il gabbiano con l’intenzione del volo” se la dà a gambe.

“Casini” in famiglia per la campagna elettorale dell’Europee

casini150Si avvicina la tornada elettorale delle Europee e devo dire che quest’anno non vedo il solito assalto dei manifesti politici. Qualche oscenità si intravede in ambito locale, ma la crisi si sente anche in tal senso: molti politici hanno ridotto le affissioni e, prendendo il buon esempio da Obama, si sono riversati sui social network (Facebook in testa!). Il povero Pierferdinando Casini ha lanciato una campagna di comunicazione lineare per l’UDC, urtando gli equilibri familiari. Il petteghuless politichese parla di “casini” in famiglia! Infatti, i bambini coinvolti nelle immagini dei nuovi manifesti sono nati dall’unione con Azzurra Caltagirone. Insomma, già ai cattolici non va giù che “un divorziato” cammini a spalle alte e adesso si mette pure l’ex moglie di Casini, offesa per aver lasciato fuori “i figli da primo letto”. Senza mettere il dito tra “ex” moglie e marito, io guarderei il bicchiere mezzo pieno: con questa scelta Pierferdinando Casini ha risollevato la massima eduardiana “E figli so ‘ffigli”, ribadendo timidamente che  anche i figli postumi devono tornare ad avere il ruolo che gli spetta nei giorni delle “famiglie allargate”. E chi si è visto escluso dai manifesti elettorali, può sempre consolarsi con l’altra massima da sceneggiata “I figli so piezz’e core”.