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Per Lucia

Per Lucia ricomincio. Su quel tram verso Bagnoli, in un pomeriggio di dicembre, io nel mio montgomery color cammello e il suo maglione fatto a uncinetto, stretto a lei, a far visita al fratello Nicola. Il tram frenò e i suoi occhi balzarono nello sgomento. Capii allora che la mia bisnonna se n’era andata prematuramente investita da quel maledetto numero 1.

Per Lucia ricordo. A braccetto con la sorella Adele nella Napoli del Secondo Dopoguerra in attesa che le arrivasse una lettera dal suo Pasquale, prima dei giorni bui della prigionia, sognando il matrimonio che sarebbe arrivato quando dalla polvere da sparo sarebbero germogliate rose rosse: “Mia carissima Lucia, in questo momento ho ricevuto il tuo espresso, il quale ha procurato in me grande gioia, sapendoti in ottima salute. Poi ho trovato due foto, per cui ti assicuro che sei uscita magnificamente bene. Sappi che, essendo la mia divisa un po’ grande, ho dovuto portarla dal sarto per farla accorciare. Appena il sarto si deciderà a ridarmela, mi farò delle foto in formato grande e te ne invierò qualcuna. Del resto, sii sempre tranquilla che io ti amo veramente e non ti farò mai alcun torto.”

Per Lucia come nel teatro di Eduardo. Da commerciante ambulante dell’Addà passà ‘a nuttata della Napoli milionaria a commerciante a domicilio quando il marketing era ancora scienza lontana; da moglie, zia, sorella, figlia a madre attenta, premurosa, avanguardista; da matriarca generosa che trasformò la sua casa nel rifugio di aggregazione per familiari, amici, vicini a nobildonna non per titolo ereditario ma per vita vissuta; da impeccabile cuoca napoletana ai fornelli a saggia anziana occhialuta che amava ripetere: “A vita è n’affacciata ‘e fenesta.”

Per Lucia io scugnizzo napoletano. Una notte, sotto un cielo stellato ai Campi Flegrei, fece l’incantesimo. Gettò via il borotalco, mi cosparse dello zolfo della Solfatara, mi fece immergere nell’acqua misto di sale e catrame di Coroglio, mi lasciò tremare tra i movimenti ondulatori del bradisismo di Pozzuoli, spalmò sulla mia lingua la cadenza stretta napoletana affinché nessun maestro di dizione potesse correggerla.
Mi sottrasse alla provincia, cambiò il mio destino, mi cucì addosso un vestito con le canzoni di Piedigrotta e mi fece ad uncinetto un cappellino con le ceneri del Vesuvio. Nella braccia conficcò la terracotta dei pastori di San Gregorio Armeno e, anni dopo, al capezzale dopo aver capito che i giorni era contati, mi disse: “Fujetenne, vattenne. Tu ta cavarrai sempe”.

Venticinque anni senza Lucia sono stati anche 25 vigilie di Natale con lo spaghetto alle vongole tassativamente in bianco, 25 smisurate preghiere su un filo di vento, 25 fette di pastiera mai mangiate, 25 sogni in cui luminosa mi faceva segno di non voltarmi indietro perché c’era lei a un passo da me, 25 punture dolorose tutte le volte che avrei voluto riabbracciarla, 25 poesie mai scritte perché la penna di Salvatore Di Giacomo non mi avrebbe soccorso, 25 volte in un teatro a Napoli senza che mi accompagnasse e tutti puntualmente a ripetermi “Che bella signora, tua mamma!” (In reatà lei mia nonna…), 25 concerti senza la dedica di Riccardo Fogli per lei su un vecchio 45 giri, 25 volte in aereo pensandola accanto a me come quella volta verso Lourdes, 25 volte in auto al casello della tangenziale senza lei che mi diceva “Pigliete sti spicci…”, 25 Festival di Sanremo senza lei che mi raccontava i suoi, il primo alla radio, 25 volte che ho chiesto ad Alexa di darmi le notizie a prima mattina per ritrovare i risvegli assieme e lei che girava la manopola della radio su Rai GR1 notizie, 25 estati al mare senza il suo “Figlio ‘e ‘ntrocchia, je te voglio bene”.

Oggi 29 dicembre chissà se mi riconoscerà per le vie di Milano dopo così tanto tempo, capelli ingrigiti e barba incolta, occhiali appannati come i vetri dell’auto con i tergicristalli rotti, un ago puntato al centro del mio cuore.

Per Lucia, mia nonna.

Lina Wertmüller, travolto da un insolito destino alla Reggia di Caserta

Travolto da un insolito destino alla Reggia di Caserta. Una mattinata insieme a Lina Wertmüller durante le riprese di Ferdinando e Carolina. Io, lo sbarbatello non ancora laureato, penna e taccuino alla mano, inviato dal caporedattore di un quotidiano nazionale e papà che mi ripeteva: “Quando mi chiedono quale mestiere hai iniziato a fare, cosa rispondo?”.

QUESTA VOLTA PARLIAMO D’UOMINI

Travolto da un insolito destino nell’azzurro del mare d’agosto che non c’era. Per me bastava ci fosse lei, dietro la macchina da presa, lo scalone della Reggia di Caserta che mi scivolava addosso. La Wertmüller abbassò gli occhialini e, prima del prossimo ciak, mi disse: Benvenuto“. Forse sarei stato scontato, se per attirare la sua attenzione, avessi esordito citando il titolo del suo film Questa volta parliamo d’uomini.
Macché, proprio con lei che era il mio mito di emancipazione femminile, lontana da stizzinosi slogan e assordanti megafoni riposti in soffitta dalla generazione dei miei genitori.

RIDATEMI MIMI’ METALLURGICO

Il culo gigante in Mimì Metallurgico ferito nell’onore era stato a 12 anni una sorta di luna gigante felliniana: nonno Pasquale me lo aveva fatto osservare senza alcuna censura. Prima di quel set mi ero ritrovato rinchiuso in camerino con Mariangela Melato a rovistare testimonianze di Film d’amore e d’anarchia, anni dopo sulla laguna di Venezia con Giancarlo Giannini a sbucciare noccioline cinefile tra Pasqualino Settebellezze e La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia, appiccicato ad una cornetta telefonica della SIP con Paolo Villaggio dell’altra parte per un memento colorito da Io speriamo che me la cavo.

STRISCIONE DI PROTESTA CONTRO L’INFAME MASCHILISMO

Prima che le femministe di Sinistra si facessero spennare come galline nei salotti borghesi, Lina Wertmüller aveva mitragliato con la sua macchina da presa l’infame maschilismo accampato nel cinema italiano dal Secondo Dopoguerra in poi.
Quanti tra i fetenti nascosti sotto le sagome cartonate da benpensanti si sono mai accorti che i film della Wertmüller sono stati tra gli striscioni di protesta più roboanti Italia?
Intanto di quello shooting di Ferdinando e Carolina mi torna in mente l’armonia tra tutti gli addetti ai lavori, la postura della Wertmüller nei confronti dei suoi attori: autorevole e garbata, severa e con un sorriso sornione sempre per tutti. Da quel reportage mi portai via l’esperienza del set come un gioco di costruzioni, in cui l’atto creativo era condivisione e l’ultimo tassello fuori posto poteva fare la differenza e stimolare chiunque partecipasse alla realizzazione del film.

Lina Wertmüller ha fatto ridere a crepapelle persino gli ingessati a stelle e strisce dell’Academy. Datele retta, basta con questo “maschilista” Oscar.
Da oggi chiamiamola Anna, come da lei suggerito, la statuetta più ambita del mondo.
Evviva Lina, fantasista e anticonformista, autentica rivoluzionaria e avanguardista, che ci lascia in balia della pochezza del nostro tempo.

Peppino, Peppino, figlio dell’amore in quale vicolo batterà il tuo cuore…

Questa foto antica degli anni ’30 mi riporta con prepotenza nel cuore della mia Napoli, tra le pagine di storie private che, mattone dopo mattone, hanno costruito l’Italia del secolo scorso.
Le persone comuni come Peppino sono state la calligrafia di queste pagine dell’Italia povera ma bella, prima sotto le bombe della guerra, poi sotto la luce della rinascita, il boom economico degli anni ’50, le feste fatte in casa degli anni ’60 a ritmo di twist, e poi ancora vita, vita, tanta vita.

Peppino, Peppino, figlio dell’amore
In quale vicolo o strada, batterà il tuo cuore
In quale culla di pietra pura
Imparerai, la vita è un’avventura

Peppino è stato questo e tant’altro ancora. Nel centro storico di Napoli lo scambiavano per un attore hollywoodiano. Pochi sapevano che dentro il diluito del suo sorriso si nascondeva l’amore infinito per la madre Concetta, il dolore per averla persa troppo presto, l’essere diventato da un giorno all’altro l’ometto di casa, la sua protettività per la sorella Giulia e il fratellino Ciro.

Peppino, Peppino, tu la dovrai amare
Amare è dura e senza frutti al sole
C’è più coraggio nella fantasia
La vita tua diventa mia

C’è una scena che mi torna in mente tutte volte che penso a Peppino. L’ho immaginata tante volte, decenni dopo, sulle gambe di nonna Lucia. Lui con il fratello e la sorella sul’uscio di casa di mia nonna, in silenzio, come in un fotogramma del cinema di Vittorio De Sica.
L’Italia della rinascita era fatta anche di questo, di accoglienza, dell’amore di una zia per i nipoti, che da quel giorno si fece amore materno, incommensurabile.

E da solo andrai verso il mio domani
Con i tuoi occhi e con i miei occhiali
E non sei solo, solo nell’amore
Peppino dai i tuoi occhi al cuore

Quando penso a quel gesto d’amore del secolo scorso mi convinco che la classificazione e i gradi di parentela restano un’effimera invenzione degli uomini. E oggi più che mai continuo a calpestare le briciole dei vaporosi legami coltivati nei fiumi delle chat di Whatsapp. Chi ha avuto la fortuna e il privilegio di vivere legami densi, come quello tra me e Peppino, deve reagire alla pochezza dei giorni nostri: la vera ricchezza della vita è fatta di legami d’amore costanti e questo tempo in cui sopravviviamo lo ha dimenticato, se n’è privato per rincorrere l’effimero.
Nel vuoto per non averlo salutato l’anno scorso tra lockdown e pandemia, mi sento risollevato dal ricordo come quella volta in cui, dal bancone di una profumeria in via dei Mille, mi prese in braccio e mi presentò con orgoglio al suo titolare.

Cani randagi nella notte scura
La vita, no, non fa paura. (antonello venditti)

Di Peppino ne resterà uno solo in questa vita. Peppino, mio zio.

Buon Ferragosto: “C’era una volta la vacanza estiva…” e la riflessione amara di Massimo

E’ cosa rara nei giorni a cavallo di Ferragosto incrociare riflessioni intelligenti dei vacanzieri facebookiani. Le bacheche del social network di Zuckerberg straripano  con foto e video in cui si fa a gara a raccontare la vacanza più bella. Lo stile dello storytelling di Facebook, che in tanti casi diventa goffo, richiama quell’ ”ostentazione della felicità” di cui leggevo in Rete qualche settimana fa.

Torniamo a noi e alle rare riflessioni intelligenti di Ferragosto: ne ho trovata una, pubblicata di getto da Massimo, over 40 napoletano, sulla sua bacheca Facebook e, che per fortuna, non è finita strozzata in un angolo dai maledetti algoritmi che riempiono i news feed di banalità e stupidità.

“C’era una volta la vacanza estiva… la vacanza che durava talmente tanto che prendevi l’accento del posto. La mattina in spiaggia, pure se ne avevi già a decine, ci voleva la mille lire per comprare i braccioli, il pallone, il cocco (…) Oggi la vacanza dura talmente poco che, quando torni, nun saje se sei partito o te le sunnato.”

L’incipit non appartiene alla filastrocca nostalgica di un over 70, anche perché sappiamo bene quanto rimpinzare i pensieri vacanzieri di nostalgia sia un errore grossolano. Piuttosto questo è l’incipit della lucida consapevolezza di un quarantenne e di quel cambiamento sociale che ha portato a strizzare i giorni della tanto attesa vacanza.

Quella a cui Massimo fa riferimento si chiamava “villeggiatura” e non aveva niente a che vedere con le mini vacanze stressanti dei tempi odierni, in cui tutti si improvvisano provetti viaggiatori, vomitano lamentele per le cancellazioni di Ryan Air, fanno a gara a chi arriva più lontano.

“C’era una volta la vacanza estiva… il venerdì chiudevano gli uffici, i negozi e tutti i papà partivano e venivano per stare nel fine settimana con le famiglie. Si era felici, si giocava tutti insieme, eravamo tutti uguali e se qualcuno non tanto lo teneva nessun problema, dove mangiavano in quattro, mangiavano anche in cinque, sei o più”.

Quanto vale oggi il diritto alla disconnessione per i miei coetanei “papà” con lo smartphone sotto l’ascella sudata per buttare l’occhio di tanto in tanto alla posta elettronica lavorativa?

“C’era una volta la vacanza estiva… l’unico problema di noi bimbi era non bucare il pallone, non scassare la bicicletta, nun te scassa’ ‘e ginocchie giocando, altrimenti quando rientravi avive pure ‘o rieste. Il tempo era bello fino al 15 agosto, il 16 arrivava il primo temporale e la sera ci voleva il maglioncino di filo. Intanto arrivava settembre, si tornava a scuola, la vita riprendeva, l’Italia cresceva e il primo tema era sempre parla delle tue vacanze. Oggi bambini viziati e nervosi, vanno al campo estivo dal 1 giugno al 31 luglio, poi al miniclub e il 3 settembre a scuola… con mamma e papà quando ci stanno? Mamma e papà non hanno mai tempo, il lavoro, le faccende, gli impegni, Facebook, il cellulare…”

La villeggiatura della nostra infanzia e adolescenza ritinteggiava nel giusto arco di tempo le pareti della stanchezza accumulata durante l’anno scolastico e ci offriva l’opportunità di ritrovare, oltre la prospettiva dei castelli di sabbia, i valori intorno a cui volteggiava la vita familiare.
Non era il tempo della corsa sfrenata per ostentare la felicità nella centrifuga virtuale, perché eravamo davvero inebriati di felicità e a vista d’occhio. Non eravamo sballottati da un’attività pre-vacanza all’altra, perché i nostri genitori non dovevano competere con altre priorità, al di là dei ricatti dell’emancipazione sociale.

Si dice che quella era un’altra Italia, così come i nostri nonni dicevano lo stesso della loro. La domenica d’agosto di nonno Pasquale e nonna Lucia, di mia mamma, assomigliava a quella in bianco e nero dell’omonimo film di Luciano Emmer con la mappatella, l’ombrellone in spiaggia, il cibo e le stoviglie portate da casa. Il Ferragosto dei miei nonni napoletani al Lido Pola a Coroglio era una tavolata chilometrica condivisa con tutti i condomini vicini dei Campi Flegrei.

La domenica d’agosto della mia generazione invece è stata a colori proprio come le vacanze estive raccontate tutte di getto da Massimo .

“C’era una volta la vacanza estiva… ogni tanto mi chiedo se fosse meglio allora o adesso. Una risposta certa non so darla. So che allora eravamo tutti più felici, la società era migliore, esistevano l’amore, il rispetto, la solidarietà.”

“Quante cose son passate ormai, quante cose non torneranno mai…”, cantava Vasco. L’amarezza resta prima e dopo. Buon Ferragosto!

Rino, il lettore garbato che bussò alla mia porta

Nel febbraio di cinque anni fa Rino bussò alla porta dei miei canali social. Non so come “l’uomo in divisa” della periferia di Napoli mi avesse trovato – pensavo ad un fortuito ingarbugliamento di algoritmi di Facebook – ma in realtà io e Rino eravamo cresciuti nella stessa zona. Mi apparve un viso conosciuto nonostante fossimo di due generazioni diverse. Io per giunta me ne ero andato via più di quindici anni fa.

Quando cominciai a scrivere per la carta stampata, imparai una cosa: il lettore dovevo immaginarlo. I miei primi articoli nascevano a notte fonda, sul ticchettio di una macchina da scrivere, dopo l’ennesimo spettacolo teatrale.  Allora facevo fatica a dare una fisionomia ai lettori, almeno ci provavo, oggi nell’era digitale ne puoi toccare quasi con mano l’essenza se ti fai acuto osservatore.

Rino era un lettore garbato, apprezzava i miei diari di viaggio in giro per il mondo, leggeva altrove i miei interventi sulla Terra dei Fuochi, si appostava a tarda sera sulla bacheca di Facebook e aspettava il mio Around Midnight, l’aforisma che scelgo ogni sera da oltre dieci anni per dare la buonanotte a chi mi legge. Stasera il mio aforisma sarà fatto di un lungo silenzio tra due virgolette perché ho saputo che Rino è volato in cielo.

Avevo capito da subito che questo lettore della Terra mia non aveva la smania di trasformare il suo profilo social in un alter ego dove si ostenta, come fa chi è stato risucchiato da quella melmosa sindrome facebookiana, racchiusa in una perla di saggezza del Dalai Lama: “Questa è un’epoca in cui tutto viene messo in vista sulla finestra per occultare il vuoto della stanza”.

Rino non aveva bisogno di mettere in vista “il niente” sulla finestra, perchè il suo “tutto” era in una stanza fatta di amore, affetti, sogni, passione per la vita, quella che intravedevo negli emoticon solari che mi lasciava nei commenti a prima mattina.
Anche un giornalista deve qualcosa a ciascuno dei suoi lettori: ringrazio Rino per avermi riportato su quella strada di periferia dove sono cresciuto, percorsa in lungo e largo per conoscere uomini, donne e bambini, respirare le loro storie di vita che si intrecciavano con quelle delle mie radici di instancabile ragazzo del Sud.

Siamo ad un passo dalla Notte magica di San Lorenzo. Non distraetevi perché la prima stella cadente altro non sarà che la scia della moto con Rino e il papà, come in questa calda foto in bianco e nero degli anni ’60 a cui era particolarmente affezionato. Questa volta a guidare le due ruote sarà Rino perché, come cantava il professor Vecchioni, “le idee sono come le stelle che non le spengono i temporali.”

Buon viaggio, Rino. Ho già pronta la valigia per raccontare il mio prossimo viaggio e te lo dedicherò.

Diario di viaggio: Neve a Napoli e la spalata di ricordi di Burian

“Chi tene ‘o mare nun tene ‘a neve” non è la rivisitazione di un verso di Pino Daniele quanto la consapevolezza di chi una nevicata l’ha vista di rado nei luoghi in cui è cresciuto. Nel lontano 1985 Napoli e provincia furono totalmente imbiancate ed io, insieme ad alcuni compagni di classe delle scuole medie, rischiai una sospensione per essere scappato in cortile.

I meno audaci tra noi si accontentarono di guardarla dalla finestra, noi no, ci chiedevamo cosa si provasse ad avere quella coltre bianca tra i capelli. Noi quattr’occhi alzammo gli occhi al cielo e ci ritrovammo gli occhiali appannati. L’effetto della neve che si scioglieva sule lenti sembrava una magia bella e pronta. Quel pomeriggio dell’85 volevamo non finisse mai.

Dopo 33 anni esatti Burian, il gelido vento siberiano, fa visita a Napoli nello stesso giorno in cui mi trovo io di passaggio: questa nevicata intensa da una parte seppellisce strade, tetti delle case, o nasconde macchine, dall’altra spala i ricordi. In questo lasso di tempo della mia vita fatta di viaggi e vagabondaggi ne ho vista tanta di neve, ma non è la stessa che si appoggia nei posti in cui sei cresciuto.

La neve non prende forma, piuttosto dà forma ai ricordi e produce quella condensa che non fa rumore e si deposita negli angoli più fitti dell’anima: penso all’ultimo fischio del ferroviere Giovanni che se n’è andato per sempre dopo la bufera o al medico di stamattina che ha condiviso con me un fotogramma della fioccata dell’85, vissuta da neolaureato volontario in ospedale, bloccato in un autobus al Vomero.

La neve si ghiaccia sui marciapiedi e il rischio più grande è la scivolata. Io e Pasquale, amico dai tempi dell’adolescenza, siamo scivolati sul ghiaccio dei ricordi con la matura presa di coscienza che rinchiudersi in sé stessi è uno dei morbi più pericolosi di questo tempo.
Burian ha piegato l’Italia nella morsa del gelo e ha restituito alla mia generazione che visse la nevicata dell’85 a Napoli il ritrovarsi nel nome dei sogni comuni difesi a denti stretti come la scorciatoia per tornare ad ascoltare i passi della vita che qualche volta come la neve non fanno il minimo rumore.

Aveva ragione Giovanni il ferroviere quando disse a me e al figlio Antonio, nel cortile di casa sua, che al di là dell’euforia da ventenni l’amicizia con le radici non evapora. “Chi tene ‘o mare nun tene ‘a neve”, ma chi sa dialogare con la propria memoria senza rimorsi e rinnegamenti saprà incantarsi ancora di fronte alla prossima nevicata, a Napoli, nei posti che ti hanno reso l’uomo che sei.

“Stupendo, mi viene il vomito… Non lo so se sto qui o se ritorno.”

Svolta in quella strada. Rallenta, lo vedi il perimetro in cui ci siamo giocati la partita dell’infanzia, tra casa tua e quella di nonna? Forse questi trentott’anni d’amicizia li abbiamo fatti correre troppo velocemente come degli acrobati accovacciati tra le corde della strafottenza che ci accomunava.
Non era superficialità la nostra, piuttosto la leggerezza ribelle che ci ha fatti crescere sovversivi nella provincia mediocre infangata dal vivere per apparire.

Guardando una fotografia
mi rendo conto che il tempo vola
e che la vita poi è una sola…
E mi ricordo chi voleva
al potere la fantasia…
erano giorni di grandi sogni… sai
erano vere anche le utopie.

Fermati al semaforo anche se è verde, così i clacson delle auto impazzite orchestreranno l’ennesimo concerto del fuje fuje.
Guarda, alla tua sinistra, la panchina di via Diaz dove ti venivo a cercare nelle serate di giugno stiracchiata su quella vespa bianca. I tramonti d’estate, che avevano spettinato la fine dell’anno scolastico, ci facevano galoppare sui nostri sogni, sul futuro difeso a denti stretti, niente ce lo avrebbe scippato, neanche la morte.

Ma non ricordo se chi c’era
aveva queste queste facce qui
non mi dire che è proprio così
non mi dire che son quelli lì!

E ora che del mio domani
non ho più la nostalgia…

Andiamo contromano, non c’è nessuno in quella piazza, ci siamo io, tu ed Elisabetta che cantiamo a squarciagola Stupendo di Vasco, proprio come in quella sera d’autunno in cui la gente ci guardò come se fossimo ammattiti.
Poi sulla via del ritorno, dal sedile anteriore della mia 127 ciondolante, mi sussurrasti: “Ti piace la mia amica?”. Fu allora, sull’onda dei miei vent’anni, che mi convinsi: tu sapevi leggermi dentro, perforavi il mio cuore come solo una ragazza sa fare con un caro amico.

E cosa conta “chi perdeva”
le regole sono così
è la vita ed è ora che cresci!
devi viverla così…

Rallenta pure, guarda gli alberi, le foglie morte, come hanno ridotto il paesaggio della nostra adolescenza.
Li vedi quei faccioni sui cartelloni giganti che elemosinano voti per le prossime elezioni amministrative? Sono figli e nipoti di coloro che svendettero il diritto alla vita e alla salute in cambio di potere, poltrone, incarichi, posti di lavoro. Gli spargimenti di veleno nella nostra terra oggi generano morte senza pietà.

Però ricordo chi voleva
un mondo meglio di così!
ancora tu che ci fai delle storie…(ma dai)…
cosa vuoi tu più di così…

Siamo arrivati. Cosa fai, scendi dall’auto? Non chiedermi di guidare, di tornare indietro da solo nella terra dei fuochi governata da assassini in giacca e cravatta, non ce la faccio, sei la mia vita, sei la mia famiglia.

Mi viene il vomito,
è più forte di me
non lo so
se sto qui
o se ritorno.

Aspetto qui. Non voltarti indietro, Maria Grazia. Che luce abbagliante, allora Dio esiste davvero.

Cartolina dalla Cecchignola: le cose che non ci siamo detti mai

Le cose che non ci siamo detti mai le ritrovo qui, fuori le mura di questa caserma, nel perimetro dela Cecchignola di Roma, e non di certo perché abbia fatto la naia. Nei miei venti giorni con la divisa risultai il militare più indisciplinato e ribelle, senza che nessuno scommettesse fossi il nipote di un maresciallo dell’esercito.
La prima volta che misi piede in una caserma fu qui ed oggi ci sono tornato con il bus 044. Non arrivavo all’altezza della giacca della tua divisa allora. Venire a lavoro con te per tutti quei giorni fece quella caserma casa mia, nei mesi grigi in cui noi bambini di allora ci sentimmo sfollati dopo il terremoto dell’Irpinia.

Tra le cose che non ci siamo detti mai c’è sempre stata questa riconoscenza che interpretavo a modo mio, indossando il basco e i guanti tuoi dal colore verde militare. Volevo in maniera infantile sentirti addosso. E questo sentirti addosso l’ho avvistato quando da lettore del mio romanzo hai attraversato parte della tua vita su una strada di carta e inchiostro. Per chi fa il mio mestiere non ci sono parole più dense che sentirsi dire di aver scritto quello che da sempre avresti voluto scrivere, rinchiuso a chiave in un cassetto di una caserma tra appunti sparsi.

Tra le cose che non ci siamo detti mai c’è il declassamento da disadattato alla vita militare rivendicato da me nel declassamento dei legami familiari, nell’esclusione dei parenti e dei loro squilibri mediocri dalla mia quotidianità, perché la vera famiglia è quella che costruisci tu, con le tue mani, giorno dopo giorno, con chi vuoi. Il legame tra me e te va oltre ogni gerarchia ed è stato disegnato in un vissuto e in una presenza costante nei miei confronti di chi ha saputo leggere dentro me le ferite private, racchiuse nel tuo ripetermi “Il tempo cancella tutto e cicatrizza i dolori”.

Le cose che non ci siamo detti mai sono rimaste accovacciate un pomeriggio sul divano alla Castelluccia di San Paolo quando avevamo capito reciprocamente quanto uno zio fosse importante per un nipote così come un nipote per uno zio in una corsia preferenziale: non siamo tutti uguali, nei legami vince chi ama e ricambia di più, è una meravigliosa gara a due che non ci farà evaporare. Oggi che ti sei appisolato ho paura, come in quel pomeriggio, che tu non ti sveglia più. Non c’è tempo per dormire, me lo hai insegnato tu.

Sono a metà di viale dell’Esercito. Due militari  mi tengono d’occhio dalla finestra. Indosso la mia divisa civile: giacca e pantalone blu scuro. Mi metto sugli attenti, porto la mano destra con scatto repentino verso la fronte. Ti vedo, sapevo che saresti venuto da me, qui alla Cecchignola.

Tra le cose che non ci siamo detti mai ce n’è una: sei stato il Pasquale più importante della mia vita.

“Io t’ho scoperta stamattina… Roma capoccia, der mondo infame.”

Prima Comunione

Maggio è il mese delle Prime Comunioni e mi capita ancora di vedere ciurme di bambini per strada vestiti di bianco come degli angioletti. La prima volta che scorsi una bimba vestita di bianco non arrivavo all’altezza della credenza di nonna Lucia.
Anzi dovevo arrampicarmi per fiondarmi in quella foto in bianco e nero della metà degli anni ’50: si trattava di mia madre, nel giorno della sua Prima Comunione, fuori la chiesetta delle suore alla Riviera di Chiaia a Napoli.

Un battito di ali in questa domenica. Incrocio un papà africano che osserva con orgoglio la sua piccola dopo aver ricevuto la Prima Comunione. La ragazzina di colore  lo guarda di sbieco con emozione dall’inginocchiatoio. Scatta la scintilla in me e penso a quanto sia piccolo il mondo, a come una zolla del Continente Nero sia diventato l’anello di congiunzione con i luoghi in cui vivo.

Mi è tornata in mente la piccola Lucrezia che un paio di anni fa, in auto, mi aveva raccontato di aver cominciato il catechismo, solleticando alla madre i ricordi dei trentotto anni della nostra amicizia.
Ho visto lungo il corso della mia vita eserciti di genitori in ansia perché la festa della Prima Comunione dei figli riuscisse alla perfezione, che gli invitati fossero soddisfatti del banchetto, senza tener conto dell’essenzialità del momento.

Dal balcone dei miei quarant’anni e passa oggi ho visto finalmente una madre coraggiosa lottare per la vita attaccata ad un filo di spago, affinché la figlia potesse sentirla vicina, anche se dall’interminabile distanza di un letto.
Da bambino dovevo arrampicarmi su una credenza per vedere mia mamma nel giorno della sua Prima Comunione; da viaggiatore mi è bastato un papà africano e la sua piccola per farmi ritrovare la pelle scura della bellezza di Dio; da uomo con i capelli brizzolati ho riscoperto in Lucrezia e nel cuore di sua madre il segreto dei veri legami che hanno seminato il sentiero della mia vita e per i quali continuerò a combattere in direzione ostinata e contraria, a costo di rimetterci.

Cartolina dalla Milano Design Week: quello che le (fashion) blogger non dicono…

Dovrei raccontare il primo appuntamento con la (fashion) blogger alla Milano Design Week con le mie scarpe lucide senza lacci per paura che si accorga di quanto sono trasandato e cammino con i lacci sciolti. Dovrei raccontare il suo passo spedito, l’entusiasmo che ci mette prima di aggiornare la sua community di Facebook.

Dovrei raccontare quando ti piazza in mano lo smartphone, sussurrando “Ti spiace? Mi fai una foto?” e tutte le raccomandazioni necessarie. Dovrei raccontare quando all’improvviso ti molla la borsetta, mette in carica il cellulare e si sposta a destra e sinistra: scruta, osserva, prende un foglio di carta e appunta come quelle studentesse certosine che mi passavano gli appunti all’università.

Dovrei raccontare quando ci incamminiamo, incontra persone e ti presenta agli altri come se ti conoscesse da sempre.  Quando meno te lo aspetti la ritrovi con gli occhi sul touchscreen che parla e senza preavviso ti tira dentro, presentandoti alla community. “Sì, salve, in verità stiamo improvvisando, tutta colpa sua…”, faccio io imbarazzatissimo (non è da me) mentre mi rendo conto di essere finito in una delle sue Instagram Stories.

Invece no, voglio scrivere su altro, oltre lo steccato delle persone che abitano il mondo dei social. Voglio scrivere sul comandante della nave da crociera che, al ritorno da mesi di navigazione, abbracciò la sua sposa ed ebbe la notizia che presto sarebbe diventato papà. Il nome della bimba era inciso su una conchiglia trovata sulla spiaggia di Torre del Greco così come quello della sorellina arrivata una manciata d’anni dopo.

Voglio scrivere sul  nonno che, tenendo sulle ginocchia la nipotina, le raccontò della casa costruita sulla lava del Vesuvio del ’45. Voglio scrivere su una valigia piena di sogni in viaggio da Napoli lungo tutto lo stivale italiano, per anni, con testardaggine, determinazione, perché la lotta per rimanere sé stessi vale quanto quella contro i disfattisti benpensanti convinti che con i sogni non si voli.

Queste non sono Instagram Stories digitalizzate, queste sono storie punto e basta, le storie di inchiostro e carta che danno l’anima alle nostre radici. Questa scia di napoletanità briosa che mi ha accompagnato tra Brera, Tortona e piazza Duomo, mi ha fatto ritrovare la Milano persa di vista.

Dovrei raccontare come ha rincorso il tram, come è scomparsa nel buio alla sua maniera di mischiare chiacchiere e riservatezza, mentre io ridevo immaginandola alla prese per ordinare la collezione di scarpe o pronta con la valigia fucsia, grande come una casa. Invece no, voglio scrivere su quello che le blogger non dicono mentre mi ronzano in mente i versi di Pino Daniele: “Anna verrà col suo modo di sorridere per questa libertà.”