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Sonia Battaglia, morire non è calcolare una percentuale

Cosa fai se leggi “Ma per ora niente rischi, su 17 milioni di vaccinati, 37 tra embolie e trombosi”? Cosa fai se in contemporanea tua moglie nell’altra stanza singhiozza perché una sua conoscente, Sonia Battaglia di San Sebastiano al Vesuvio, è in fin di vita dopo un vaccino?

AstraZeneca, 54enne napoletana in terapia intensiva dopo vaccino. I familiari: «Non aveva patologie pregresse»


Ti fermi un attimo, in silenzio, farfugliando con i tasti del PC: vaccino o non vaccino, ruolo istituzionale o non, chi può arrogarsi con nauseante prepotenza il diritto di sminuire un decesso, assecondando il valore numerico di una percentuale? Chi, me lo spiegate?
Neanche l’infermiera di turno della porta accanto che vorrebbe convincermi del contrario con la riflessione spicciola: ci sono più probabilità che all’uscita di casa sia investito da una moto che vada all’altro mondo a causa di una dose di vaccino.

Mia mamma, una donna di 54 anni finora sempre sana come un pesce una settimana fa si è sottoposta al vaccino AstraZeneca (LOTTO ABV5811) data scadenza 30.06.2021. Il giorno seguente al vaccino stava bene tanto che è andata a lavorare. Due giorni dopo ha avuto la febbre (nella norma, rassicurati dalla dottoressa). Il terzo giorno mia mamma ha iniziato a vomitare senza sosta, abbiamo chiamato l’ambulanza, le hanno messo la flebo per recuperare i liquidi che stava perdendo. Mia mamma dormiva in continuazione e non riusciva a parlare, si addormentava mentre parlava. Il giorno 12 sera abbiamo richiamato l’ambulanza la quale dopo aver controllato i parametri vitali si è rifiutata di portarla in ospedale e tenerla sotto controllo. La mattina seguente ovvero ieri 13 marzo ho chiesto a mia madre di muoversi e di alzare la gamba sinistra, lei era convinta di riuscire ad alzarla ma invece era totalmente immobile. L ho presa in braccio e portata in pronto soccorso (all’Ospedale del Mare di Napoli) dove è stata ricoverata d’urgenza per emorragia celebrale ed ha avuto anche un infarto… dopo essere riusciti a parlare con i dottori nel pomeriggio ci hanno informati che nel giro di due ore ha avuto una trombosi, una emorragia cerebrale e una occlusione dell’aorta.

(Mario, figlio di Sonia)

Andatelo a spiegare alla famiglia di Sonia che da un giorno all’altro ha visto morire sotto i suoi occhi la madre, la moglie, l’amica, la sorella. L’incubo è iniziato ai primi di marzo con la somministrazione della dose e i primi sintomi preoccupanti, il ricovero, il decesso e va avanti ancora mentre le indagini delle autorità giudiziarie faranno il loro corso dopo l’autopsia. Sonia non è l’unica in Italia a cui è toccata la stessa sorte.

E’ morta Sonia, i familiari denunciarono che stava male dopo il vaccino AstraZeneca


Siamo in guerra e il Covid è un nemico che abbiamo sottovalutato. In quante azioni militari hanno lasciato passare sotto i nostri occhi fiumi e fiumi di omertà, mandando a morire soldati di ogni parte del mondo, perché il XX secolo ha fatto della grandi e piccole guerre il motore economico di intere civiltà a discapito di altre.
La parola diritto alla salute passeggia in silenzio nella piccola bottega degli orrori: è bizzarro contrapporre il business delle multinazionali farmaceutiche a chissà quali azioni belliche di un tempo?


I parenti della donna, deceduta alcuni giorni dopo la somministrazione di una dose di Astra Zeneca, pronti allo scontro legale: “Non siamo no-vax, ma vogliamo che ammettano che quella fiala l’ha fatta ammalare.”

La partita è ancora tutta da giocare, ma chi come Sonia Battaglia potrebbe averci rimesso la pelle non può essere ricordata in un ritaglio di cronaca, al di là che ci sia un nesso tra il suo decesso, il vaccino o un lotto difettato. Tra l’altro lo scorso 22 marzo Aldo, un collega di Sonia a cui era stato somministrato lo stesso vaccino, è stato ricoverato per un’ischemia celebrale e qualche giorno dopo a Latina, una donna sulla trentina, è finita in ospedale per una trombosi. Effetti collaterali?

Le coincidenze si riducono a numeri, dalle nostre parti.

Festa del Papà: La bici senza rotelle

Nel luglio del 1980, in un viale di Paestum, mio padre mi insegnò ad andare in bici senza rotelle. E’ un ricordo nitido che mi balena in mente con prepotenza in occasione della Festa del Papà, la prima senza di lui.

Mi sembra di rivivere in questo 19 marzo quel pomeriggio in cui mi lasciò andare da solo: non potevo girarmi, altrimenti perdevo l’equilibrio. Sentivo comunque che il suo sguardo mi accompagnava, proprio come oggi, mentre sbirciavo i villeggianti ai lati della strada.

Oggi su quella stessa strada ritrovo tutti coloro che ci hanno dato supporto negli ultimi anni della malattia di mio padre. L’articolo, pubblicato stamattina su Linkiesta.it, è dedicato a chi fa della Salute un diritto di tutti.

La battaglia contro il cancro: raccontarla in TV senza vergogna

Ci vuole coraggio, e tanto, a parlare della battaglia che si sta affrontando per sconfiggere un maledetto cancro. Ci vuole coraggio a parlarne con familiari e amici, figuriamoci con una platea di sconosciuti. Nadia Toffa, la Iena assente in TV da un paio di mesi, ha scelto la sua trasmissione, tenendo al fianco i suoi compagni di viaggio, per parlarne e non la prima pagina di un tabloid o un profilo social.

L’intervento di Nadia è stato sobrio, diretto e non aveva niente a che vedere con i copioni strappalacrime da contenitore televisivo di una domenica pomeriggio sul divano.
“Noi guerrieri contro il cancro siamo fighi” esprime tutta la bellezza raggiante di chi affronta anche l’istante più drammatico e buio con ottimismo e positività per il futuro.

Il grande valore della condivisione di Nadia con il suo pubblico rimane il riconoscimento alla medicina per i risultati raggiunti: “Le uniche cure che ho fatto sono chemio e radio”.
Indossare una parrucca non piace a nessuno – i capelli ricresceranno – ma quella è una tappa obbligata. Quanto contribuiscono l’avvilimento e la paura a farci perdere i sassolini della speranza, finendo tra le mani di santoni che promettono cure folcloristiche?

Gli attacchi parcheggiati su Facebook o sulla pagina di qualche quotidiano che vale meno di un rotolo di carta igienica sembrano più un ruggito rabbioso contro la Iena per vecchi servizi televisivi piuttosto che una sensata riflessione su cosa si possa provare convivendo con un tumore.
Dentro di sé la Toffa non è stupida e sa bene che qui non si tratta di qualche mese di chemio e radio. Battagliare contro un tumore significa non abbassare mai la guarda.

Oggi chi polemizza non può capire, perchè non ci è mai passato. Quello di Nadia Toffa è stato ingiustamente scambiato per uno show. Gli show in Italia riguardano i guaritori che vorrebbero far passare truffe per miracoli. I miracoli non sono roba nostra, appartengono al Padreterno.

“Stupendo, mi viene il vomito… Non lo so se sto qui o se ritorno.”

Svolta in quella strada. Rallenta, lo vedi il perimetro in cui ci siamo giocati la partita dell’infanzia, tra casa tua e quella di nonna? Forse questi trentott’anni d’amicizia li abbiamo fatti correre troppo velocemente come degli acrobati accovacciati tra le corde della strafottenza che ci accomunava.
Non era superficialità la nostra, piuttosto la leggerezza ribelle che ci ha fatti crescere sovversivi nella provincia mediocre infangata dal vivere per apparire.

Guardando una fotografia
mi rendo conto che il tempo vola
e che la vita poi è una sola…
E mi ricordo chi voleva
al potere la fantasia…
erano giorni di grandi sogni… sai
erano vere anche le utopie.

Fermati al semaforo anche se è verde, così i clacson delle auto impazzite orchestreranno l’ennesimo concerto del fuje fuje.
Guarda, alla tua sinistra, la panchina di via Diaz dove ti venivo a cercare nelle serate di giugno stiracchiata su quella vespa bianca. I tramonti d’estate, che avevano spettinato la fine dell’anno scolastico, ci facevano galoppare sui nostri sogni, sul futuro difeso a denti stretti, niente ce lo avrebbe scippato, neanche la morte.

Ma non ricordo se chi c’era
aveva queste queste facce qui
non mi dire che è proprio così
non mi dire che son quelli lì!

E ora che del mio domani
non ho più la nostalgia…

Andiamo contromano, non c’è nessuno in quella piazza, ci siamo io, tu ed Elisabetta che cantiamo a squarciagola Stupendo di Vasco, proprio come in quella sera d’autunno in cui la gente ci guardò come se fossimo ammattiti.
Poi sulla via del ritorno, dal sedile anteriore della mia 127 ciondolante, mi sussurrasti: “Ti piace la mia amica?”. Fu allora, sull’onda dei miei vent’anni, che mi convinsi: tu sapevi leggermi dentro, perforavi il mio cuore come solo una ragazza sa fare con un caro amico.

E cosa conta “chi perdeva”
le regole sono così
è la vita ed è ora che cresci!
devi viverla così…

Rallenta pure, guarda gli alberi, le foglie morte, come hanno ridotto il paesaggio della nostra adolescenza.
Li vedi quei faccioni sui cartelloni giganti che elemosinano voti per le prossime elezioni amministrative? Sono figli e nipoti di coloro che svendettero il diritto alla vita e alla salute in cambio di potere, poltrone, incarichi, posti di lavoro. Gli spargimenti di veleno nella nostra terra oggi generano morte senza pietà.

Però ricordo chi voleva
un mondo meglio di così!
ancora tu che ci fai delle storie…(ma dai)…
cosa vuoi tu più di così…

Siamo arrivati. Cosa fai, scendi dall’auto? Non chiedermi di guidare, di tornare indietro da solo nella terra dei fuochi governata da assassini in giacca e cravatta, non ce la faccio, sei la mia vita, sei la mia famiglia.

Mi viene il vomito,
è più forte di me
non lo so
se sto qui
o se ritorno.

Aspetto qui. Non voltarti indietro, Maria Grazia. Che luce abbagliante, allora Dio esiste davvero.

Terra dei Fuochi e tv di regime

terra-dei-fuochi

Rosario PipoloNelle province campane di Napoli e Caserta, cuore della Terra dei Fuochi, il tasso di mortalità è aumentato in maniera spropositata. La maggior parte dei casi sono per tumore o leucemia: 28,9 e 27,5 decessi per diecimila abitanti, sono i dati forniti da Corriere.it.

I dati dell’Istat parlano anche di mancanza di posti letto negli ospedali e, di conseguenza, di un doloroso flusso di migrazione per curarsi altrove. Vi siete accorti che il vostro vicino, per giunta gravemente ammalato, sta ipotecando l’appartamento o sta facendo questua tra i  parenti per finanziare il viaggio della speranza?

Nel frattempo a Porta a Porta, salotto televisivo tutto tarlato da Prima Repubblica, si parla di Terra dei Fuochi, annaquando la terminologia del tumore con malattia grave. Del resto in questa tv pubblica di regime, a cui verseremo dal prossimo luglio in bolletta il canone televisivo, i panni sporchi si lavano in famiglia – come recitava nel suo breviario il divo Giulio – sbiancando la coscienza con qualche fiction tv sul delicato argomento.
Chissà se ne prenderà atto il nuovo direttore di Raiuno Andrea Fabiano che dovrebbe svecchiare la rete ammiraglia di mamma RAI.

Tornando alla Terra dei Fuochi, è raccapricciante come nella città di Napoli, colpita anch’essa da dilaganti casi di mortalità,  tornino a farsi spazio i vicerè dello stantio rinascimento partenopeo. Manca poco al 6 marzo, giorno delle Primarie per scegliere il candidato a Sindaco del capoluogo partenopeo. Non basta più la rabbia esplosiva da rapper, la cantata del neomelodico o la promessa politica.

“Masaniello è cresciuto, Masaniello è turnato” per non farsi beffeggiare, per non farsi derubare il diritto alla salute.

Sanità Pubblica, la sfida di Napoli nella lotta contro il tumore al fegato

Rosario PipoloNon ha fine la lotta contro il tumore al fegato: con tre morti al giorno la Campania è l’area geografica più colpita per cirrosi ed epatocarcinoma in Europa. Lo sa fin troppo bene a Napoli il dott. Giovan Giuseppe Di Costanzo, direttore dell’Epatologia AORN Cardarelli, che in un precedente articolo avevo soprannominato  “il  cavaliere Jedi” della termoablazione laser.

Lo stesso Di Costanzo ha organizzato, con la collaborazione della prof. Filomena Morisco, specialista in gastroenterologia ed endoscopia digestiva, e della dottoressa Raffaella Tortora, la II Multidisciplinary Conference on Viral Hepatitis and Hepatocellular Carcinoma, ospitata lo scorso weekend dal Museo Diocesano di Napoli.

Patrocinata dall’Università Federico II di Napoli, dall’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato e dal Ministero della Salute, la tavola rotonda è stata un acuto momento di riflessione e aggiornamento su questo tema delicato in ambito salute.
Quanto vi contribuiscono i farmaci per l’epatite da virsu C?
Come hanno ribadito i relatori queste cure farmacologiche eliminano l’infezione in media nell’80% dei casi, con variazioni dipendenti soprattutto dalla risposta a precedenti trattamenti, dalla presenza di cirrosi e dal genotipo virale.

Quali sono invece i contributi della nuova chirurgia? Ci sono segnali positivi in merito all’aumento della sopravvivenza dei pazienti con tumore del fegato. E’ stata presentata e illustrata la famigerata ablazione laser, messa a punto all’ospedale Cardarelli di Napoli, che consente di distruggere in maniera non invasiva anche neoplasie non trattabili con altre tecniche percutanee.

Tra il Cardarelli e il Policlinico di Napoli ho visto con i miei occhi decine e decine di giovani medici, che ogni santo giorno donano il meglio della loro professionalità a favore dei pazienti. Osservare all’opera donne in camice bianco come Maria Guarino e Silvia Camera conferma che la vera bellezza femminile abita nello sguardo impavido e premuroso di queste ancelle della Sanità Pubblica.

C’è una scena che mi sono portato a casa la primavera scorsa da una corsia del Cardarelli. Una donna sulla cinquantina che, avendo appreso della miracolosa cura farmacologica contro l’epatite C, ha sussurrato al marito: “Affronteremo anche questo e venderemo pure la casa se fosse necessario”. No, questo non accadrà, perchè i principi attivi della Sanità Pubblica sono a tutela di tutti. Di Costanzo  e i tanti collaboratori sono tornati all’opera, non c’è da perdere tempo, è una lotta senza fine quella contro il tumore al fegato.

La guerra è lunga, ma tante battaglie sono già state vinte, come quella di permettere ad un paziente, proprio oggi 9 ottobre, di festeggiare 43 anni di matrimonio.

Storie di casa mia: Antonio, il guerriero su due ruote

Rosario PipoloQuando alla fine degli anni ’80 i miei genitori cambiarono condominio e quartiere, entrarono nella mia vita nuove persone. Sono i volti che nascondono storie e solo in apparenza sembrano comparse della nostra vita. In realtà alcuni di loro ne diventano incosapevolmente coprotagonisti, dando consistenza alla “nostra esistenza da mendicanti”.

Sì, perchè siamo luridi mendicanti tutte le volte che viviamo sotto il ricatto della distrazione. Durante gli anni del liceo scoprii che dietro il sorriso di Antonio si insidiava la sclerosi multipla: minacciosa, lenta, improvvisamente aggressiva. Furono la strada e il nuovo quartiere a farmi affacciare nella sua vita.
Nei giorni a ridosso della maturità era Antonio che mi incoraggiava, lì sulla sua carrozzella. Con Antonio non si facevano discorsi banali da macchinetta del caffè: si parlava di progetti, di sogni, di politica, di Dio, di filosofia spicciola infusa di quotidianità. Antonio era più grande di me ma aveva tanti bei sogni sul comò.

Mi piacevano di lui la sana ironia e il sarcasmo, perchè fanno di un giovane intelligente anche un uomo di buona fede. In un pomeriggio di maggio, a pochi mesi dalla mia laurea, mi chiese di spingerlo in carrozzella fino al supermercato. Tappai limbarazzo, io avevo l’uso delle gambe e lui no. Antonio lo capì e mi spiazzò, dandomi una bella lezione: “Prestami le gambe, spingi, spingi, non avere paura”.
In quell’istante presi coscienza del fatto che Antonio fosse un guerriero impavido e coraggioso, che con la sua passione per la vita metteva a tappeto giorno dopo giorno la sclerosi multipla. Antonio aveva da dare tanto a tutti noi “mendicanti distratti dalla routine”.

Dopo il trasferimento a Milano, io e Antonio ci siamo persi di vita. Ci siamo ritrovati la scorsa notte quando, fuori da un supermercato, è sbucato un carrello vuoto e abbandonato. L’ho afferrato, ho iniziato a spingerlo furiosamente tra rabbia e dolore, nel buio della notte tra i semafori lampeggianti, come se fosse la carrozzella di Antonio. Sapevo che il guerriero su due ruote non poteva rispondermi più.

Vent’anni fa prestai le gambe ad Antonio. La scorsa notte ha ricambiato il prestito altrove, a pochi passi da dove vivo oggi: il ricordo del sorriso del guerriero su due ruote ha schiaffeggiato mie lacrime da quarantenne bagnate dalla pioggia, ricordandomi che la bellezza di Dio sedeva accanto ad Antonio, amico di quartiere, su quella carrozzella.

Diario di viaggio: Giovan Giuseppe Di Costanzo e le eccellenze all’ombra della Sanità Pubblica a Napoli

Rosario PipoloCi sono più generazioni che vivono sotto la spada di Damocle. Si tratta di un milione e mezzo di italiani infetti da Epatite C, la patologia mostruosa che agisce sul fegato e lo riduce come un rottame.
Il fegato cirrotico è la condanna di 300 mila diagnosticati (fonte L’Espresso on line), la maggior parte dei quali fu infettata tra gli anni ’60 e gli anni ’80, quando bastava una piccola negligenza per entrare nel tunnel, dall’ago di una siringa alla lametta riciclata dal barbiere; da una trasfusione al bisturi malandato.

Mentre da una parte c’è chi grida alla salvezza con i costosissimi farmarci miracolosi messi sul mercato, dall’altra ci chiediamo: cosa ne sarà degli ammalati in stadio avanzato, ai quali nessuna azienda farmaceutica potrà dare supporto?
Escluse le possibilità di intervenire con il trapianto o con il dolorosissimo interferone, non resta che affidarsi al medico sperimentatore della Sanità Pubblica, colui che il più delle volte agisce all’ombra e del quale dovremmo tornare a scrivere.

Non è una beffa scoprire che proprio all’ospedale Antonio Cardarelli di Napoli, finito di recente nell’occhio del ciclone per i malati assiepati in corsia e il morto in barella, sopravvivano delle eccellenze. Giovan Giuseppe Di Costanzo, direttore dell’unità di fisiopatologia epatica dell’omonima struttura ospedaliera partenopea, rientra in questa categoria.
La mia generazione aveva ereditato il laser dall’immaginario collettivo cinematografico di Star Wars: per noi era l’arma letale con cui annientare il malefico Darth Vader. Di Costanzo trasferisce questa visione fantastica in campo medico e eredita dal pioniere Claudio Maurizio Pacella la tecnica sperimentale della termo-ablazione laser.

Di Costanzo, concreto e sobrio, è lontano dalle luci della ribalta e dal divismo che quale volta contagia pure “i camici bianchi”. Basta fare toc toc alla sua porta e trovare tanta disponibilità per un confronto. E’ davvero uno dei fiori all’occhiello della nostra Sanità Pubblica, quella che ha il dovere sacrosanto di calpestare il baronato delle corsie preferenziali del privato;  quella che non deve guardare al portafogli, perché un ammalato non è né ricco né povero ma è un ammalato punto e basta.

Diamo il merito alla nostra Sanità Pubblica che, nonostante le deficienze, riesce ancora a mettere in condizioni migliaia e migliaia di pazienti di supportare i costi ed affrontare cure senza indebitarsi, ipotecare la casa o i piccoli sacrifici di una vita.
Giovan Giuseppe Di Costanzo sa di non essere un Jedi che deve affrontare il male diabolico nella saga di Guerre Stellari, piuttosto un uomo che, armato di laser, battaglia per aiutare altri uomini a sopravvivere, entrando con rigore in una sala operatoria del Cardarelli.

Dobbiamo tornare a fare viaggi nelle corsie degli ospedali all’ombra del Vesuvio ed imparare a riconoscere senza soggezione medici alla Di Costanzo, capaci di trasformare Napoli da Cenerentola della Sanità in principessa dal mantello bianco che fa della vita e delle cure un diritto di tutti.

In farmacia: il raggiro Novartis-Roche ai danni delle tasche della salute

Rosario PipoloLa buon’anima di nonno Pasquale sbraitò una trentina d’anni fa in una farmacia di Napoli ed io ne fui testimone: “Un giorno le case farmaceutiche ci faranno a pezzetti”. Oggi il nonno non resterebbe stupito se sapesse dello scandalo Avastin, che ha coinvolto l’allegra brigata Roche e Novartis. La notizia fa rumore e finisce spiaccicata ovunque su Google, tanto che si meriterebbe un bel “doodle”.

Morale della favola: colossi farmaceutici pappa e ciccia ai danni di noi consumatori. Con il raggiro truffaldino è stato fatto lo sgambetto a un farmaco di Avastin decisamente “meno costoso” di quello di Lucentis per curare la maculopatia. Basta la multa dell’Antitrust di 180 milioni di euro? Intanto, la Società Oftalmologica Italiana si prende l’applauso per aver fatto aprire l’inchiesta, barcamendosi in un duello in stile Davide e Golia.

Solo in Italia 1 milione di persone corre il rischio brutale di cecità a causa della maculopatia. Se facciamo due conti, un farmaco così caro ha fatto accumulare un bel bottino e al nostro Sistema Sanitario Nazionale è costato più di 45 milioni di euro nel solo 2012. Al di là di come ne uscirà chi siederà sul banco degli imputati, questa potrebbere essere la volta buona per sondare una tangentopoli in campo farmaceutico.

Spesso la marca” vince in farmacia molto più dei principi attivi del farmaco stesso. Nonno, trenta anni fa non avevi scoperto l’acqua calda. Purtroppo il trillo del tuo campanello d’allarme lo sentì solo una farmacista dei Campi Flegrei, per giunta paurosa e alle prime armi.

Sicurezza Aeroporti: tutta colpa di un bacio?

Mentre il sistema di sicurezza degli aeroporti americani va in tilt, l’Europa mette le mani avanti e riflette sul “mea culpa” di Barack Obama. Per non farla troppo lunga, la sicurezza vale più della “privacy” o della “salute”: dovrebbero arrivare anche nei principali aeroporti italiani i body scanner, quei mostricciattoli spioni pronti a mettere le minacce terroristiche nelle mani della tecnologia. Infallibili gridano gli esperti, anche per la gioia dei “guardoni” che dovranno farsene una ragione perchè di tette e culi ce ne saranno a bizzeffe. Speriamo che tra un controllo e un altro, non si finisca in un gioco gogliardico a stilare una classifica di chi lo ha “più piccino” o chi è in pole position per le forme più sexy. E se i “più pudici” cercheranno di evitare l’aereo pur di non sottoporsi alla tortura del bodyscanner, ci sarà chi in buona fede riuscirà ancora a prendersi gioco dei sistemi di sicurezza: è successo in uno scalo del New Jersey, dove un uomo ha scavalcato le transenne per strappare l’ultimo bacio alla fidanzata. Questa volta a creare scompiglio all’aeroporto di Newark non è stato né un folle dirottatore né un membro di Al Quaeda, ma un gesto azzardato tra romanticismo e galanteria. Basta un bacio a mettere sottosopra un  sistema di sicurezza che ogni anno costa agli americani milioni di dollari?