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Russia e Ucraina nella guerra dei social media tra fake news e amare verità

Illustrazione Cover di The Daily Beast


La guerra tra Russia e in Ucraina si sta combattendo anche con i social media, da Telegram a TikTok, paradossalmente lanciati da Russia e Cina, i due nemici più temuti dalla NATO. Agli inviati di guerra dei media tradizionali, che in questo conflitto spesso sono stati ostacolati nel reperimento di notizie in loco, si è affiancato il citizen journalism. Da una parte, il giornalismo partecipativo ha fatto della gente comune uno dei protagonisti della narrazione di questa guerra sanguinosa, dall’altra si è assiepato tra fake news e amare verità.

GUERRE INTELLIGENTI

Se faccio un passo indietro e ripenso alle pagine di Guerre Intelligenti, il volume che mi portò a lavorare a fine anni ’90 alla Federico II di Napoli nel team della sociologa Rossella Savarese, sembrano trascorsi anni luce dalla Prima Guerra del Golfo, nell’evoluzione dei sistemi di informazione e delle loro relazioni con la politica locale. La Russia di Putin ha fatto scricchiolare lo slogan “si vince senza combattere” e sta trascinando l’Europa in una guerra che convoglia strategie militari tradizionali.

MOSCA E LO STILLICIDIO DELL’INFORMAZIONE LIBERA

A livello mediatico cosa accade? Se allora Peter Arnett, il celebre giornalista della CNN, si fermò a Baghdad per raccontare le notizie censurare da Saddam Hussein, oggi gli inviati delle maggiori testate del mondo a Mosca hanno dovuto preparare “i bagagli” dopo la decisione della Duma di imbavagliare l’informazione libera.
La Russia è tornata indietro ai tempi del Muro di Berlino con la pena di 15 anni di carcere, voluta per fare uno stillicidio della stampa libera e indipendente.
Al di là dei nostri corrispondenti messi con le spalle al muro, restano i social media a far dannare Putin e il Cremlino. Nonostate la chiusura dei rubinetti di Facebook, Twitter e Instagram al di là degli Urali, l’mbarazzo per gli orchi dell’ex Unione Sovietica è tanto: da una parte l’indignazione per l’uccisione in Ucraina di diversi messaggeri dell’informazione, tra cui l’ex collaboratore del New York Times Brent Renaud, il cameran di Fox News Pierre Zakrzewski e la collega ucraina Alexandra Kuvshynova, dall’altra lo sputo in faccia alla censura della giornalista russa della Televisione di Stato Marina Osiannykova.

GUERRA E SOCIAL: DA TELEGRAM A TIKTOK

Nessuno avrebbe immaginato che proprio Telegram, la piattaforma di messaggistica fondata nel 2013 da un russo, Pavel Durov, sarebbe diventato il principale veicolo di informazioni e propraganda al tempo stesso del governo ucraino nella guerra che sta tenendo il mondo intero con il fiato sospeso.
Gli stessi inviati in Ucraina delle grandi e medie testate giornalistiche hanno dovuto cedere al ripiego della citazione Fonte: Telegram per completare i loro reportage.
TikTok, lanciato in Cina solo sei anni fa e in voga tra i giovanissimi per creare video musicali bizzarri, si è trasformato invece dal social della goliardia allo spacciatore dei video dei crimini di guerra.

IN TRAPPOLA TRA FOTO RITOCCATE E VIDEO RICICLATI

Nella guerra tra Russia e Ucraina che impedisce in tutti i modi ai giornalisti inviati di spostarsi con agilità e andare fino in fondo – chissà cosa direbbe il primo inviato bellico della storia William Russell (per The Times nella guerra in Crimea del 1853-1856) – i social media stanno dando un grande supporto.
Il rischio della fake news e della propaganda bellica da entrambi gli schieramenti tra foto ritoccate e vecchi video riciclati – come in ogni conflitto del passato tra l’altro – resta al centro del dibattito e non è l’unico prezzo da pagare per l’informazione. A quasi un mese di guerra sono state prese diverse cantonate, anche dai media più autorevoli, dalla messa in onda di una sequenza di un videogame al posto di un borbardamento ad un missile lanciato nel Donetsk fatto passare per un attacco a Kiev.
Del resto come amava ripetere il saggio Winston Churchill:

Una bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni.

Pesaro, Capitale italiana della Cultura 2024


Pesaro, la città di Gioacchino Rossini, è stata scelta come Capitale italiana della Cultura 2024. Un singolare gesto di amicizia e di fraternità tra i popoli arriva dal Sindaco di Pesaro Matteo Ricci e si estende fino a Procida, Capitale della Cultura per tutto il 2022.

Ringrazio Michele Carranante, esperto di comunicazione audiovisiva che vanta collaborazioni con Rai e Mediaset e al quale mi legano gli esordi come copywriter per Linea Blu, per questo video-racconto dopo la proclamazione con l’intervento di diverse autorità, tra cui il Ministro della Cultura Franceschini.

L’idiozia della censura alla cultura russa, da Dostoevskij a Masha e Orso


La Nato e l’Europa stanno combattendo la ferocia della Russia nella guerra in Ucraina con la sciabola delle sanzioni finanziarie. Quale senso ha l’estensione delle pesanti multe alla cultura russa?

LA CULTURA UNICO BENE COMUNE DELL’UMANITA’

Il bar dei social network, dopo l’exploit del “siamo tutti virologi” della pandemia, è affollato improvvisamente da esperti di geopolitica e tattiche belliche che fanno a scazzottate, in stile Peppone e don Camillo, nel rigoglio di vecchie nostalgie filosovietiche.
Dopo l’abbaglio di associare i tedeschi al nazismo o gli americani ai prepotenti cowboy che ammazzavano gli indiani, mercifichiamo la follia dello zar del nuovo millennio con l’odio per la gente comune e la cultura russa? Come ci ricorda il filosofo tedesco Gadamer “La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande.”

GIU’ LE MANI DALLA CULTURA

La decisione iniziale dell’università Bicocca di Milano di congelare le lezioni su Dostoevskij del professore Nori mi è sembrata idiota e, allo stesso tempo, surreale quanto l’ondata antirazzista d’oltreoceano di qualche anno fa che voleva bruciare sul rogo, come una strega, il film “Via col Vento”.
Senza lo schiavismo degli afroamericani, incorniciato nella storia d’amore di Rossella O’ Hara, che segnò la mia infanzia sulle gambe di mamma davanti a un piccolo televisore in bianco e nero, non mi sarei spinto decenni dopo fino a New Orleans, nella Louisiana prima di Katrina, per approndire, scovare memorie, raccogliere testimonianze tra musica e leggi antirazziali.

TRA CHAGALL E CHECHOV

Tornando alla censura della cultura russa, non riesco proprio ad immaginare la mia crescita orfana delle letture di Dostoevskij, delle sere a teatro con Cechov, del balletto musicato da Cajkovskij, delle composizioni musicali di Prokofiev, del cinema di Ėjzenštejn e Nikita Michalcov, del giornalismo di protesta di Anna Politkovskaja, dei sogni visionari di Gorbaciov tra le pagine della Perestrojka, dei voli pittorici di Chagall, del timbro lirico della Netrebko.
Alcuni dei nomi appena citati, che contribuirono anche ad ispirare il mio viaggio in Russia nel 2014, sono mescolati alla vita di tanti altri. Si tratta delle medesime persone che oggi dicono no al calpestio della cultura al di là degli Urali e, allo stesso tempo, partecipano alla protesta per fermare il seme della follia di un conflitto sanguinoso che ha cambiato già il corso della storia europea.

Mentre la Russia di Putin usa le forbici della censura per tagliare Facebook e Twitter, facendo della Duma il boia della libertà di informazione, io continuo a guardare, in compagnia di mia nipote, i simpatici personaggi dell’animazione russa Masha e Orso, a mangiare un buon piatto di insalata russa con il ronzio nella mente di una perla di saggezza di Tolstoj:

L’Arte deve sopprimere la violenza.

Mahmood, Blanco, il nudo di Vanity Fair e la censura di Facebook

In copertina: Sanremoji di Radio Kiss Kiss

Il nudo d’autore di Mahmood e Blanco sulla copertina di Vanity Fair Italia si è guadagnato la prima censura, quella degli algoritmi di Facebook. Chiunque abbia tentato di condividerlo su uno dei social di Zuckerberg, incluso Instagram naturalmente, ha dovuto fare marcia indietro come il sottoscritto. Sanzione minacciosa: limitazione o blocco dell’account.

FORBICI E CESOIE SUL NUDO D’AUTORE

Luigi Murenu e Iango Henzi, i due fotografi dello scatto “compromettente” che ha violato le linee guide di Facebook e Instagram, non sono mica gli ultimi arrivati? Sono l’occhio fotografico di Vogue e i loro ritratti hanno fatto il giro del pianeta. Ahimé, tanta roba tecnologica tra le mani progressiste e gli algoritmi del social network più famoso del mondo non sanno riconoscere un nudo d’autore dopo più di mezzo secolo di battaglie civili portate avanti anche dall’arte?

DEJA VU, DA JOHN & YOKO A LADY GAGA

Il nudo di Mahmood e Blanco, vincitori di Sanremo 2022, profuma di déjà vu se vogliamo dirla proprio tutta. Ho tirato fuori dal mio archivio la copertina del vinile del 1968 di John Lennon e Yoko Ono, Two Virgins, con un nudo integrale da far rizzare i capelli a quelli di Facebook. E poi quale sarebbe lo sgarbo di questa o tante altre copertine? Insidiose zozzerie.
Su Facebook o Instagram sono mai circolate copertine di dischi come questi? Vi invito a cercarli: Roxy Music (1974) di Brian Ferry e compagni, Honey (1975) degli Ohio Players, Lovesexy (1988) di Prince, Mother’s Milk (1989) dei Red Hot Chili Peppers o Artpop (2013) di Lady Gaga.

IL PUDORE DI BOMBE E CARRI ARMATI

Questa è davvero una grande beffa. Da una parte Mahmood e Blanco bannati, dall’altra fiumi di “violenza” e offese gratuite, sparse in tanti angoli di questi social network, convivono tranquillamente. Sembra un vecchia balbuzia americana in cui le immagini di bombe, carri armati e corpi sanguinanti hanno più pudore di due corpi svestiti e innocenti.

L’Italia senza profeti tra il Quirinale mancato e il Festival di Sanremo

Specchio, specchio delle mie brame, chi sarà il più bello del reame? L’Italia senza profeti, dopo tanta baldoria, è stata incapace di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e si è salvata grazie alla generosità di Sergio Mattarella. Dall’altra parte il Festival di Sanremo, che riflette il buono e il cattivo tempo del Belpaese, galleggia sulla nave dell’incertezza con il look in poppa dell’abito rosso cornificato, formato confetto gigante, di Orietta Berti.

I 55 APPLAUSI PER MATTARELLA ANCHE PER DRUSILLA

Finché la barca va lasciala andare, tanto tra le scialuppe di salvataggio ci sono sempre l’umiltà dei Maneskin, il bacio gay con mascherina ffp2 o il trottolino amoroso di Mahmood & Blanco. Lorena Cesarini sul palco dell’Ariston è come i nomi di donne bruciate in Parlamento dopo la conta per il nuovo Presidente della Repubblica. Persino l’Honduras è riuscita a superarci in materia di quota rosa: Xiomara Castro è la prima donna Presidente laggiù e noi siamo ancora qua, trallallero trallalà.
I 55 applausi per Mattarella durante il discorso di insiediamento del Presidente della Repubblica dovrebbero combaciare con quelli per Drusilla Foer il cui speech all’Ariston, invece di andare in onda a notte fonda prima che il gallo del tradimento (della censura) canti tre volte, sarebbe dovuto andare a reti unificate per unicità, convinzioni, (lotta sottovoce alle) convenzioni.

GIU’ LE MANI DALLA COSTITUZIONE

Mentre il Centrodestra e il Centrosinistra raccolgono i cocci dopo le sberle twitterine sotto l’hashtag Vergognatevi per non aver eletto un nuovo Capo dello Stato, il Festival di Sanremo risente della cancellazione della categoria Nuove Proposte: non bastano la Perfetta così di Aka 7even, le effusioni cantautoriali di Truppi, “la strada, tutte curve, tra il cuore e la testa” di Yuman o i teneri succhiotti di Matteo Romano.
Giù le mani dalla Costituzione, gridano dall’oltretomba i padri della Repubblica italiana. Non sacrificate l’agnello del Padre bruciandolo nel falò della vanità, ammonisce San Grillo cantando Farfalle di Sangiovanni e sculacciando il figliol prodigo Luigi e il fratellastro Giuseppe.

L’AMORE E’ LA’ DOVE SEI PRONTO A SOFFRIRE

“Puoi chiamarti dottore, puoi chiamarti scienziato, puoi chiamarti ufficiale, puoi chiamarti soldato, puoi persino morire: comunque l’amore è là dove sei pronto a soffrire.”, ricorda il buon Cremonini a noi che ascoltavamo Squérez? e Luna Pop e oggi ci ritroviamo il peso di ventitre anni in più sul collo tra la Zanicchi che, prima di cantare Voglio amarti, viene messa in castigo da Drusilla, il nostro Gianni Nazionale impacciato in puro stile Jova, la lezione di eleganza musicale di Massimo Ranieri e l’ottusa ripetitività di Achille Lauro, messo a tappeto dall’Osservatore Romano che gli ricorda con stile che non è neanche l’unghia di David Bowie.
Spazio ai nuovi outsider del festivàl, La Rappresentante di Lista e Highsnob & Hu, che avanzano con umiltà e sperimentazione senza fronzoli.

Specchio, specchio delle mie brame, chi sarà il più bello del reame? Tra Quirinale e Teatro Ariston il terzo gode, Palazzo Chigi: “Mario Draghi, in diretta a banche unificate”, per chiuderla alla Fiorello.

La morte di David Sassoli non è un concerto. Parola di Taffo!

Totò recitava nei suoi famosi versi che “la morte è una livella”, o meglio ci rende tutti uguali. Taffo, l’agenzia di pompe funebri acclamata in Rete per il suo “black humor marketing”, punta il dito contro i VIP Politici che hanno spalmato sui social il loro addio a David Sassoli con tanto di foto ricordo.

RAGA, NO. NON E’ UN CONCERTO

Chissà se la scelta di cattivo gusto – e poi vedremo che daranno la colpa al fantomatico social media manager di turno – finisse tra le mani di un regista alla Tim Burton, fosse il soggetto per una sceneggiatura horror di alto profilo istituzionale. L’umorismo black dello stregone social Riccardo Pirrone questa volta ha fatto davvero centro, a pochi giorni dall’elezione del nuovo Presidente della Repubblica: proprio alcuni nomi noti, in balia tra accordi e disaccordi sul prossimo Capo dello Stato, sono finiti nell’occhio del ciclone.
Altro che tiratina d’orecchio, non basterebbero neanche le sculacciate vecchio stampo. Qui non siamo a un concerto – come urla Taffo sulla pagina Facebook – ve ne siete accorti?

SOCIAL, APPARENZA E CASCAMORTI

Stringendoci nel dolore per la dipartita prematura dell’ex giornalista del TG1 e Presidente del Parlamento Europeo, balza all’occhio il commento di Laura: “Si è perso ogni senso della dignità, del rispetto ed empatia verso i familiari e pure anche del buon gusto. Le apparenze. Per certe persone ormai valgono solo quelle e purtroppo i social hanno aiutato molto questa deriva morale.”
I cascamorti che si sono fatti “immortalare” con il defunto dovrebbero per penitenza imparare a memoria ‘A livella di Antonio De Curtis perché “‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo, trasenno stu canciello ha fatt’o punto c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme: tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?“.

Il dubbio nasce dall’orrore: nessuna foto ricordo se in quella bara ci fosse stato l’ennesimo operaio morto sul lavoro? Amen.

Nel 2022 alleiamoci con il Presente

Omicron, recente variante del Covid, ci ha fregato un’altra volta. Pensavamo che il 2022 ci avrebbe portati a stappare lo spumantino messo da parte per tornare a rincorrere il futuro. Macchè, gli antichi romani – vi dice niente Publilio Siro – avevamo l’occhio lungo: “Il giorno che segue ricorda la lezione del giorno che lo ha preceduto.”

AFFANNI E FUTURO

Neanche due anni infernali di pandemia ci hanno messo alle strette tra lockdown, zone rosse, vaccini e tamponi. Niente, la corsa affannosa verso il futuro è più forte di tutto. Le agende e i calendari inbevuti di progetti finiranno per essere reperti archeologici?
Ci abbiamo messo una vita intera per fare di ogni minuscolo bene prezioso qualcosa di scontato: andare a trovare un amico, camminare liberamente per strada, guardare un film al cinema, mettersi su un treno e partire, accompagnare nostro figlio a scuola, abbracciare una persona che non vedevamo da tempo per il solo gusto di intrattenerci con noiose chat.

SENZA GLI OCCHI BENDATI

Con l’anno nuovo in cima ai buoni propositi ci dovrebbe essere quello di attraversare il presente senza gli occhi bendati, per dirla alla Kundera. Non accontentiamoci di indovinare ciò che stiamo vivendo, aspettando che ci tolgano le protesi per capire cosa ci perdiamo nel percorso.
Quasi vent’anni fa, un lungo viaggio di 6.000 chilometri dalla West alla East Coast americana mi diede una gran bella lezione da spostare nella vita di ogni giorno: per il vero viaggiatore deve contare il tragitto e non la destinazione.


BUONI PROPOSITI

La libertà vigilata di questo tempo pandemico dovrebbe aiutarci ad esternare gratitudine verso il Presente. Un proposito per questo 2022? Occuparci del Presente, di ogni suo istante, rendendolo nostro alleato nella vita di tutti i giorni e senza scadenze guastafeste.
Ahimé, dimenticavo che i buoni propositi durano il tempo di un brindisi. Cin, cin.

Diario di viaggio nella Londra di Get Back dei Beatles

Trent’anni prima della mini serie Get Back di Peter Jackson, che in questi giorni sta riportando in rete l’ondata emotiva della Beatles-mania, mi sono fiondato al numero 3 di Savile Row a Londra. Provai a fare la prima bravata da maggiorenne, salire sul mitico tetto dove John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr si erano esibiti per l’ultima volta, l’ex edificio della Apple, con le session tratte dall’album del divorzio Let it Be.

GET BACK E NOI FAN DI UN’ALTRA GENERAZIONE

Di quella mattina dei primi di agosto del 1991 resta questa foto scattata con la mia prima macchina fotografica a rullino. In realtà la strada del quartiere di Westminster, dove c’ero arrivato con una mappa beatlesiana acquistata a Liverpool l’anno prima, era stranamente desolata. Non riuscii a farmi aprire la porta d’ingresso dello stabile e la mia impresa non fu compiuta.
Oggi questa pagina da diario di viaggio mi sollettica una riflessione. Io appartengo alla generazione nata tre anni dopo lo scioglimento dei Beatles e che ha messo piede in Inghilterra la prima volta nel 1988. Fatevi due conti, non era passato soto i nostri piedi un tappeto così lungo dalla pubblicazione dell’atto finale Let it Be. In tanti della mia generazione hanno ottenuto il patentino di fan non per l’iscrizione a questo o all’altro club, ma perché hanno cercato e dato fisicità ad una band musicale e alla sua storia.

FISICITA’ IN QUEL LEGAME CON I BEATLES

Barcamenarsi a fare la cresta sulla spesa alla mamma per acquistare i dischi, correre ad un concerto di Paul McCartney, rincorrere Yoko Ono alla prima mostra in Italia dedicata a John Lennon, centellinare da minorenne ogni luogo natale in un viaggio da Bath a Liverpool in un treno inglese, bere una birra al Cavern in compagnia del primo manager che li portò ad Amburgo, fare un sit in nell’angolo di Central Park più vicino alla casa newyorkese di John e Yoko, entrare abusivamente negli studi di registrazione di Abbey Road, non sono stati atti di feticismo o follie di un ragazzotto di periferia. Sono stati piuttosto il tentativo sincero di dare fisicità a questo legame, approfondendolo, facendone un tassello di una vita, marinando noiose lezioni di greco e latino per tradurre e ritagliare le canzoni dei Beatles come facevo con i sonetti di Shakespeare: li lasciavo in anonimato sotto i banchi delle ragazze che mi piacevano per non apparire uno sfrontato romantico.

LET IT BE DI LINDSAY-HOGG SEME DI GET BACK DI JACKSON

Mi fa pena spulciare nei corridoi social commenti da bar triti e ritriti – da Yoko Ono ancora vista come la stregaccia cattiva alle idiote stroncature della discografia solista di un Beatles da parte dei mendicanti della bacheche facebookiane senza né arte né parte.
Surfando sull’onda emotiva dello straming disneyano di Get Back di Jackson, mi tornano in mente le sequenze rubate del documentario Let it Be di Lindsay-Hogg.
Nel 1990 mi rassegnai a vederlo pubblicato in VHS (le vecchie videocassette per i nativi digitali) dopo gli altri film dei Beatles o reperirlo nelle teche RAI che all’epoca lo aveva trasmesso. Nel ’94 mi fece un gran regalo un vicino di casa della famiglia londinese presso cui alloggiavo a Ealing Broadway. Tirò fuori dalla soffitta una videocassetta del fratello maggiore dove era registrato il documentario del 1969 con l’apparizione dei Beatles sul tetto di Savile Row.


IL MIO GET BACK

Un quarto d’ora prima della fine di Let it Be il nastro si attorcigliò nel videoregistratore e noi restammo a bocca asciutta. Nonostante la visione incompleta, il mio Get Back resta rannicchiato in quel pomeriggio londinese tra gli abbai del cane, la moquette puzzolente e l’afternoon tea servito dalla signora con dei biscotti fatti a mano in una casetta della working class.
Da allora “Whisper words of wisdom, let it be” da slogan McCartyano diventò per me stile di vita.

Freddie Mercury, 30 anni senza The Great Pretender

È come se oggi fosse ieri, the day after il 24 novembre 1991 all’entrata di un liceo di periferia, un fottutissimo lunedì accompagnato dallo scazzo di inizio settimana, poco dopo le 8 del mattino il titolo sul giornale “È morto Freddie Mercury”. Il Mattino di Napoli da Giacomo e Alessandro passò nelle mie mani, poi in quelle di Lilli, Annamaria, Sara, Valeria e Cinzia, infine in quelle di Tiziano, Rachele, Claudio, Gennaro, Loredana, Tiziana. Noi compagni di classe, prima che la maledetta campanella ci mandasse alla gogna delle interrogazioni da maturandi, ci guardammo negli occhi come per dire non è possibile che la “Regina dei Queen” se ne fosse andata così.

FREDDIE, URLO DI LIBERAZIONE

Prima ancora dei cortei Arcobaleno, prima ancora che il coming out mandasse alla deriva il neologismo che era in lui, prima ancora che le lobby dei gay facessero a scazzottate ai piani alti del potere, Freddie Mercury ha fatto della sua omosessualità un autentico urlo di liberazione, mandando a fanculo ipocrisie, vessilli perbenisti.
Si è rinchiuso e si è aperto sullo scivolo delle fragilità di essere umano. Il suo alter ego di sangue parsi, Farrokh Bulsara, ha fatto di tutto per fuggire dal ghetto a cui erano destinati i figli degli immigrati indiani nei sobborghi londinesi degli anni ’70.

FREDDIE E LONDRA, IL VICINO DI CASA CHE VORREMMO

Quando ho messo piede a Londra nell’estate del 1988 – non avevo compiuto ancora quindici anni e mi sembrava di essere sbarcato sulla luna – Freddie non aveva rivelato di essere ammalato di AIDS, la brutta bestia degli anni del riflusso.
Per tutti noi che passavamo lì, la voce di Bohemian Rapsody poteve diventare da un momento all’altro il vicino di casa stravagante ed eccentrico che tutti abbiamo sognato di avere una volta della vita. Me lo hanno confermato anni dopo i suoi vicini di Kensington, quando la casa di Freddie Mercury si trasformò in meta di pellegrinaggi furibondi.

1991-2021, GLI DEI DELLA MUSICA SFIDANO L’ETERNITÀ

Trent’anni senza Freddie Mercury rappresentano un incolmabile vuoto nella traviata scena musicale contemporanea: l’indiscusso leader dei Queen è stato una delle vocalità più intense del XX secolo, artista poliedrico, compositore da sterzate imprevedibili, impareggiabile animale da palcoscenico – pure Geldof ha dovuto ammettere che la sua esibizione a Wembely del 1985 ha fatto balzare in cima la raccolta fondi del Live Aid. Quando nel 2005 al Forum di Assago Brian May grattuggiò la chitarra per rendere omaggio all’amico, al musicista, al compagno di sventure, anche noi della stampa accreditata dovemmo riconoscere il legame trascendentale tra i Queen rimasti e Freddie Mercury, The Great Pretender, perché gli dei della musica sfidano l’eternità.

Oggi 24 novembre, trent’anni dopo, The Show Must Go On e non c’è regina che tenga neanche a Buckingham Palace. L’unica “Regina” indimenticata ed eletta dal popolo resta Freddie Mercury, a cui dedichiamo un soffio del cuore della sua ballata Love of My Life.

STILL LOVE YOU.

Gli 80 anni di don Peppino Gambardella, prete ribelle e filosofo delle periferie

Un compleanno speciale racconta in 80 candeline la luce diffusa da un prete di frontiera per la sua comunità. Giuseppe Gambardella, noto a tutti nella sua Pomigliano D’Arco come don Peppino, nel giorno del suo ottantesimo compleanno viene riconosciuto patrimonio della comunità.
Originario di Visciano, nel fazzoletto di terra del nolano di Giordano Bruno, don Peppino ha messo il suo sacerdozio al servizio della periferia di Napoli, diventando il simbolo delle lotte a fianco di operai, emerginati, senzatetto e dei tanti bambini e ragazzi abbandonati a sé stessi a cui aprì le porte della sua Casa Famiglia a loro dedicata.

Seminario di Nola (Na), 1981 (Archivio Privato)

DON CAMILLO ALLA PERIFERIA DI NAPOLI

I miei studi e la sua formazione in filosofia si incrociarono di sbieco e saltuariamente negli anni del liceo ma poi lo persi di vista per ritrovarlo miracolosamente anni dopo. Dico “miracolosamente” perché la mia generazione ha visto frantumarsi i suoi punti di riferimento nel tempo della sopraffazione della contemporaneità tra individualismo, competizione, rincorsa sfrenata verso il futuro.

Terme di Castellammare di Stabia (Na), 1970 (Archivio Privato)

Giuseppe Gambardella è stato l’autentico don Camillo della periferia di Napoli, in simbiosi con il personaggio delle pagine di Guareschi e con le sequenze del piccolo gioiello cinematografico di Duvivier: testardo, impavido, sfrontato, intelligente, umano come il parroco di Brescello nella sfida con “il don Peppone di turno”, che nella sua arroganza da primo cittadino si illudeva di tenere in pugno tutta la comunità accecato dalle schede elettorali e non dalla luce di Dio.

Loppiano, Città dei Focolari (1971) (Archivio Privato)

SACERDOTI PRONTI A DARE LA VITA PER TUTTI

Gambardella ha attraversato il Novecento tenendo a mente le parole di Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari a cui aveva aderito fin dagli anni ’60: “Una Chiesa arricchita di sacerdoti-Cristo, sacerdoti-vittime per l’umanità; autentici Cristo, pronti a dare la vita per tutti.”
Il parroco di San Felice in Pincis non si è lasciato illudere dal boom industriale che contagiò il suo territorio alla fine degli anni ’70, tenendo un occhio di riguardo per gli ultimi. Il digiuno a fianco degli operai dello stabilimento dell’ex FIAT di Pomigliano D’Arco negli anni bui della globalizzazione mi ha spalancato un portone di riflessioni, ispirando il sacerdote del mio romanzo L’ultima neve alla masseria. Durante un reading alla Malzfabrik di Berlino ho spiegato che il mio Francesco Giuseppe Gambardino omaggiava un parroco italiano della provincia di Napoli:

Il gesto di Francesco Giuseppe Gambardino fece ripartire parte della produzione, seppure a singhiozzo. Da quel giorno al mio paese si dice che molti operai, al mattino, abbiamo preso l’abitudine di farsi il segno della croce prima di mettere mano sulla catena di montaggio (…)

Potenza, 1970 (Archivio Privato)

IN QUESTA GRANDE IMMENSITA’…

Don Peppino Gambardella è stato un punto di riferimento per tante generazioni, compresi i laici come il sottoscritto. Ciascuno ha intravisto nel cuore del “parroco operaio” di San Felice in Pincis un interlocutore sempre a passo con i tempi tra spiritualità e dialogo, incluso l’uso intelligente dei social media per tenere i contatti con chi vive lontano. Mi tornano in mente le parole del miscredente, amico dei tre pastorelli di Fatima, che rilasciò ai miei colleghi cronisti del tempo, dopo il prodigio in Portogallo, questa dichiarazione: “Solo gli sciocchi continuano a sostenere che Dio non esista”.
In questo 12 ottobre passeggio per una Milano soleggiata e mi sembra di sentire le voci della mamma e della cara sorella di Giuseppe Gambardella, scomparse in giovane età in un incidente stradale, che da lassù sussurrano: “Peppino, Peppino, siamo fiere di te e ti siamo sempre accanto, anche in questo giorno speciale”.

Come biglietto d’auguri ho scelto questa strofa di una canzone a me particolarmente cara, L’immensità di Don Backy, che condensa molto dell’esistenza di ciascuno, anche del don Peppino che tutti abbiamo conosciuto almeno una volta nella vita:

Sì, io lo so

Tutta la vita sempre solo non sarò

E un giorno io saprò

D’essere un piccolo pensiero

Nella più grande immensità

Del suo cielo.