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30 anni senza Eduardo all’ombra dei suoi “attori”

Rosario PipoloNon ho bisogno solo di questo 31 ottobre 2014 per ricordare Eduardo De Filippo. Ho abbastanza capelli brizzolati per dire di aver partecipato, attraverso i primi articoli apparsi sui quotidiani napoletani nel 1994, alle celebrazioni del 10° anniversario dalla scomparsa del grande attore, drammaturgo e regista napoletano.

A suo tempo rimproverai mia madre per non avermi portato al San Ferdinando alle ultime repliche che videro Eduardo in scena. Lei rispose che ero troppo piccolo e mi finanziò, nella stagione teatrale 1985-1986, il mio primo spettacolo di Eduardo a teatro: Uomo e Galantuomo per la regia di Luca De Filippo. Fu proprio allora che iniziai l’attività del ragazzino abusivo nei camerini di teatro, così mi conoscevano alla periferia di Napoli. Alla fine degli spettacoli, mi infilavo dietro le quinte e, con un registratore a cassette fregato a mia sorella, raccoglievo testimonianze dagli attori eduardiani.

Negli anni che hanno preceduto la mia attività teatrale sui quotidiani, gli incontri con i tanti attori che furono sul palco al suo fianco mi fecero esplorare la Napoli del dopo Eduardo. Al di là delle registrazioni sul nastro di vecchie audiocassette, restano intatti i ricordi e le conversazioni. Pietro De Vico mi raccontò di quando si addormentò davvero in scena durante una replica di Natale in Casa Cupiello; Franco Angrisano dei viaggi che lo portavano da Salerno a Napoli per andare in scena; Angela Pagano mi parlò di quanto provare con Eduardo fosse irrinunciabile scuola di teatro; Regina Bianchi della grande severità fuori e sulla scena; Mario Scarpetta di questo legame di parentela che andava oltre il sipario; Luisa Conte di quanto fossero indispensabili per lui i giovani come motrice del teatro.

Luca De Filippo sottolineò il ruolo del suo teatro nel mondo; Lina Sastri dei segni che aveva lasciato il teatro di Eduardo sul suo percorso; Carlo Giuffrè lo acclamò come il suo grande maestro. E poi ancora a parlare di Eduardo con Vincenzo Salemme, Marina Confalone, Nuccia Fumo, Antonio Casagrande, Sergio Solli, Marisa Laurito, Enzo Cannavale, Tommaso Bianco, Isa Danieli, Ugo D’Alessio, Aldo Giuffrè, Nello Mascia, Marzio Onorato.

Il momento più emozionante fu nel ’97 nel camerino del teatro Diana di Napoli con Pupella Maggio. Alla fine dell’intervista azzardai la domanda: “Chi è stato per lei Eduardo De Filippo?”. Mi osservò con uno sguardo agghiacciante e replicò: “Semplicemente, Eduardo”. Tirai dalla borsa la videocassetta di Natale in casa Cupiello. Lei fece finta di niente. Restai fuori al camerino finché tutti la salutarono. Poi mi fece cenno di rientrare e mi allungò la mano per darmi un pizzicotto, aggiungendo: “Guagliò, sii tuosto”. Impugnò la penna e mi lasciò questa dedica: “A Rosario, con tenerezza. Pupella”.

Oggi mi piace ricordarlo così, ripensando a molti di quegli attori che, forse a quest’ora, insieme ad Eduardo stanno deliziando il Padreterno con uno spettacolo scritto apposta per lui.

Professore Elia, sapete che il 2 novembre vi aspetto sul balcone per ascoltare “Imagine”?

Rosario Pipolo“Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo: una tazzina presa tranquillamente qui fuori… con un simpatico dirimpettaio… Voi siete simpatico, professò”. Il monologo capolavoro di Questi Fantasmi di Eduardo De Filippo fotografa i legami che si creavano nella Napoli che aveva fatto di un “balcone” il luogo privilegiato della socievolezza.

Mentre sbuffavo sulle noiose versioni di greco e latino, sentivo la voce del professore Elia che dava ripetizione ad uno studente di un istituto professionale. Mi affacciavo e mi appoggiavo alla ringhiera. Dall’altra parte del balcone c’era lui che mi sorrideva. Mi intrattenevo volentieri, qualche chiacchiera. Poi arrivava la moglie del professore che gli portava una tazzina di caffè. Saranno state le quattro di un pomeriggio d’autunno.

Ai tempi dell’università, il professore Elia mi chiamò dal balcone. Mi affacciai. Pensavo volesse rimproverarmi perché avevo il volume della musica troppo alto. Invece no. “Mi piace come suoni il pianoforte. Eseguila più spesso questa canzone”, mi disse con la sua voce composta e pacata. Io spiegai al professore che non era merito mio, ma del vinile di “Imagine” di John Lennon. Da allora tutte le volte che lo sentivo dare ripetizione, mettevo il disco. Ero orgoglioso che piacesse al mio dirimpettaio. A casa mia non apprezzavano mai la mia selezione musicale.

Quando mi sono trasferito a Milano, ogni volta che tornavo giù dai miei, mi appostavo sul balcone per incrociare il professore Elia. Con il passare degli anni, purtroppo lo incontravo sempre più di rado. Mi ricordo la sera in cui ero in partenza, con una marea di bagagli, per il trasloco definitivo. Mi diede una pacca sulla spalla, accompagnata da una carezza. A suo modo mi aveva detto: “Va’ e coraggio”.

La parete della mia camera a casa dei miei confina ancora con quella del professore. Stanotte torno a coricarmi nel letto dove sono cresciuto e mi sentirò solo senza il respiro di notte del professore Elia.
Ah, professore Elia! Siete stato più di “un simpatico dirimpettaio”. Avete attraversato con me un pezzo della mia vita, vedendo volare da un balcone, come uno sciame di palloncini, i sogni di un ragazzaccio di periferia. Il pomeriggio del 2 novembre vi aspetto sul balcone per farvi riascoltare il disco che piaceva tanto a voi. Sarà allora che le nuvole prenderanno la forma di petali di margherite. “Professò, vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo?”. Me lo avete insegnato attraverso la ringhiera di un balcone*.

*Dedicato ad Antonio Elia (1941-2013) in occasione del 2 novembre.

A ripetizione di teatro da Regina Bianchi, l’ultima grande Filumena Marturano

Rosario PipoloNel 1988 mi presentai in camerino a fine spettacolo. Avevo un piccolo registratore a cassette. Regina Bianchi mi rimproverò: “Guagliò, vai a giocare con quelli dell’età tua. Che ce fai a sentì ‘na vecchia comme me?”. L’attrice era della stessa generazione di mia nonna Lucia. Le dissi che non mi interessava quello che facevano i miei coetanei. A quindici anni volevo capire da lei di che materia fosse fatto il teatro.
Regina cominciò a struccarsi. Il mio sguardo incrociava il suo attraverso lo specchio di un teatro alla periferia di Napoli, mentre mi accennava all’incontro con il palcoscenico e all’esperienza con Eduardo. Alla fine di questa breve lezione, precisò: “Guagliò, il teatro è sacrificio costante e quotidiano. E’ come la vita. Finché non lo avvertirai sulla tua pelle, non capirai mai questo mestiere”.

Ogni stagione teatrale capitava che la incontrassi, puntualmente alla fine dello spettacolo. Mi ricordo una volta la sua assistente: “Signò, c’è quel ragazzino con gli occhiali. Ve lo ricordate?”. E lei, dopo avermi riconosciuto, ripeteva: “E tu ccà nata vota staje”. Regina Bianchi aveva capito che il mio “toc toc” alla porta del camerino assomigliava alla voglia di prendere ripetizioni di teatro. Si trasformò in un piccolo rito e una volta aggiunse: “Mi sento una nonna che racconta il teatro al nipote incuriosito”.

Per diversi anni la persi di vista. La incrociai a metà degli anni Novanta. Lei non lo riconobbe quel giovane giornalista, che fu annunciato per una breve intervista. Le chiesi della severità di Eduardo De Filippo e dell’aneddoto che circolava tra noi addetti ai lavori: pare che Eduardo l’avesse buttata fuori dalla compagnia perché, dopo una rappresentazione di Filumena Marturano, chiamata dal pubblico che la acclamava, avesse fatto un passo in avanti per prendersi gli applausi. Secondo il rigido protocollo, non avrebbe dovuto commettere questa gaffe perché sarebbe toccato al capocomico, Eduardo in questo caso, prenderla per mano e condurla verso il pubblico.

Regina Bianchi fu molto diplomatica e replicò: “Crede pure agli aneddoti?”. Cambiò discorso. Io per smorzare i toni, le rivelai chi fossi. Sorrise e si ricordò. Anzi, mi chiese anche di mia nonna Lucia,  perché una volta aveva apprezzato un suo maglione all’uncinetto che indossavo. Quando avvertì il mio dolore – l’avevo persa da pochi mesi – mi diede una lunga carezza. Mi guardò con lo stesso sguardo della sua Filumena Marturano, come a voler dire che “io la soddisfazione di piangere l’avevo potuta avere perché il bene lo avevo conosciuto”.
L’accompagnai all’auto, tenendola sottobraccio. Quella fu l’ultima volta che la vidi. Scomparve nel buio l’attrice Regina Bianchi, che con il suo stile recitativo sobrio e interiore aveva dato voce all’anima di Napoli,  e riapparve la sagoma di donna Regina D’Antigny. Adesso il sipario è calato, per sempre. Per me no, che ho avuto la fortuna di prendere qualche ripetizione di teatro da lei.

  E’ morta Regina Bianchi, grandissima del teatro napoletano.

Perchè una gran bella storia d’amore non finisce mai

In un tempo in cui si corre alla velocità della luce, vivendo sotto lo schiaffo della scadenza e dei corsi di aggiornamento, ci ostiniamo a trovare la ricetta della felicità. La coppia spesso ne è vittima inconsapevole perchè dopotutto anche una bella storia d’amore dovrebbe essere regolamentata.
Io non ho mai creduto nei percorsi indicati e guidati che dovrebbero preparare due innamorati ad una vita insieme. Ci sono coppie e coppie, legami e legami, ma non sempre si ha il privilegio di vivere una gran bella storia d’amore. C’è quella componente istintiva e irrazionale – a cui poi additiamo la fine di tutto – che consegna due innamorati nelle mani del divenire.

Tuttavia, quando finalmente si intromette la componente razionale, sbarchiamo sul lunario della disciplina emotiva e stiliamo un bel discorso per la fine di tutto. Le parole, cucite con la lucidità della razionalità, filano pure bene e sembrano una liberazione. Invece non è per niente vero. L’illusione che sia già tutto passato, ricordo, nostalgia è breve, perchè l’eternità del tempo presente abbatte ogni convinzione. La stessa convinzione, imbastita dall’orgoglio, che ci ha sottratti al batticuore di un mazzo di rose o allo stupore del ritrovarci accanto l’altro, pensando che tutto fosse scontato.

Una coppia che si è messa alla ricerca della felicità può decidere la fine di tutto, ma due innamorati che la felicità ce l’avevano accanto non possono scegliere. Il divenire, forse con qualche stonatura fiabesca, sigilla il tempo nell’eterno presente: è l’inspiegabile consistenza dei sentimenti.

Per questo il vero controsenso è diventare prigionieri di nostalgia, facendo un domani finta di niente tra rimorsi o rimpianti. La ricetta della felicità non esiste, ma in una gran bella storia d’amore arriva sempre l’inspiegabile voglia di mettersi su una nave, un treno, in auto o su una mongolfiera per raggiungere l’altro. E non per ricominciare, ma per continuare proprio come nel finale della tragicommedia domestica di Eduardo De Filippo “Sabato, domenica e lunedì”. Il futuro è tutto lì, nella battuta finale, nella provocazione della vicina che chiede alla signora Priore se tra lei e il marito fosse tutto finito. E lei dopo la riscoperta: “No, non è finita. È appena cominciata”.

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Cartolina da Napoli senza francobollo per Enzo Cannavale

L’ultima cartolina da Napoli arriva in ritardo di proposito. E lui, Enzo Cannavale, mi può capire perché negli anni ’50 del secolo scorso faceva l’impiegato alle Poste. L’ho spedita senza francobollo perché volevo che arrivasse dopo la notizia, il clamore, gli elogi funebri, il chiasso che facciamo quando qualcuno ci lascia, con il rischio che il tempo ci metta del suo e ne cancelli le tracce. Non esistono attori di serie A e serie B, non esistono attori comici o attori tragici, esistono gli attori: coloro che ogni sera indossano una maschera per far capire a noi comuni mortali che nella comicità della quotidianità si insidia una profonda tragicità.
Durante la mia irrequieta adolescenza, dedita completamente al teatro, Enzo Cannavale mi ha insegnato che a rendere professionista un attore non è soltanto la padronanza tecnica e la presenza scenica, ma l’umiltà che genera l’istinto dell’arte. Me lo faceva capire come se fosse una litania tutte le volte che mi nascondevo dentro il suo camerino, azionavo il mangianastri per registrare le nostre chiacchierate. E lui, dopo un pizzicotto bonario sulle guance, mi ripeteva: “Guagliò, stai ancora cca’ a perdere tiempo con me?”. Fu proprio allora che me ne scappai dal divismo ridicolo delle piccole compagnie di periferia, che dietro il sipario del teatro amatoriale, si pavoneggiavano nell’arroganza di fasulli capocomici che erano tutt’altro.  
Crescendo però ho assorbito l’amarezza: Cannavale di schiaffi in faccia ne ha presi e forse pure tanti, perché una volta chi faceva l’istrione per mestiere doveva lottare con la prepotenza di tanti capocomici. Una sera, al termine di uno spettacolo a fianco di donna Luisa (Conte) al Teatro Sannazzaro di Napoli, gli proposi di mangiare una bomba calda alla Nutella a piazza San Pasquale. E lui, uomo dalla battuta sempre pronta, mi rispose: “Guagliò, potrei capire un caffè, e tu cu na’ cos ‘e chella tanta me vuo’ fa’ saglì ‘o colesterolo ‘a mille!”.
L’ultima volta ci siamo incontrati prima che mi trasferissi a Milano, in occasione della Cantata dei Pastori, e mi rimproverò con una carezza: “Mmo’ pure tu te ne vai, e chi resta cca’?”. Caro Enzo, io me ne sarò pure andato, ma tu a Napoli ci sei rimasto per sempre, anche adesso che gli altri pensano che tu stia fermo al camposanto. Io lo so dove sei: lì sul terrazzino di casa tua, a goderti il tuo caffè caldo e a sbirciare il giornale, tra le coccole di tua moglie e i baci dei tuoi figli, mentre il golfo di Napoli si acquieta nei tuoi occhi.

‘E figlie so’ figlie, ma io mi sono innamorato di tua mamma!

“’E figlie so’ figlie e so’ tutt’eguale!” è una sacrosanta verità così lapidaria che poteva uscire soltanto dalla bocca di una madre coraggio del secolo scorso. Parlo di Filumena Marturano, la prostituta nata nei vicoli di Napoli prima che sul palcoscenico di Eduardo De Filippo. Dopo aver nascosto per una vita i suoi tre figli al compagno Domenico Soriano, Filumena gli rivela che uno è suo. La scena di quest’uomo che cerca a tutti i costi di capire chi fosse, mi fa riflettere nei tempi in cui vanno di moda le famiglie allargate: coppie separate, figli sbattuti un po’ qui e un po’ lì, uomini e donne che si rifanno una vita assieme, mettendo in conto il figlio avuto da una storia precedente.
E qui vengo al punto: si può accettare senza remore un bambino che la tua compagna ha avuto da un altro? C’è chi vive con serenità questo status, ma c’è anche chi si crogiola sulla calma apparente, opponendo una latente resistenza pericolosa e dolorosa. Il personaggio edoardiano Domenico Soriano non li accetta “quelli non suoi” finché si sente chiamare spontaneamente in coro “Papà”. E come se all’improvviso il figlio della tua compagna, che fino al giorno prima ti chiamava per nome e ti trattava con distacco, usasse questa parola magica, pur con la consapevolezza che tu non sei e non potrai mai sostituirti al padre vero. In giro sento raramente: “Mi sono innamorato di una mamma”. Non di una separata, divorziata o peggio ancora di una donna sposata. Di una donna che per professione fa la mamma a tempo pieno.
I bambini ci guardano non è solo il titolo di un bel film in bianco e nero di Vittorio De Sica, ma la consapevolezza che da un bimbo puoi aspettarti la disarmante saggezza che non appartiene più all’età adulta: “Mamma, ho capito perché piangevi ieri sera quando mi hai messo a letto. Ti sei innamorata di un altro”. Chi vuole intraprendere questa strada complicata dovrebbe prima di tutto andare da quel bimbo e spiegargli con la dolcezza come stanno le cose:”Io e te non ci conosciamo, ma siamo legati perchè condividiamo l’amore per la stessa donna. Tu, da monello che sei, le chiedi tutti i santi giorni di sistemare i giocattoli che hai lasciato sparsi per casa; io, da disordinato che sono, mi sono innamorato di tua mamma  perchè lei con un bacio mi ha trasformato in un principe azzurro, quello protagonista delle fiabe che ti racconta”.

Presepe, napoletanamente souvenir

MICHELA BRAMBILLA, SILVIO BERLUSCONIAl di là della storia ufficiale del Presepe, diciamo pure che la rappresentazione della Natività per un napoletano è qualcosa di speciale. Senza essere troppo bigotti o moralisti, ognuno sul presepe ci mette chi ci vuole, arrivando persino ad affiancare Pulcinella ai Re Magi. E’ così perché la magia del Natale partenopeo è la convivenza tra sacro e profano. Per me l’allestimento del presepe è stato sempre un atto magico ed emozionante. Nonno Pasquale mi ha insegnato a posizionare i pastori e mi spiegava il ruolo di ognuno. Lui aveva una passione per Gaspare, Zuzzurro e Baldassare e per Benito, il pastore dormiglione. Mi ripeteva: “Non fare come Benito, perché chi dorme non piglia pesci”. Tornando tra i vicoli di San Gregorio Armeno a Napoli ho ritrovato i miei presepi preferiti, anche se non mi entusiasma troppo il folk che fa a cazzotti con la religiosità. Per una statuetta di Barack Obama, divo del presepe 2008, mi hanno chiesto quasi 400 euro. E se Eduardo De Filippo ritornasse con l’assillo “Te piace ‘o presepio?”, cosa risponderei? Mettendo le mani in saccoccia, mi convincerei che anche l’artigianato locale è diventato un bene di lusso.