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Gallarate: la sicurezza in strada fa la dignità del cittadino

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Rosario PipoloIn un bar di Gallarate, in provincia di Varese, raccontavano che il papà di Valentino passava lì tutte le mattine a prendere le brioche. Di rado c’era anche il figlio e mi viene il dubbio di averlo incrociato qualche mattina. Da oggi Valentino non farà più colazione nel piccolo bar del varesotto, perchè ieri mattina è stato travolto da un autoarticolato con la sua bicicletta e ci ha rimesso la vita.

Questo potrebbe essere uno tra i tanti e dolorosi ritagli di cronaca che riguarda da vicino chi si muove in bici nel nostro Paese. In un report del 2012, l’ACI aveva rilevato 15.100 ciclisti feriti e 166 morti in ambito urbano, un dato che ci fa dubitare seriamente della sicurezza stradale, che tra l’altro mette a repentaglio la vita degli amanti delle pedalate.
La rotonda a Gallarate, quella della lunga e trafficata via Torino dove ha perso la vita il giovane di 27 anni, negli ultimi anni è stata teatro di tanti incidenti e sciagure.

Per giunta qui di mezzo ci sono gli autoarticolati che ogni santo giorno sfrecciano a velocità insensata verso la famosa superstrada di Malpensa, dimenticandosi di essere in un centro urbano. In orario mattutino ho visto sulle strisce pedonali accanto a questo maledetto rondò pedoni prendersi un bel vaffa dagli autotrasportatori furiosi, sgarbati e maleducati. Non sono più disposti neanche a perdere qualche secondo in più per concedere il legittimo “lascia passare”? Figuriamoci poi per un ciclista, che viene continuamente maledetto.

La sicurezza in strada fa la dignità del cittadino e ogni comune ha il diritto di farsi in quattro per garantirla. Dopo gli accertamenti delle forze dell’ordine, la triste vicenda di Valentino avrà il suo finale, ma ogn cittadino che si rispetti non vuole chiedersi più chi sarà la prossima vittima di quel rondò.
Ho sostituito la foto da cronaca del rottame a due ruote con questo mio scatto di sabato scorso. Forse proprio tra questi alberi tinti d’autunno pochi di noi si sono accorti delle ultime pedalate felici e scanzonate di Valentino.

Vietato attraversare i binari: Casalnuovo di Napoli perde la sua Raffaella

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Rosario PipoloHo attraversato l’Italia in treno per centinaia di migliaia di chilometri e ho visto di sbieco persone di tutte le età attraversare i binari senza usare il sottopassaggio. Peggio ancora li ho visti a quei maledetti passaggi a livello, che non dovrebbero esserci più nei centri abitati, correre di corsa prima che il treno passasse.

A un mese di distanza dalla modella distratta dalla musica e travolta da un Frecciarossa attraversando i binari a Milano, ecco l’ennesima tragedia. Questa volta è accaduto dall’altra parte dello stivale, sulla linea ferroviaria Napoli-Caserta via Cancello che conosco benissimo. Raffaella, 20 anni, è morta sul colpo dopo aver attraversato i binari, al passaggio a livello del centro abitato di Casalnuovo di Napoli. L’intera comunità è sotto choc ed è legittimo dopo l’ennesimo accadimento che dimostra quanto manchi la cultura della sicurezza in Italia.

Qui, infatti, non è una questione di Sud o Nord Italia, ma di un Paese intero. Nel 2015 sono stati registrati 89 decessi di pedoni sui binari e la regione colpita maggiormente è la Lombardia.  La Campania è in quinta posizione. Quanto fanno le istituzioni locali per sensibilizzare sul tema giovani e meno giovani?

Il miglior modo per riscattare la morte di Raffaella non è lasciare mazzetti di fiori a ridosso del maledetto passaggio a livello, quanto convincere gli amministratori locali a finanziare una campagna di sensibilizzazione sul tema. Il buon esempio potrebbe partire proprio dai primi cittadini delle città con le stazioni sulla linea ferroviaria Napoli-Caserta via Cancello.

E’ vero, siamo noi i responsabili di questi accadimenti quando ci mostriamo irrispettosi delle norme di sicurezza. Tuttavia, diventano complici anche le istituzioni quando non mettono un territorio, distratto dal flagello di tanti disagi sociali, nelle condizioni di affrontare la vita di tutti i giorni con la consapevolezza che la sicurezza è un pilastro della nostra civiltà.

Trenord, la sicurezza in treno è un diritto di chi lavora e chi viaggia

Rosario PipoloPercorrendo in treno più di 30.000 chilometri all’anno attraverso la regione Lombardia, per giunta in qualsiasi fascia oraria, mi calza a pennello l’appellativo con cui mi incoronò un capotreno qualche anno fa: “L’instancabile viaggiatore su rotaie”.

L’aggressione ad un capotreno e un macchinista, avvenuta la settimana scorsa su un treno locale nella stazione di Milano Villa Pizzone, merita solidarietà e supporto non solo dei pendolari, i quali giorno puntano il dito contro la mala gestione locale di Trenord e i costi eccessivi dei titoli di viaggio.

Richiede un piano di intervento immediato dell’azienda, che ha il sacrosanto compito di garantire sicurezza ai propri dipendenti, mettendoli in condizione di svolgere al meglio il proprio lavoro, anche durante i turni serali e notturni. Richiede la voce grossa della Regione Lombardia, perché le istituzioni siano convinte che ora ci vuole il pugno di ferro, accartocciando la strumentalizzazione politica che vorrebbe la tolleranza sulla lancetta a Sinistra e l’intolleranza sulla lancetta a Destra.

Ho visto uomini e donne, tra i trenta e i cinquant’anni, nelle vesti di capotreno gestire criticità davanti ai miei occhi, da soli, persino sulle linee ferroviarie che, appena fa buio, si trasformano in un set dell’orrore: provate a viaggiare dopo le 8 di sera su un convoglio locale che da Pavia si spinge verso Genova o tra Lodi e Piacenza dove, a ridosso delle stazioni di Casalpusterlengo o Codogno, sembra di essere finiti nel vecchio West in attesa del momento migliore per l’assalto alla diligenza.

Dei soldi che ci spillano dall’abbonamento mensile o dal biglietto di una corsa semplice quanto viene investito da Trenord e Regione Lombardia per la salvaguardia della sicurezza del viaggio sui treni locali?
L’efficienza nel trasporto locale non si misura solo in manutenzione delle vetture ma nel far sentire chi lavora o chi viaggia al sicuro a qualsiasi ora, anche quando a fine ottobre si spegneranno le luci del luna park di Expo 2015.

Carlo Di Napoli ha rischiato di perdere un braccio e il suo compagno di sventura di morire. Chi sarà il prossimo? Lo slogan di Trenord “Your Way To Expo” con 380 treni al giorno si sbiadisce se viaggiare sui binari ci fa correre chissà quali rischi. Qui non si tratta di sgominare semplicemente una gang di criminali, ma di attivare un piano di intervento per la sicurezza che ci faccia tornare ad essere “instancabili viaggiatori su rotaie”.

Diario di viaggio: Andrea, ci vediamo domani!

Rosario PipoloAdoro gli album di famiglia, non quelli digitali che affollano i nostri pc. Quelle foto di carta finite nei cassetti dei nostri comò, sparpagliate, lontane dalla luce del sole. Scatti intimi, privati, discreti. Me ne porto sempre via uno dopo i miei viaggi.

A Pasqua dell’anno scorso sono finito nel lodigiano. Ero rammaricato perché non ero riuscito a raggiungere i miei. Da qualche parte c’era scritto “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Ho condiviso quella domenica con Andrea, stessa età del mio papà più o meno, storie e provenienze diverse però. Lo avevo già visto in diverse occasioni, ma quella fu la volta buona in cui condividemmo storie di famiglia che unirono il mio Sud al suo Nord. Improvvisamente la pelle della nostra memoria cambiò colore e diventò meticcia.

Andrea mi mise di buon umore, mi piaceva la sua saggezza spicciola, a portata di mano. Mi piaceva come a modo tutto suo filava i ricordi, proprio come mia nonna faceva con la lana. Mi piaceva come guardava la moglie Daniela, di sbieco, come per dire “da quando mi sono innamorato di te, non hai perso un’acca del tuo entusiasmo”.

Quella domenica nel lodigiano osservai Andrea con attenzione. In ogni suo gesto – da come si serviva l’insalata a come si guardava intorno – mi resi conto che era stato un uomo che aveva vissuto per la famiglia, vigile ai dettagli che sono il solvente dei legami intensi. Nel tardo pomeriggio ce la svignammo e finimmo a casa sua sul divano.
Accese la smart tv e mi mostrò un paio di righe che avevo scritto. Scoprii che Andrea era un mio lettore. Borbottò qualcosa guardando una vecchia foto e poi concluse rielaborando un pensiero di Martin Luther King: “Io ho davanti a me un sogno, che le mie figlie e nipoti invecchino in una zolla di terra in cui non saranno giudicati per l’apparire, ma per le qualità del loro carattere”.

Non dobbiamo mai smettere di contarli i sogni, proprio come faceva Andrea. Perciò alla fine di ogni viaggio non mi piace ripetere “addio”, ma “ci vediamo domani”.

Diario di viaggio in bici: Il sogno di Carlo della bergamasca tra terra e cascina

Rosario Pipolo“Te lo leggo negli occhi” gli avrebbe cantato Sergio Endrigo. Negli occhi chiari di Carlo, figlio della bergamasca, si legge la passione per la terra. Carlo ha fatto il camionista per una vita, partiva all’alba e viaggiava da un capo all’altro del Nord Italia. La sua passione era la terra. Mi ha detto: “Dalla terra nasce tutto. Dalla terra viene fuori la radice di ciò che siamo”. Sembravano parole uscite dalla bocca di mio padre.

Quella passione è sfociata in un sogno realizzato. Si tratta dell’agriturismo La cascina dei Prati a Credaro, un paesotto della provincia di Bergamo. Ci sono finito per caso in una delle mie scorribande avventurose in bicicletta. Beh, neanche per caso direi. Mi ci ha mandato Simone, un vignaiolo di Grumello che produce del buon vinello locale. Alle due e mezzo del pomeriggio chi vuoi che ti dia da mangiare? Barbara, titolare della cascina assieme al fratello Simone, mi guarda e mi dice: “Bella pedalata da Bergamo fino a qui. Qualcosa tireremo fuori dalla cucina!”.

Il bollitore per la pasta è già spento, ma in compenso arriva un tagliere di salumi e formaggi, che evoca le parole di Carlo. Sono i prodotti di quella terra, perché non c’è niente da fare. Giriamo e rigiriamo ma solo i prodotti tipici del posto sanno raccontare la geografia delle radici. Ci vuole coraggio ad azzannare con quel caldo stracotto e polenta e una doppia razione di dolci fatti in casa.
La ragazza occhialuta e gentile, di cui non so neanche il nome, parlotta con me tra una pietanza e l’altra. “E se non ce la facesse a pedalare – mi suggerisce – sopra ci sono sempre delle stanze dove si può fermare”. Sono tutti gentili. Loro preparano i tavoli per la sera, in sala ci solo io. Mi sembra di essere stato adottato da quella famiglia. Vi ritrovo l’armonia e l’ospitalità tipiche dei posti in cui sono cresciuto.

Poi Simone dà lezione di come si prepara il formaggio ad una ciurma di bambini curiosi, arrivati dalla lontana metropoli. Mi fermo volentieri, ascolto, imparo. All’orizzonte ci sono fulmini e saette. E’ ora di andare. Simone mi accompagna fin giù per un sentiero segreto. La bici si inzozza nel fango, ma poi ecco svelato il segreto. Costeggio il fiume Oglio, che corre ad abbracciare il lago d’Iseo. E’ un atto d’amore proprio come quello di Carlo verso il suo terreno, trasformato in un agriturismo. Da bambino pensavo che tutti i bergamaschi fossero vestiti con le toppe colorate di Arlecchino.
Questo mio viaggio smentisce i soliti pregiudizi che li dipingono come diffidenti e poco ospitali. Avevo ragione da bimbo. I bergamaschi hanno il cuore colorato come le toppe dell’abito di Arlecchino, perché sanno come far sentire a casa un vagabondo forestiero come quelli della mia razza.

Regionali 2013: Al Pirellone the winner is Bobo. Chi, Craxi? No, Maroni!

Rosario PipoloLa fiaba “lumbard” ha un nuovo incipit: “Missione compiuta”. Bobo è il nuovo principe del Pirellone. “Bobo chi? Bobo Craxi?”, chiede un vecchio addetto alle pulizie del palazzo della Regione che, come in ogni fiaba che si rispetti, si era addormentato tra vecchie scartoffie per oltre vent’anni. No, Bobo Maroni, la faccia della nuova Lega che ha mandato a casa il vecchio Carroccio del Senateur e del Trota. Nonostante l’emorragia di voti a livello nazionale e regionale, la Lega si tiene stretta la Lombardia e Roberto Maroni si sveglia Presidente della Regione.

Gli elettori lombardi lo hanno preferito al principe poetico e sognatore Ambrosoli e hanno sbattuto la porta in faccia pure al vecchio sindaco Gabriele Albertini, che vedrà il Pirellone soltanto in una cartolina in bianco e nero della vecchia Milano. Rispetto al Lazio, la Lombardia va controvento. Nonostante gli scandali che avevano travolto il Pirellone, l’elettorato medio padano continua a veleggiare nella stessa direzione politica e non scatena nessuno tsunami come è accaduto con Zingaretti a Roma.
Anzi, Roberto Maroni può vantare anche un successo personale. Una lista civica tutta per lui che si è aggiudicata più del 10%, che si traduce in 11 seggi. Del resto perché dovremmo meravigliarci? Nella Sicilia di “Il Gattopardo” la Lega ha scippato 5000 voti non si sa a chi, segno ormai che, persino al di là dello stretto, il carroccio trova sempre un angolo per parcheggiare.

Bobo è il nuovo principe del Pirellone e lo sarà, almeno che non ci siano nuovi colpi di scena, nel fatidico 2015 in cui la Lombardia ospiterà il fantomatico Expo e il suo succulento bottino. Finita l’euforia del voto, bisogna preoccuparsi di governare e fare opposizione, senza dimenticare che anche chi sta dall’altra parte della barricata può darsi da fare per recuperare consensi.
E chissà che Umberto Riccardo Rinaldo Maria Ambrosoli non si svesta dei panni del “principe felice” in calzamaglia per diventare cavaliere agguerrito fuori dalla Tavola Rotonda.

  Io Terrùn? Tu Ladrùn…

Su Twitter i pendolari incazzati vittime di Trenord, vergogna della Lombardia e dell’Italia tutta!

Trenord Victims su Twitter

Rosario PipoloLa moglie chiese al marito macchinista: “Caro, domani a che ora metto la sveglia? Su quale linea sei?”. E lui rassegnato: “E chi lo sa. Faccio jogging per tutta la Lombardia alla ricerca del treno che guiderò”.
Il bimbo chiese alla mamma capotreno: “Mamma, te li hanno dati i turni a lavoro? Mi raccomando per la vigilia di Natale. Cerca di essere a casa prima che arrivi Babbo Natale. Gli ho chiesto un regalo speciale per te”. E la mamma rise per non piangere.
I due fratellini telefonarono ai due pendolari: “Nonni cari, come siamo felici. Venite a trascorrere l’ultimo dell’anno a casa con noi”. E i due nonni: “Per arrivare da Mantova a Milano potremmo impiegare anche un paio di giorni. Rischiamo di vederci nel 2013”. I due nipotini, dopo una rapida consultazione, replicarono: “Nonni cari, non scoraggiatevi. Portatevi dietro un panettone e una bottiglia di spumante. Almeno brindate sul treno”.

Quelle che sembrano tre storielle surreali fotografano alla perfezione l’incazzatura dei pendolari in Lombardia, la regione che ha sempre vantato di avere un trasporto regionale ferroviario simile alla Germania. Lo slogan è:“Grazie, Trenord! Che bella sorpresa natalizia ci hai preparato”.
Siamo in Italia, ahimè, e così nonostante l’intercessione di S. Ambrogio, le brutte sorprese continuano a portare all’esasperazione migliaia e migliaia di persone che ogni giorno usano il treno per spostarsi, tra ritardi assurdi e cancellazioni su tutta la rete ferroviaria regionale. Dopo un barcone di soldi per il nuovo software per la gestione dei turni di tutti i lavoratori, il sistema informatico continua a dare i numeri e manda tutto in tilt.

Ci chiediamo: Come è possibile che sia accaduto una cosa simile? Come saranno risarciti i pendolari che in questi giorni stanno impiegando il triplo del tempo per raggiungere la destinazione? Perché il sistema informatico non è stato testato ed è stato lanciato in concomitanza con il nuovo orario delle ferrovie?
In questi giorni c’è solo da salire e scendere dai treni per raccogliere storie e vicende di uomini, donne, studenti che stanno vivendo l’incubo di un viaggio in treno. Potete sempre lanciare lo sfogo su Twitter usando #trenordvictims o indirizzandolo all’account specializzato in materia @trenordvictims.

Dovremmo chiedere aiuto a Dylan Dog, perché forse solo l’indagatore dell’incubo potrebbe aiutarci a trovare una risposta. Nel giro di qualche giorno il sistema ferroviario del Nord Italia è diventato la vergogna del Belpaese, non solo agli occhi delle altre regioni, ma anche a quelli del resto dell’Europa. E questa volta le giustificazioni di manager e politici non stanno né in cielo né in terra, nonostante tiri già aria di campagna elettorale.

  Treni, pendolari tartassati anche dal software

 Trenord e l’inferno sui binari… Passeggeri in ostaggio sul treno Milano-Luino

On the road: Cartolina dal Neder Cafè di Castel Goffredo

Malati di esterofilia, continuiamo a scimmiottare i locali delle grandi metropoli europee, dimenticando un posto che caratterizza la nostra italianità: il bar, come punto di ritrovo e socialità. Non quello nella piazza al centro del paese, ma quello fuori mano, isolato, che incontri per caso nel bel mezzo delle tue peregrinazioni on the road. Lungo un fiumiciattolo, poco distante dal Mincio, senti il richiamo delle anatre. Quelle simpatiche e giocose canaglie d’acqua dolce che ormai si vedono nei vecchi film western con John Wayne e in qualche fumetto.
A Castel Goffredo, all’inizio del mantovano, le chiamano Neder. Per questo il Neder Cafè, il grazioso bar gestito da Emanuela Redini, le omaggia e fa in modo che in qualsiasi punto ti metta le senti borbottare. Dopo che Orlando, un calabrese travestito da mantovano, ti ha preparato i piatti tipici del posto, ti fermi lì per quattro chiacchiere. C’è il Volpi, che ti racconta della sua infanzia a Sabbioneta e dei piccoli passi che poi sono quelli che rendono grande la quotidianità; c’è la duchessa, di professione insegnante, che ti mette di buon umore con la sua solarità; c’è il gruppo di bevitori habitué che hanno sconsacrato lo Spritz, trasformandolo in Sprotz. Basta invertire il vino bianco con quello rosso e la magia è fatta: il drink si ostina ad essere più rustico e campagnolo. Non ci vuole poi tanto a fermare il tempo: buona compagnia nel posto giusto.
Dopo un paio di Sprotz, è legittimo dimenticare il telefono e vivere un giorno senza l’assillo dei trilli. Tanto a rispondere ci pensano Emanuela e lo staff del Neder Cafè. Questo mi riporta ai tempi in cui mio padre, in un paesotto di provincia del Sud Italia, andava a ricevere le telefonate in un baretto al centro del paese. Tutto torna, prima o poi. Più che lo smartphone, avrei preferito io restare in “ostaggio” in quel posto, ad osservare Emanuela che preparava stucchizzini, Matteo che mi parlava di Fabio Testi e il Volpi avvolto dai racconti di gioventù.  Sarebbe stato l’ennesimo escamotage per mantenere inalterato il gusto della vita.

 Castel Goffredo on line

  Aperol Spritz

 Turismo nel mantovano

Cartolina da Sabbioneta: Vespasiano Gonzaga è vivo ed io l’ho visto!

Ciano sognava di fare il disc jokey e perse l’aereo per lo Studio 54 di New York. Restò al suo paese tra un mucchio di dischi impolverati e i ricordi delle villeggiature tra Cesenatico e Rimini. Daniela lo incontrò e se ne innamorò. Gli disse: “Resta qui. Saremo felici, perchè basta poco per esserlo. E così sia. So fare lo Spritz, mettiamo su un baretto”.
Giuseppe era un bimbo quando gli finì tra le mani Il vecchio e il mare di Hemingway: voleva pescare da sportivo e poi lasciare liberi i pesci. Mary adorava la schiuma e riusciva a fare un gioco di prestigio, trasformando il caffè in una bevenda cioccolatosa dalle piccole vibrazioni gustative. Silvia, Giada e gli altri ragazzi della combriccola al bar Ducale spulciavano sogni e spensieratezza. Cecilia uscì viva da sotto le macerie, cominciò a collezionare bambole e guardò il mondo attraverso la loro vista. Sandro mutò le sorti di una vecchia locanda, dove sostarono gli austriaci, in una piccola pensione. Guerrino si imbarcò su una nave, ma lui non sapeva che lo avrebbero mandato a fare quella cosa zozza che si chiama guerra. A 90 anni è diventato un collezionista di profumi, ogni sera ne annusa uno perchè da quell’essenza torna la moglie amata, volata in cielo. Orianna aveva smesso di far gelati per imparare ad accarezzare il pancione, in attesa che Daniele venisse fuori. Marcella aveva la passione per la storia dell’arte, diventò guida, mi prese per mano e mi portò lungo un corridoio di 97 metri tra memorie di un palazzo e i fremiti del palcoscenico di un teatro. Infine, il conte si era illuso che, con l’acquisto di un titolo nobiliare e giocando a nascondino tra vecchie cianfrusaglie, avrebbe scoperto il segreto della vita, calpestato dal Re vigliacco e dal Duce orco.
Povero sciocco, il segreto lo avevano capito i Peritoperaria che facevano musica folk per acquistare un pulmino ai disabili, cantando a squarciagola “chi non piscia con noi è un ladro o una spia”. Io ho “pisciato” assieme a loro e mi sono liberato di quelle ipocrisie e falso perbenismo che lapidano la provincia.
Uscendo da quelle mure, si è avvicinato un tizio per dirmi: “Tutti pensano che io Vespasiano Gonzaga me ne stia buono buono all’Incoronata. Invece faccio l’equilibrista sulle mura della mia città e mi soffermo sulla semplicitá delle persone di cui vado fiero, perchè sono loro a rendere grandi i particolari della vita”. Poi è scomparso. Io volevo fare marcia indietro, ma la città era diventata un puntino sul filo di terra tra il reggiano, il cremonese e il mantovano. Anche se mi fossi scolato tutta una bottiglia di Lambrusco, non avrei colmato il vuoto per aver lasciato Ciano e quella gente. Il fantasma di Vespasiano Gonzaga mi ha svelato il rebus: “il patrimonio” da tutelare non è soltanto fatto di tesori artistici, ma della bella gente rimasta prigioniera di quelle mura, figlia dell’Italia in bianco e nero che sapeva raggomitolare le emozioni sul filo della nostra storia. Benvenuti a Sabbioneta!

Diario on the road: Girotondo intorno al Lago Maggiore

Ogni lago ha il suo carattere: quello di Garda è esibizionista e nottambulo; quello di Como è chic e fricchettone e il Maggiore, com’è? Sì, proprio il lago che abbraccia Piemonte, Lombardia e Svizzera, usato dalle nostre maestre come tranello alle interrogazioni di geografia. Noi ci cascavamo puntualmente, perché pensavamo che fosse il più esteso d’Italia.
Il Lago Maggiore è discreto e riservato fino a Verbania, proprio come i piemontesi, ma poi tira fuori tutto il suo carattere e una bellezza inaspettata che lascia senza fiato. Ho fatto un girotondo in auto di 186 chilometri , costeggiandolo tutto. Una fermata ogni manciata di passi per dialogare con lui, svelare il segreto della sua anima, raccogliere storie. Una passeggiata ad Arona e poi ritagli da cartolina come i due vecchietti di Meina mano nella mano, lo splash dei bimbi a Solcio o il vocio degli stranieri nel centro di Stresa.
Dalla finestra di un edificio in stile liberty mi godo le ultime briciole di un tramonto. Sono su una collina, all’ostello della gioventù di Verbania-Pallanza. Vanessa, piemontese doc, mi accoglie con un sorriso e l’accento partenopeo di Pasquale mi riporta tra le braccia della mia Napoli: “E’ più forte di me. Io non riesco a tuffarmi nell’acqua del lago. Il mare è il mare”, ci tiene a precisare. In camera faccio quattro chiacchiere con PierAlfonso, veronese figlio di siciliani, che ha scelto questo rifugio lacustre per staccare la spina dalle ossessioni della quotidianità. Sul lungolago di Pallanza sgranocchio noccioline a mezzanotte, ascolto jazz con le mie cuffie giganti e un tizio seduto al bar dice al suo vicino: “Il solito matto austriaco in vacanza”. Più che austriaco, direi marocchino, vista la mia abbronzatura in stile “terruncello”! Poi mi perdo in piena notte e ci pensa Andrea a riportarmi indietro in auto: lo chiamano il ventenne dalle “gambe lunghe”. Mi racconta di essere appena tornato da Santiago De Compostela dove si è fatto 800 chilometri a piedi in un mese. Finalmente ho trovato un pazzo come me, con cui magari condividere in futuro una lunga passeggiata, sì ma non proprio così estrema.
L’indomani riparto: mi intrufolo tra le bancarelle del mercato di Intra, tra le salite e discese di Cannero Riviera. A Cannobio mi godo i surfisti tra le onde del lago e mi sembra di essere tornato nella baia di San Francisco. La frontiera è ad un passo: Puff ed eccomi in Svizzera. L’euro ormai è cartastraccia e da Mc Donald’s mi chiedono più di 12 euro per un menu base. A Locarno cazzeggio tra i vicoli della città vecchia e poi a piedi diritto sul lungolago al tramonto. All’ostello Palagiovani incontro Alfio, uno svizzero vero che mi racconta di quei posti, dei suoi avi, di questo Canton Ticino che parla in italiano. Spalmate a volontà di Ovomaltina (la Nutella swiss!) e poi ancora on the road tra i sussurri lacustri a ridosso di Magadino e San Nazzaro. Cosa c’è di meglio se non spaparanzarsi al sole?
Passo la frontiera italiana e nel gabbiotto non c’è nessuno. Ho un dubbio: non è che gli svizzeri si sono comprati all’asta per quattro soldi lo stivale italiano?  Il Lago Maggiore torna lombardo e a Luino mi sembra di essere finito sulla riviera Romagnola, dando a morsi piadina e crescione. Anna e Massimo si sono trasferiti qui dalla Romagna una vita fa, hanno messo su la deliziosa piadineria Divina, che come per magia si trasforma anche in un’allettante gelateria. Li adoro perché hanno una grande qualità: farti sentire a casa in un posto che non ti appartiene! Non restano tanti chilometri al traguardo, ma c’è ancora Porto Valtravaglio, un doppio panino con salamella in riva a lago a Laveno-Mombello, Ispra e Angera, dove un gruppo di anziani mi fa il battimano e mi dice: “Mai un visto un napoletano che gira il lago con tanta passione”. Alle 21.42 sono a Sesto Calende, fermo l’auto sul ponte e mi metto in piedi sul cofano con lo sguardo verso il Maggiore. I passanti pensano che voglia buttarmi di sotto. Ma io di sotto lancio una bottiglietta con questo pensiero scritto a penna: “Ci sono viaggi e viaggi. Caro lago, grazie per essermi stato accanto perchè sai sussurrare la spiritualità tipica dell’acqua salata”.

Veicolo: Fiat Punto 1200 a metano
Carburante: 11 kg di metano (costo: 9€)
Chilometri: 186
Velocità media: 60km/h
Soste: 42
Tempo di percorrenza (incluso pernottamenti): 53 ore
Dettagli: No navigatore; no strade a pedaggio.