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DIECIANNI

Io l’ho vista rannicchiata in un fazzoletto di periferia alle falde del monte Somma e me ne sono innamorato. Il 9 novembre, in coincidenza con il suo sesto compleanno, aveva spezzato in due i miei vent’anni portandomi via nonno Pasquale. Quel giorno di immenso dolore sarebbe diventato, anni e anni dopo, giorno d’amore perché la vita sa come muovere i fili del destino.
Diecianni come il frammento di un sonetto che la polvere del tempo non ha intaccato, diecianni come il titolo di un cortometraggio proiettato sulla parete della nostra distanza anagrafica.


Io l’ho vista al di là dei suoi occhialini rettangolari dietro cui si nascondeva, l’ho baciata sul calar della sera nei pressi di una scuola di periferia, ho capito che chissà quando l’avrei portata all’altare. Lei non sapeva di essere per me quello che Mary era stata per George nel bianco e nero argentato del film La vita è una cosa meravigliosa. Io l’ho vista lunatica, intimidita, arrossire, ridere, piangere, farsi in quattro per la sua famiglia, arrabbiarsi, lanciare il lazzo della sua generosità, soffiare le candeline di compleanno sotto la Torre Eiffel su una tortina presa al supermercato.
Diecianni come i bambini che accudiva in una casa famiglia in provincia di Napoli, diecianni come le sue paure di trasferirsi per amore in un posto che non era il suo, diecianni come la porta lasciata socchiusa quando se n’è andata. Io sapevo che, in un giorno lontano di primavera, sarebbe ritornata. Ho aspettato nel più tremendo silenzio.


Io l’ho vista sbucare in abito bianco verso di me, raggiante e felice come una principessa scalza di altri tempi, in punta di piedi e senza clamori, perché una promessa d’amore non fa rumore al cospetto di Dio. Io l’ho vista farsi impavida viaggiatrice dall’altra parte del mondo, nel quinto continente, nei 40 giorni del “viaggio dei viaggi”, il nostro, quello che ha ridisegnato le tappe della nostra vita insieme tra dune bianche, koala, wallaby e quokka, sterminati deserti rossi, barriere coralline, mescolanza con Aborigeni e Maori, voli e navigazioni, oceani.
Diecianni come la crescita insieme sconfiggendo paure e insicurezze, diecianni come le nostre diversità e visioni della vita contrastanti, diecianni come le radici del nostro Sud comune attaccate per sempre alla quercia della vita.


Io l’ho vista prendersi cura amorevolmente del padre nella Genova di Fabrizio De André, farsi in quattro per realizzare il sogno di una casa nuova che prendesse le sembianze delle nostre anime, impacchettare (per amore) migliaia e migliaia di vecchi dischi e souvenir di viaggio da ogni angolo del pianeta, commuoversi all’ombra della Madonnina su un tramonto che accendeva Milano di rosso. Io l’ho vista uscire di casa prima dell’alba per attraversare la Lombardia e correre dai suoi bimbi in un asilo nido di provincia, rincasare la sera con le borse della spesa mentre ero ammalato.
Diecianni come i suoi occhi lucidi davanti alle lapidi gelide dei soldati mandati a morire nella Grande Guerra, diecianni come il futuro che innalza la vita insieme alla pagina di un romanzo, diecianni come il suo stupore per la bellezza delle Alpi sulla strada delle fughe piemontesi verso il Lago Maggiore o il suo “friccico” per i preparativi natalizi tra addobbi e piatti della tradizione da lei preparati.


E lei che il 9 novembre di dieci anni fa, nel giorno del suo compleanno, pensava di aver baciato il principe azzurro, si è ritrovata, prima come fidanzato e poi come marito, “un principe scugnizzo” ribelle e vagabondo, strafottente e romantico, che ha fatto della libertà l’asfalto della strada per attraversare la vita tra cadute e risalite.
Diecianni come gli errori commessi perché gli esami non finiscono mai per chi vuole imparare ad amare, diecianni come il bello e il cattivo tempo di questa incredibile storia d’amore, diecianni come i sogni di un ragazzo e una ragazza della periferia di Napoli.

10 anni, oggi 9 novembre, di me e Luisa, una carezza nel cosmo dell’eternità.

L’insolenza di Rino Gaetano contro le lobby 40 anni dopo

Gli anniversari servono a poco se finiscono seppelliti sotto le onde emotive. A quarant’anni dalla scomparsa prematura – me lo ricordo quel 2 giugno 1981Rino Gaetano e le sue canzoni insolenti sono ancora attuali. Nella sua discografia, strizzata in soli 6 album in studio, c’è un fil rouge: l’essenza antilobbista del Rino di allora che oggi torna a scottare. Come le canterebbe le lobby dei giorni nostri tra gay, vegani, influencer politicanti e animalisti incazzati?

LA MIA FIDANZATA DELL’INFANZIA: GIANNA CON UN COCCODRILLO

Ridatemi l’insolenza di Rino Gaetano. Mia mamma fu convocata all’asilo perché raccontavo ai miei compagni della mia fidanzata “Gianna che aveva un coccodrillo”. Nel 1978, da un televisore in bianco e nero sul frigo della nostra cucina, rimasi stregato dall’anarchico Rino Gaetano sul palco del Festival di Sanremo.
Tutti i pomeriggi, su un balcone alla periferia di Napoli, stonavo Gianna e il manico di scopa fregato a mamma faceva da microfono.

Rino diceva che “Ci sono persone pagate per dare notizie, altre per tenerle nascoste, altre per falsarle“. In Italia erano gli anni bui del terrorismo, alla periferia di Napoli della Nuova Camorra Organizzata cutoliana. Io cantavo Gianna alla ringhiera e, a pochi metri in linea d’aria, lo struscio locale mischiato alla politica losca rendeva omaggio a ‘O boss d’o paese circondato dai fedeli scagnozzi.

MA IL CIELO E’ SEMPRE PIU’ BLU

Ridatemi l’insolenza di Rino Gaetano perché fu profetica, lungimirante sotto “il cielo sempre più blu”: dalla disfatta della Prima Repubblica alle ingiustizie sociali, dalle morti bianche al razzismo oltre confine.

Quarant’anni dopo, punto. E ora che si fa “Aida, le tue battaglie I compromessi La povertà I salari…” tra i fantasmi del colonialismo? Ora che si fa, sputando in faccia a chi si sottomette alla routine e esaltando “Mio fratello è figlio unico Perché non ha mai trovato il coraggio d’operarsi al fegato E non ha mai pagato per fare l’amore E non ha mai vinto un premio aziendale“? Ora che si fa mentre Berta filava e “partiva l’emigrante e portava le provviste E due o tre pacchi di riviste E partiva l’emigrante ritornava dal paese“?

Ridatemi l’insolenza di Rino Gaetano perché, persino dando voce ad una cover, ha fatto germogliare la speranza di ricominciare dopo la sepoltura di una storia d’amore sotto la neve, a mano, a mano.

Ci risiamo, quarant’anni dopo. Come canterebbe Rino Gaetano le lobby dei giorni nostri tra gay, vegani, influencer politicanti e animalisti incazzati? Come canterebbe Rino Gaetano l’Italia dell’uscita dal carcere d’U verru, il boss pentito, che oltraggia la memoria della strage di Capaci?

(Nun te reggae più)

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Se incontrate Greta Menchi raccontatele chi era Claudio Villa 

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rosario_pipolo_blog_2Se incontrate Greta Menchi, la YouTuber che ha scatenato la sommossa sui social per essere finita nella giuria degli esperti del 67° Festival di Sanremo, raccontatele chi era Claudio Villa.

Il suo temperamento da ribelle fece del romano Claudio Pica “il reuccio della canzone Italiana”. Da ugola possente tra le strofe di quelle canzoni accompagnò la risalita dei nostri nonni negli anni del Secondo dopoguerra, tra gli affanni della ripresa dell’Italia ferita ed umiliata dal fascismo.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele che ai tempi di Claudio Villa il successo non era fatto delle bolle di sapone di milioni di “mi piace” ma dal percorso di sacrifici che accompagnavano il talento passo dopo passo per fare del canto un mestiere. Figuratevi poi per il figlio di una casalinga e di un vetturino della Roma popolare e trasteverina, lontana dai piani alti di via Veneto.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele che il “reuccio” Claudio Villa battagliò perché al Festival di Sanremo sparissero quelle maledette schedine, antenate del diabolico televoto dei giorni nostri, che mischiarono il galoppo con gli interessi dell’industria discografica.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele che Claudio Villa si infuriò quando il Festival di Sanremo fu invaso dal playback e i cantanti sembravano pupazzi di cartone doppiati dalla loro stessa voce. Fu guerra a viso aperto per far tornare l’orchestra sul palco dell’Ariston. La ebbe vinta e oggi gli riconosciamo il merito.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele che fino all’ultimo minuto, in giacca da camera, Claudio Villa guardò in TV il suo amato Festival di Sanremo. Il 7 febbraio di trent’anni fa, prima che Morandi-Tozzi-Ruggeri fossero proclamati vincitori del Festival di Sanremo del 1987, Pippo Baudo ci diede la notizia triste. Da casa intonammo “Buongiorno tristezza” e forse Sanremo fece un grande errore: avrebbe dovuto togliere con l’ascia del legno dal palco dell’Ariston e rivestire il feretro del signor Claudio Villa.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele che non appartengo alla generazione di Claudio Villa, ai tempi ero uno sbarbatello di terza media. Ho cercato la memoria delle mie radici nell’Italia “povera ma bella” dei miei nonni, quella vissuta al cinema grazie ai Risi, agli Steno, ai Monicelli, ai De Sica, ai Visconti.

Se incontrate Greta Menchi, raccontatele chi era Claudio Villa, senza vezzi nostalgici in bianco e nero, ma con un pugno che tiene stretto il tempo della vita, senza la tachicardia del voyeurismo volgare dell’età dei social network.

Cartolina da Parigi: Je suis Charlie, 7 gennaio ore 11.30

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rosario_pipolo_blog_2Una fuga a Parigi, per giunta senza preavviso, può essere anche defilarsi nel silenzio di rue Nicolas Appert. Ci sono due gradi sotto zero e alle 11.30, l’ora esatta dell’attentato terroristico a Charlie Hebdo, siamo poche anime davanti l’ex redazione del periodico satirico francese.

L’artista francese Christophe Verdon sale su uno scaletto e appiccica al muro l’insegna “Piazza della Libertà d’espressione”; ci sono alcuni fedeli lettori che lasciano commossi un fiore; poi arriva un gruppo di uomini e donne in divisa che lascia una preghiera per il collega poliziotto morto nell’attentato. È una commemorazione fatta di gesti spontanei.

Una fuga a Parigi, lontano dai “luoghi comuni” per il turismo di massa, può essere anche ribadire una riflessione messa nero su bianco due anni fa: “La libertà di una matita vale quanto quella di una penna”. Perciò oggi sono venuto qui a condividere con questo gruppo di francesi un momento toccante.

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Una fuga a Parigi può essere il pretesto per ammettere una volta e per sempre che questa città non è più la stessa e chi la conosce bene sa di cosa parlo, di cosa si prova. “Je suis Charlie” non è soltanto  lo slogan di un tragico giorno da non dimenticare, ma è soprattutto l’amara consapevolezza che c’è sempre un attentatore dietro l’angolo – mi riferisco alla nostra quotidianità – pronto a mettere in pericolo la nostra libertà di pensiero e di espressione. Questo non vale soltanto per chi fa il mio mestiere, ma per chiunque, ogni santissimo giorno, lotta affinché l’idea di libertà di pensiero non sia schiacciata dal becero qualunquismo dei giorni nostri.

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Per la prima volta, nel mio legame ventennale e privilegiato con la capitale francese, ho scalato l’anima segreta di una Parigi che mostra con dignità le proprie ferite aperte e lascia al tremolio della paura la chance per guardare avanti con gli occhi sulla schiena rivolta verso piazza della Bastiglia, da cui partì l’urlo di libertà che l’Europa mai dimenticò.

Oggi siamo qui anche perché non vogliamo permettere al terrorismo di cambiare le nostre abitudini, continuando a vivere Parigi con i valori che “la Ville Lumière” ci ha lasciato in eredità.

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Sentirsi “Charlie” non è un capriccio né una vendetta, è un mutamento interiore dell’essere parte attiva di una società civile. L’ho capito stamattina alle 11.30 al numero 10 di Rue Nicolas Appert.

Il 2 giugno e 70 anni di Repubblica ammazzati dalla campagna elettorale

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Rosario PipoloIl 2 giugno 1946 mia madre, appena venuta al mondo da tre giorni, dormiva beata in una culla mentre Napoli andava alle urne per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Questo memorandum, che vale 70 anni di Repubblica Italiana, si smagnetizza nell’istantanea ingiallita di questa donna, orgogliosa del diritto di voto e pronta a dare una svolta epocale alla storia del nostro Paese.

Lo sguardo incuriosito della bimba tra le braccia della madre denuda la bellezza di questa foto, la svincola dall’anniversario e la mette in netto contrasto con la volgarità delle campagna elettorale per le elezioni amministrative del prossimo 5 giugno.
Se pensiamo ai santini elettorali in rimbalzo negli ultimi mesi da un social network ad un altro, agli slogan arrugginiti, ai comizi fuligginosi  o agli isterismi populisti che appartengono a tutti, mi vien da dire che i volti di oggi non hanno nulla da spartire con l’Italia settantenne che scelse la Repubblica.

La pigrizia latente dell’elettore medio, ridotta ad assenteismo a convocazione referendaria, schiaffeggia l’affermazione del diritto di voto quale più grande conquista dell’Italia Repubblicana.
Dall’altra parte la slealtà del candidato politico, disposto a denigrare l’avversario perché senza la colonna vertebrale di un vero progetto di impatto civile, deturpa l’impegno di coloro che settant’anni fa costruirono l’impalcatura dell’Italia Repubblicana.

Il 2 giugno custodirà per sempre l’immagine in bianco e nero dell’Italia che urlò Repubblica nel cammino verso la ricostruzione del Paese; la cialtroneria in vista delle elezioni amministrative del 5 giugno ci ricorderà che l’Italia, dopotutto, ricicla e maschera incrostazioni ideologiche in cancrena. Quanto vale accontentarsi del qualunquismo pur di continuare a campare?

Andrea Pazienza, fumetto rock alla Rino Gaetano

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Rosario PipoloCi sono troppi anniversari in giro, troppi compleanni mancati. Qualche volta fa moda, qualche altra volta è puro isterismo collettivo rinchiuso dietro il tanfo nostalgico. La domanda più odiosa resta questa: “Come sarebbe stato se avesse raggiunto la veneranda età di…”.

Andrea Pazienza, il fumettista cult che oggi l’Italia celebra, non li ha vissuti e festeggiati  i sessant’anni. Ne ha vissuti 32 e, per giunta così intensamenti, da lasciarci un riverbero solfeggiato tra la rabbia degli anni ’70, il riflusso del ripiego degli ann’ 80 spinta fino all’omologazione digitale del tempo odierno.

Nessun fumettista è stato così musicale come Paz: La sua matita disegna rock puro e le sue storie, i suoi personaggi, sono i versi delle canzoni di Rino Gaetano tradotti in nuvole parlanti. Ad unirli non è la morte sfacciata che se li è portati via troppo presto, né tantomeno il volto dell’attore Santamaria sia nel film Paz che nella fiction tv Ma il cielo è sempre più blu.

Il ricongiugimento di Andrea e Rino avviene lungo la sottile linea d’ombra di un’opera che non può essere catalogata, che sfugge all’archiviazione post-mortem, rinascendo accanto all’irrequietezza e sofferenza di ogni generazione, pronta a ritrovare nuove illuminazioni a seconda della prospettiva.

Oggi tutti scrivono e parlano di Pazienza, anche quelle penne che una volta erano ideologicamente sulla sponda opposta dei quotidiani che gli davano asilo, raccontando Paz e il suo mondo. Accade quando l’omologazione sottrae le parole di una canzone o i graffi di una matita dall’investitura di sciabola che difende utopie, rivendicazioni sociali.

Possiamo fare a meno di questa ricorrenza perché, come urlava il fumettista nato a San Benedetto del Tronto, “non bisogna mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa”. Vi siete convinti che Rino Gaetano “non è figlio unico”? Ha un fratello gemello riconosciuto in Andrea Pazienza.
Le parole musicate di Rino ritagliano i contorni delle storie di Andrea; i disegni di Paz danno fisicità all’immaginazione del canzoniere di Gaetano.

“La verità è sempre nuda, basta questo per capire che razza di zoccola è”. Paz dixit.

Un siciliano DOC ha la faccia di Peppino Impastato

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Rosario PipoloC’è chi va volentieri in Sicilia per la bellezza del mare e dell’isola, c’è chi come me ci ritorna volentieri per onorare la memoria di Peppino Impastato, senza i fronzoli e le prosopopee degli anniversari. Sono diventato più grande il 31 agosto 2000 al Festival del Cinema di Venezia. C’era anche il mio battimani in Sala Grande per i dodici minuti di applausi tributati alla prima del film i Cento Passi di Marco Tullio Giordana.

Prima di allora ero il ventenne che aveva raccolto la storia di Peppino come tra le tante dell’ennessima vittima della Mafia. Dopo quella proiezione, i miei vent’anni furono squarciati dal ritratto di questo coetaneo – aveva pressappoco la mia età di allora quando fu ammazzato – che, dalle frequenze di una stazione radiofonica locale, aveva provato a spegnere l’omertà con la latta di benzina dell’impegno civile.

In un mio tragitto, in un’estate di dieci anni fa, dal palermitano verso il trapanese, chiesi di fermare l’auto sulla statale all’altezza di Cinisi, il paese natale di Peppino Impastato. Osservando in lontananza i bagnanti che affollavano le spiagge del litorale, mi chiedevo quanti di loro sapessero che il siciliano DOC non era il venditore panzuto di granite alle mandorle in riva al mare o l’aberrante caricatura del Padrino di Coppola in versione beach, alle prese con la tintarella sulla sdraio.

Il siciliano con la denominazione d’origine controllata deve avere il talento di farsi portatore del principio per cui non si può essere liberi senza libertà di pensiero, conduttura della coscienza civile della propria terra natia. Peppino Impastato ha questo requisito e, a 38 anni esatti dalla sua scomparsa, l’anniversario delegittima l’assenza, fatta anche di depistaggi.
Pertanto, vogliamo legittimare questa presenza, facendo dei versi di La cura di Franco Battiato, il siculo che ha reso in partiture le meraviglie della Sicilia, la colonna sonora di questo 9 maggio: “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via, dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo”.

Cosa c’entra una canzone d’amore? C’entra eccome. Peppino Impastato è stato veramente innamorato della sua Sicilia come noi lo siamo perdutamente della nostra donna, della quale vogliamo prenderci cura a qualsiasi costo, attraverso l’essenza del nostro essere e nonostante le avversità della vita. Peppino ci ha rimesso la vita stessa.

Il regalo di papà: La copia autentica del primo numero del Corriere della Sera

Rosario PipoloDa bambino mi lamentavo del fatto che i regali di mio padre arrivassero per commissione. Una ventina d’anni fa papà mi tirò un colpo basso e mi fece rimangiare i pregiudizi infantili. Tornò da lavoro e, sotto la tuta, non aveva la solita cartellina con la ricevuta del fax del mio articolo, che tutte le mattine si preoccupava di inviare in redazione.

Tirò fuori quattro pagine di un quotidiano ingiallito e mi disse: “Spero ti porti fortuna per il lavoro”. Pensavo fosse una stampa, invece era la copia autentica del primo numero del Corriere della Sera, datata 5 marzo 1876.
Un dono tirato fuori da vecchie scartoffie in soffitta. Papà è un tipo taciturno, ma in quell’occasione avanzò tra i presenti: “Se non vi spiace la prendo io, mio figlio ha iniziato a scrivere e pare faccia sul serio”.

Nel lungo arco di tempo legato alla mia professione, questa copia del quotidiano milanese mi ha accompagnato come una sorta di amuleto. Senza inciampare nel solito luogo comune che fa di noi napoletani i malati cronici della superstizione, più che trattarlo da feticcio mummificato nel mio archivio, l’ho vissuto come interlocutore della memoria, leggendo e rileggendo articoli e titoli, orfani dell’arroganza delle immagini e della prepotenza dell’inserzione pubblicitaria nel marasma online dei nostri tempi.

“Pubblico, vogliamo parlarti in chiaro…”, esordiva il quotidiano neonato che in abbonamento costava, per tutto l’annata del 1876, L.12. Ho smesso di chiedermi per quante mani fosse passata questa copia, portandosi dietro la refurtiva del tempo che traccia la storia della professione del giornalista, dall’alba al tramonto, senza dimenticare i ricordi dei tanti inviati e collaboratori minori che hanno fatto camminare il Corriere della Sera per 140 anni.

Sabato 5 marzo, in occasione dell’emissione filatelica, appiccicherò il francobollo commemorativo sulla tuta da lavoro di mio padre, ripiegata in un cassetto alla periferia di Napoli, per ricordare a chi lo avesse dimenticato che questi fogli ingialliti, sopravvissuti ai traslochi della mia vita, ricompongono la storia di ciascuno.

25 anni fa giù il Muro di Berlino. Quanti ne abbiamo ricostruiti da allora?

Rosario PipoloE’ risaputo che io non ami gli obblighi delle ricorrenze e degli anniversari ma mi piace commentarli. Ricordo le immagini in tv la sera del 9 novembre del 1989 che mostravano la caduta del Muro di Berlino. Mi colpirono gli abbracci e le lacrime di uomini, donne e bambini.
Non avevo l’età giusta per comprendere le sfaccettature dell’avvenimento. Non ne furono all’altezza i miei insegnanti di allora, la cui preoccupazione era quella di rincorrere il diktat dei programmi ministeriali.

Per tornare indietro di 25 anni non ripescherò dal mio archivio la prima pagina del quotidiano il Mattino con la notizia della fine della Cortina di Ferro, prezioso dono di nonno Pasquale che mi fece piccolo archvista della memoria storica. Piuttosto rovisto nel mio viaggio a Berlino del 2008, in cui per la prima volta mi trovai faccia a faccia con un pezzo del Muro. Fino ad allora, l’unica Cortina toccata con mano era quella disegnata sulla copertina dell’album The Wall dei Pink Floyd.

Le lunghe scarpinate a piedi attraverso la Berlino Est e quella Ovest mi fecero raccattare i pezzi mancanti. Alcuni tasselli importanti me li portai via dopo la visita al museo del Checkpoint Charlie, ovvero il posto di blocco sul confine del Muro di Berlino. Quel viaggio mi incoraggiò a riflettere e a staccarmi dall’odioso e qualunquista pregiudizio che vorrebbe il berlinese come un austero tedesco. I Berlinesi sanno bene cosa sia vivere una vita divisa.

Dovremmo saperlo tutti noi che, negli ultimi 25 anni, abbiamo continuato ad alzare altre Cortine di Ferro, dentro e fuori l’Europa, pensando che ci bastava un “Muro simbolo” abbattuto per avere la coscienza pulita.

Diamo un valore aggiunto a questo anniversario e interroghiamoci: quanti muri alziamo ogni giorno nella nostra vita? I muri che impediscono ai legami di ricercare gli orizzonti perduti; i muri sul posto di lavoro che trasformano la produttività in guerriglie meschine; i muri tra genitori e figli che offuscano il confronto generazionale; i muri che negano ad una storia di vita di essere protagonista dell’esistenza; i muri che fanno delle divergenze religiose, politiche e sociali l’opportunità di muovere piccoli passi sulla ricchezza della diversità.

Il “Muro simbolo” è a terra da 25 anni. Quando cominceremo a darci da fare per abbattere gli altri?

30 anni senza Eduardo all’ombra dei suoi “attori”

Rosario PipoloNon ho bisogno solo di questo 31 ottobre 2014 per ricordare Eduardo De Filippo. Ho abbastanza capelli brizzolati per dire di aver partecipato, attraverso i primi articoli apparsi sui quotidiani napoletani nel 1994, alle celebrazioni del 10° anniversario dalla scomparsa del grande attore, drammaturgo e regista napoletano.

A suo tempo rimproverai mia madre per non avermi portato al San Ferdinando alle ultime repliche che videro Eduardo in scena. Lei rispose che ero troppo piccolo e mi finanziò, nella stagione teatrale 1985-1986, il mio primo spettacolo di Eduardo a teatro: Uomo e Galantuomo per la regia di Luca De Filippo. Fu proprio allora che iniziai l’attività del ragazzino abusivo nei camerini di teatro, così mi conoscevano alla periferia di Napoli. Alla fine degli spettacoli, mi infilavo dietro le quinte e, con un registratore a cassette fregato a mia sorella, raccoglievo testimonianze dagli attori eduardiani.

Negli anni che hanno preceduto la mia attività teatrale sui quotidiani, gli incontri con i tanti attori che furono sul palco al suo fianco mi fecero esplorare la Napoli del dopo Eduardo. Al di là delle registrazioni sul nastro di vecchie audiocassette, restano intatti i ricordi e le conversazioni. Pietro De Vico mi raccontò di quando si addormentò davvero in scena durante una replica di Natale in Casa Cupiello; Franco Angrisano dei viaggi che lo portavano da Salerno a Napoli per andare in scena; Angela Pagano mi parlò di quanto provare con Eduardo fosse irrinunciabile scuola di teatro; Regina Bianchi della grande severità fuori e sulla scena; Mario Scarpetta di questo legame di parentela che andava oltre il sipario; Luisa Conte di quanto fossero indispensabili per lui i giovani come motrice del teatro.

Luca De Filippo sottolineò il ruolo del suo teatro nel mondo; Lina Sastri dei segni che aveva lasciato il teatro di Eduardo sul suo percorso; Carlo Giuffrè lo acclamò come il suo grande maestro. E poi ancora a parlare di Eduardo con Vincenzo Salemme, Marina Confalone, Nuccia Fumo, Antonio Casagrande, Sergio Solli, Marisa Laurito, Enzo Cannavale, Tommaso Bianco, Isa Danieli, Ugo D’Alessio, Aldo Giuffrè, Nello Mascia, Marzio Onorato.

Il momento più emozionante fu nel ’97 nel camerino del teatro Diana di Napoli con Pupella Maggio. Alla fine dell’intervista azzardai la domanda: “Chi è stato per lei Eduardo De Filippo?”. Mi osservò con uno sguardo agghiacciante e replicò: “Semplicemente, Eduardo”. Tirai dalla borsa la videocassetta di Natale in casa Cupiello. Lei fece finta di niente. Restai fuori al camerino finché tutti la salutarono. Poi mi fece cenno di rientrare e mi allungò la mano per darmi un pizzicotto, aggiungendo: “Guagliò, sii tuosto”. Impugnò la penna e mi lasciò questa dedica: “A Rosario, con tenerezza. Pupella”.

Oggi mi piace ricordarlo così, ripensando a molti di quegli attori che, forse a quest’ora, insieme ad Eduardo stanno deliziando il Padreterno con uno spettacolo scritto apposta per lui.