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L’Italia senza profeti tra il Quirinale mancato e il Festival di Sanremo

Specchio, specchio delle mie brame, chi sarà il più bello del reame? L’Italia senza profeti, dopo tanta baldoria, è stata incapace di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e si è salvata grazie alla generosità di Sergio Mattarella. Dall’altra parte il Festival di Sanremo, che riflette il buono e il cattivo tempo del Belpaese, galleggia sulla nave dell’incertezza con il look in poppa dell’abito rosso cornificato, formato confetto gigante, di Orietta Berti.

I 55 APPLAUSI PER MATTARELLA ANCHE PER DRUSILLA

Finché la barca va lasciala andare, tanto tra le scialuppe di salvataggio ci sono sempre l’umiltà dei Maneskin, il bacio gay con mascherina ffp2 o il trottolino amoroso di Mahmood & Blanco. Lorena Cesarini sul palco dell’Ariston è come i nomi di donne bruciate in Parlamento dopo la conta per il nuovo Presidente della Repubblica. Persino l’Honduras è riuscita a superarci in materia di quota rosa: Xiomara Castro è la prima donna Presidente laggiù e noi siamo ancora qua, trallallero trallalà.
I 55 applausi per Mattarella durante il discorso di insiediamento del Presidente della Repubblica dovrebbero combaciare con quelli per Drusilla Foer il cui speech all’Ariston, invece di andare in onda a notte fonda prima che il gallo del tradimento (della censura) canti tre volte, sarebbe dovuto andare a reti unificate per unicità, convinzioni, (lotta sottovoce alle) convenzioni.

GIU’ LE MANI DALLA COSTITUZIONE

Mentre il Centrodestra e il Centrosinistra raccolgono i cocci dopo le sberle twitterine sotto l’hashtag Vergognatevi per non aver eletto un nuovo Capo dello Stato, il Festival di Sanremo risente della cancellazione della categoria Nuove Proposte: non bastano la Perfetta così di Aka 7even, le effusioni cantautoriali di Truppi, “la strada, tutte curve, tra il cuore e la testa” di Yuman o i teneri succhiotti di Matteo Romano.
Giù le mani dalla Costituzione, gridano dall’oltretomba i padri della Repubblica italiana. Non sacrificate l’agnello del Padre bruciandolo nel falò della vanità, ammonisce San Grillo cantando Farfalle di Sangiovanni e sculacciando il figliol prodigo Luigi e il fratellastro Giuseppe.

L’AMORE E’ LA’ DOVE SEI PRONTO A SOFFRIRE

“Puoi chiamarti dottore, puoi chiamarti scienziato, puoi chiamarti ufficiale, puoi chiamarti soldato, puoi persino morire: comunque l’amore è là dove sei pronto a soffrire.”, ricorda il buon Cremonini a noi che ascoltavamo Squérez? e Luna Pop e oggi ci ritroviamo il peso di ventitre anni in più sul collo tra la Zanicchi che, prima di cantare Voglio amarti, viene messa in castigo da Drusilla, il nostro Gianni Nazionale impacciato in puro stile Jova, la lezione di eleganza musicale di Massimo Ranieri e l’ottusa ripetitività di Achille Lauro, messo a tappeto dall’Osservatore Romano che gli ricorda con stile che non è neanche l’unghia di David Bowie.
Spazio ai nuovi outsider del festivàl, La Rappresentante di Lista e Highsnob & Hu, che avanzano con umiltà e sperimentazione senza fronzoli.

Specchio, specchio delle mie brame, chi sarà il più bello del reame? Tra Quirinale e Teatro Ariston il terzo gode, Palazzo Chigi: “Mario Draghi, in diretta a banche unificate”, per chiuderla alla Fiorello.

Freddie Mercury, 30 anni senza The Great Pretender

È come se oggi fosse ieri, the day after il 24 novembre 1991 all’entrata di un liceo di periferia, un fottutissimo lunedì accompagnato dallo scazzo di inizio settimana, poco dopo le 8 del mattino il titolo sul giornale “È morto Freddie Mercury”. Il Mattino di Napoli da Giacomo e Alessandro passò nelle mie mani, poi in quelle di Lilli, Annamaria, Sara, Valeria e Cinzia, infine in quelle di Tiziano, Rachele, Claudio, Gennaro, Loredana, Tiziana. Noi compagni di classe, prima che la maledetta campanella ci mandasse alla gogna delle interrogazioni da maturandi, ci guardammo negli occhi come per dire non è possibile che la “Regina dei Queen” se ne fosse andata così.

FREDDIE, URLO DI LIBERAZIONE

Prima ancora dei cortei Arcobaleno, prima ancora che il coming out mandasse alla deriva il neologismo che era in lui, prima ancora che le lobby dei gay facessero a scazzottate ai piani alti del potere, Freddie Mercury ha fatto della sua omosessualità un autentico urlo di liberazione, mandando a fanculo ipocrisie, vessilli perbenisti.
Si è rinchiuso e si è aperto sullo scivolo delle fragilità di essere umano. Il suo alter ego di sangue parsi, Farrokh Bulsara, ha fatto di tutto per fuggire dal ghetto a cui erano destinati i figli degli immigrati indiani nei sobborghi londinesi degli anni ’70.

FREDDIE E LONDRA, IL VICINO DI CASA CHE VORREMMO

Quando ho messo piede a Londra nell’estate del 1988 – non avevo compiuto ancora quindici anni e mi sembrava di essere sbarcato sulla luna – Freddie non aveva rivelato di essere ammalato di AIDS, la brutta bestia degli anni del riflusso.
Per tutti noi che passavamo lì, la voce di Bohemian Rapsody poteve diventare da un momento all’altro il vicino di casa stravagante ed eccentrico che tutti abbiamo sognato di avere una volta della vita. Me lo hanno confermato anni dopo i suoi vicini di Kensington, quando la casa di Freddie Mercury si trasformò in meta di pellegrinaggi furibondi.

1991-2021, GLI DEI DELLA MUSICA SFIDANO L’ETERNITÀ

Trent’anni senza Freddie Mercury rappresentano un incolmabile vuoto nella traviata scena musicale contemporanea: l’indiscusso leader dei Queen è stato una delle vocalità più intense del XX secolo, artista poliedrico, compositore da sterzate imprevedibili, impareggiabile animale da palcoscenico – pure Geldof ha dovuto ammettere che la sua esibizione a Wembely del 1985 ha fatto balzare in cima la raccolta fondi del Live Aid. Quando nel 2005 al Forum di Assago Brian May grattuggiò la chitarra per rendere omaggio all’amico, al musicista, al compagno di sventure, anche noi della stampa accreditata dovemmo riconoscere il legame trascendentale tra i Queen rimasti e Freddie Mercury, The Great Pretender, perché gli dei della musica sfidano l’eternità.

Oggi 24 novembre, trent’anni dopo, The Show Must Go On e non c’è regina che tenga neanche a Buckingham Palace. L’unica “Regina” indimenticata ed eletta dal popolo resta Freddie Mercury, a cui dedichiamo un soffio del cuore della sua ballata Love of My Life.

STILL LOVE YOU.

Cartolina dall’India: il sitar di Rikhi Ram tra i Beatles e Ravi Shankar

A pochi passi da Connaught Place, il cuore pulsante di Nuova Delhi, c’è una tana di strumenti musicali che ha segnato la storia. Rikhi Ram è un ponte che unisce un profondo legame d’amicizia, quello tra il quartetto musicale più famoso del mondo, i Beatles appunto, e il paladino dei suonatori di sitar, Ravi Shankar.

Ci arrivo per caso in questo posto magico, come se l’intuito del viaggiatore, che ha fatto della musica la colonna sonora dei miei vagabondaggi, tracciasse ogni spostamento.
Il nonno di Akhil, insieme a me in questa foto, fece il sitar al Ravi Shankar che a sua volta portò qui i Beatles nel ’66. Suo padre ha realizzato sitar per George Harrison fino al giorno della sua scomparsa.

Il mio primo viaggio in India, fatto di musica e immaginazione, lo tracciò proprio il suono del sitar di George Harrison che mi portò alla scoperta della discografia e delle sonorità del maestro Ravi Shankar. Tra le quattro mura di Rikhi Ram sai di non essere in un posto qualunque, perchè la polvere di stelle della memoria sa farti ritrovare chilometri e chilometri della strada del tempo, come se ci fossi stato anche tu.

Akhil mi mostra la collezione di sitar, apre la scatola di vecchie foto in bianco e nero che ritraggono suo padre e suo nonno con i grandi musicisti, mi fa sentire il suono dello strumento, facendomi scoprire lo stupore dell’impronta dell’artigianalità dentro ogni centimetro quadrato del legno lavorato.

I Beatles e la loro musica hanno accompagnato gli ultimi trent’anni della mi vita, ispirando tanti miei viaggi. Akhil lo ha capito appena ho messo piede nel suo negozio. C’è qualcosa di me che è rimasto lì. Non sono passato più a riprendermelo.

 

George Harrison è stato come un figlio per me. (Ravi Shankar)

Cartolina da Napoli: il contrabbasso di Rino Zurzolo tra musica e utopie

Il contrabbasso di Rino Zurzolo ha fatto vibrare i colori sotterranei della Napoli sospesa tra il classicismo e la modernità. Gli anni ’70, per chi ha avuto come me la fortuna e il privilegio di nascere e crescere a Napoli, sputarono attraverso le labbra della Partenope rivoluzionaria la vitalità che fu argilla musicale  nel corredo genetico del futuro all’ombra del Vesuvio.

Il tatto musicale e il tocco emotivo di Zurzolo hanno viaggiato nella Napoli trasformista degli ultimi quarant’anni che fu Cenerentola democristiana negli anni ’80, prima donna dell’abbaglio bassoliniano negli anni ’90, principessa scalza dell’involuzione populista negli anni ‘2000.

Il contrabbasso di Rino ha sfilacciato l’essenziale della napoletanità che sfugge ai pregiudicati del cliché, illusi di aver consegnato il cuore pulsante dell’utopia condivisa Neapolitan Power nelle mani dei canzonettari neomelodici.

Rino Zurzolo non è stato il session man vissuto all’ombra dell’Imperatore di Terra mia, il turnista che fumò l’esistenzalismo gaberiano o l’anti-virtuosismo jazzato di Chet Baker.
Rino Zurzolo è stato la Napoli da contrabbasso, discreta e lontana dal rumore dei selfisti e contrabbandieri di volgarità musicata o degli YouTuber narcisi dei giorni nostri. Questa Napoli da contrabbasso è stata capace di cucire le utopie di una generazione nello sforzo di fare dell’arte il tappeto volante di chi aveva davvero del talento.

Non torneremo più indietro e non rinasceremo più sotto mentite spoglie, perché oggi a Napoli il contrabbasso di Rino non suona più.

Cartolina da Lignano Sabbiadoro: I fan di Vasco

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Rosario PipoloI fan di Vasco li vedi sbucare all’alba a Lignano Sabbiadoro e pensi che siano lì semplicemente per essere i primi sotto il palco. In realtà sono lì perché si sentono tutti parte di una grande famiglia e il concerto non è un ridotto di un paio d’ore, ma è una sottile linea all’orizzonte che va dall’alba al tramonto: Si raccontano, strizzano ricordi, si conoscono, continuano a crescere insieme.

I fan di Vasco li riconosci. Sono le facce che non rinuncerebbero mai a rivedere il loro capitano. Non hanno il dono dell’ubiquità, ma riescono a saltellare da una città all’altra, ad attraversare l’Italia senza esitazione, ad abbandonarsi allo sfinimento pur di vivere un’altra storia.
Ogni concerto si sa non è clonato, è una storia raccontata, unica ed irripetibile.

I fan di Vasco non sono come quelli degli altri, i fan di Vasco sono di Vasco e basta, punto. Non è questione di questa o quella canzone appiccicata addosso, sfilacciata come un chewing-gum, sono parte di lui, vengono da tutt’Italia, come Simone, Ambra, Maurizio, Elisa, Madda e Remo di Sanremo, ritratti nella foto.
Guerreggiano a denti stretti alla maniera del Blasco perché, come ha ripetuto il capitano alla fine del Live Kom 016 a Lignano, “Non abbiate paura. La paura è il nostro nemico più grande”.

I fan di Vasco hanno ferite, cicatrici, lividi generazionali tra i cinquantenni dell’altro ieri, i quarantenni di ieri, i trentenni di oggi e i ventenni del futuro. I genitori che urlavano Siamo solo noi lo hanno tramandato ai figli che cantano Un senso: Il rock va vissuto senza compromessi, ovunque e comunque, con la radice di provincialismo, che deve battere duro a Zocca prima di scalpitare in ogni angolo della nostra penisola.

I fan di Vasco apparterranno per sempre alle generazioni a venire perché, come ha ribadito Simone di Sanremo, “Vasco ha una canzone per ogni stato d’animo”. A loro non interessa di certo la gloria perché il Blasco, colui che noi all’alba della sua storia musicale chiamavamo Vasco Rossi, riesce ancora a farli volare facendoli stare con i piedi per terra.

“Io che credevo alle favole e non capivo le logiche.” I fan di Vasco sono grandi ormai.

Addio prematuro a Prince, furia del pop che scheggiò funk e soul

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Rosario PipoloCi volle la Svizzera, nei giorni a ridosso del mio compleanno, per farmi incrociare Prince dal vivo. Nel luglio del 2009 al Festival di Montreux ero stato spedito per un reportage tra viaggio e musica, e raccontare  l’atmosfera di una delle vetrine di jazz più prestigiose d’Europa.

Pensavo che il pop di Prince stesse stretto all’edizione numero 43 di Montreux. Dovetti ricredermi durante il concerto, completamente sold-out, quando mi resi conto che le acrobazie musicali dell’icona di Minneapolis sfregiavano il pop tout court per insidiarsi in lapilli di funk, jazz, con un falsetto che mi colse di sorpresa e mi ha lasciato come souvenir di viaggio Somewhere Here on Earth.

Alla fine dell’esibizione di Montreux compresi quanto Prince fosse legato geneticamente al jazz, quanto il suo pop, vagante sulla sponda opposta di Micheal Jackson, avesse scheggiato funk e soul con lamelle di rock.

Prince ha remato controcorrente nelle acque dell’omologazione culturale degli anni ’80, ha guerreggiato contro lo strapotere delle major, si è impadronito della libertà dell’artista a tutto tondo per mantenersi fedele alla pignoleria maniacale del vivere la musica.
Prince si è vestito con un abito ritagliato su misura, quello dell’artista controverso e pieno di contraddizioni che ha fatto dell’incoerenza la linea d’ombra tra presente e futuro.

E’ stato lui l’ultimo uno, nessuno e centomila di fine secolo, saccheggiando nel fluido rovente delle sue canzoni l’instabilità di una generazione dopo la legittima presa di coscienza: gli anni ’70 si erano barricati dentro con la grande musica che mai più sarebbe tornata.
Prince ne rimase fuori e provò a modo suo ad orchestrare per le generazioni avvenire sonorità pulp che resteranno comunque vive, anche nelle perline come Nothing compares to you, donata generosamente a una gran bella voce come Sinead ‘O Connor.

Il pop si è spento. Ecco tutto.

Per sempre Nomadi tra la passione dei fan e la bellezza dei disabili

Foto di Beppe Fusè Fucchio

Foto di Beppe Fusè Fucchio

I concerti spesso nelle grandi metropoli sfigurano l’intimità delle piccole piazze. Quando intervistai i Nomadi nel 2008, in occasione di un compleanno speciale al Blue Note di Milano, mi colpì un passaggio di Beppe Carletti: “La nostra vita sono le piazze, la nostra vita sono la gente, continuiamo a fare musica per loro”.

Ho voluto ritrovare Beppe e compagni proprio in periferia perché, dopo cinquant’anni e passa di musica, una delle band più longeve della musica italiana è riuscita a non spezzare mai il rapporto di empatia con chi gli sta di fronte. Una perdita incommensurabile come quella di Augusto Daolio ha trasformato il dolore in una forza di un ciclone e li ha spinti ad andare avanti, lasciando crescere il legame con il pubblico.

Mi sono distratto all’ultimo concerto dei Nomadi a guardare la bellezza dei disabili in preda alla felicità, avvolti dalle canzoni: lui sulla carrozzella che teneva per mano una ragazza. Gli schiaffi della vita tradotti in carezze sincere, come quelle dilaganti nel canzoniere di Guccini cantato da Carletti e compagni.

Mi sono distratto a sbirciare i fan, con gli occhi lucidi di chi rimpiange di non averci riprovato; gente normale che ha voglia di sentimenti robusti; uomini e donne che hanno tatuato sulla pelle la vita di periferia prima di cantarla a squarciagola. I fan dei Nomadi sono sparsi in ogni angolo del nostro Paese, nei piccoli centri ed è così che si ricongiungono regioni, province, piccole città.

Mi fingo autostoppista per ritagliare piccole storie tra i fan: Paola e la passione per Beppe e compagni; Battista e il primo concerto a metà degli anni ’80 con la voce di Augusto; Carla e la forza di tenere unito un piccolo fan club di una zolla di Lombardia; Yvonne convita che queste canzoni sanno come aiutarci ad affrontare e superare i dolori della vita.

I Nomadi sono una ricchezza per tutti loro, per tutti noi. Forse è ora che mi decida ad andare a Novellara, il piccolo paese che ha dato i natali a questo gruppo storico. Non per cercare cimeli, ma per bussare alla porta di casa di Beppe Carletti, fermarmi a mangiare un piatto di minestra con lui, perché ci sono pochi artisti e musicisti in Italia che custodiscono un grande pregio: sentirsi gente normale perché il segreto è tutto lì, lungo l’unica strada da percorrere per donare agli altri riflessi di umanità.

Ritornerà il Duca David Bowie, “Lazzaro” della musica che sbeffeggiò la morte

Rosario PipoloAlla fine dello scorso settembre in tanti ci consolammo con i vinili restaurati del primo David Bowie 1969-1974, sbucati da un elegante cofanetto. Non fu la fissazione per il feticcio, quanto la voglia di interrogarsi sul perchè quella materia musicale di oltre quarant’anni fosse reincarnazione del futuro.

Quando alle 8.30 di questa mattina ho lanciato incredulo il tweet sulla scomparsa del Duca Bianco, mi sono pentito degli ultimi 14 caratteri spazi inclusi: “…ci ha lasciati”. Ci ha lasciati l’alter ego Ziggy Stardust, Halloween Jack, the White Duke o Glass Spider?

Bowie si è preso gioco di noi, che avevamo visto in lui una scheggia impazzita dell’universo, facendo credere che l’album Blackstar fosse un bel regalo per il suo sessantanovesimo compleanno.
Invece no, il testamento dissacratorio era già tutto scritto nel brano Lazarus e nel video onomino diretto da Johan Renck, che lo vede in un letto di un ospedale psichiatrico nelle vesti del personaggio evangelico, amico di Gesù di Nazareth. Tra le bende si intravede il Bowie malato che sbeffeggia la morte.

Quelle che un tempo furono camaleontiche trasformazioni, oggi restano l’abbagliante resurrezione di un artista del XX secolo che ha aggredito il melanoma dell’omologazione, di cui siamo ammalati cronici, attraverso ogni forma d’arte della re-invenzione.
David Bowie ha fatto della musica, dal glam rock al rock sperimentale, dal proto-punk alla new wave, il midollo spinale della pittura che mescola avanguardismo, classicismo,  street-art, fantascienza. David Bowie ha reso i testi delle canzoni delle incandescenti sceneggiature da cinema, trapiantate al posto dei nostri occhi miopici e strabici, per un ritorno alle origini con lo sguardo interiore sull’esistenza.

Il trasformismo e i travestimenti di David Bowie non sono stati capricci di edonismo futurista, ma il teatro dell’ultimo jedi dell’esistenzialismo che si è sforzato di affrontare la depressione umana della morte circoscritta nell’epitaffio “polvere siamo e polvere ritorneremo”. Ritornerà il ragazzotto di Brixton che ha folgorato il XX secolo, unendo monarchi, proletari, borghesi, arcivescovi protestanti, laburisti e conservatori.
Ritornerà L’uomo caduto sulla terra perchè “puoi semplicemente guardare ai miei dischi e capire cosa provo”. Ritornerà il Duca Bianco perchè “è anche vero che la vita stessa è artefice di noi stessi”. State a vedere.

Cartolina da Graceland: Elvis Aaron Presley abita ancora qui

Rosario PipoloI colori dell’autunno incorniciano la casa come se fossi capitato sul set di un film di Douglas Sirk degli anni ’50. A Graceland il tempo sembra essersi fermato. Sulla strada, che mi porta dal downtown di Memphis a qui, il traffico scorre. Non c’è la folla solita di pellegrini venuti alla “Mecca della Musica”.

Le penne del Tennessee, che la mattina del 17 agosto 1977 titolarono “Se n’è andato il monarca del Rock ‘n Roll“, sono le stesse che anni dopo avrebbero raccontato Graceland come un immenso luna park.
C’è qualcos’altro oltre lo steccato di quest’abitazione, oltre lo scintillio dell’icona che incarnò l’ascesa e la fine dell’American Dream. C’è una prospettiva di intimità che sfugge alla massa accorsa qui per mummificare la memoria.

Gli addobbi natalizi, la sala da pranzo, una camera da letto per i genitori, la cucina, il soggiorno, l’angolo bar, tutto ha sobrietà, niente sfarzo. Alzo lo sguardo, c’è lo scalone dal quale scendeva. Sosto lì, nella mano sinistra ho il taccuino e la penna come se dovesse concedermi un paio di risposte per l’intervista.
Poi mi sposto nel giardino. Mi sembra di vedere la piccola Lisa Marie tuffarsi sull’erba con il papà.

Sento il fruscio dell’acqua di una fontana. Mi sposto. Lì ci sono le spoglie mortali, senza chiasso, nel silenzio dell’intimità. Niente messaggi, niente graffiti, solo parole scolpite sul marmo e un minuscolo mazzolino di fiori.

Mi volto e avvisto un bellissimo tramonto che folgora Graceland in un tiepido pomeriggio di dicembre. Ripenso a mia mamma, casalinga alla periferia di Napoli, che alla fine degli anni ’70 teneva buono il suo bimbo con le sue canzoni.
Elvis Aaron Presley, il bimbo sulla copertina dell’album Elvis Country, il ragazzo del Tennessee che bussò alla porta dei Sun Studios per cercar fortuna, abita ancora qui per tutti coloro che non sono i predatori avidi dell’icona ma i cercatori dell’esistenza umana fatta di sogni, fragilità, amore.

Cartolina d’estate: la Swing Avenue di Accordi Disaccordi

Rosario PipoloQuando senti puzza di “proibizionismo” intorno a te, ti viene una smaniosa voglia di gettarti a capofitto nello swing. Dopotutto ogni genere musicale che si rispetti deve fare i conti con la storia che lo ha sputato fuori.

C’è una filettatura sofisticata dello swing italiano lungo la Swing Avenue di Accordi Disaccordi, il duo torinese formato da Alessandro Di Virgilio e Dario Berlucchi, ed è la strada che voglio percorrere in questi giorni d’estate. Quello che mi è finito tra le mani non è il solito disco ma un percorso da fare scalzo, perchè la terra sotto i piedi dovrebbe essere vissuta a contatto con la pelle.

L’altro ieri Buscaglione dimenticato, ieri Buscaglione bistrattato, oggi lungo la Swing Avenue Buscaglione ritrovato nella sincera armonia di Buonasera signorina, prima che nel meraviglioso Valse di Amélie di Tiersen, perla musicale d’oltralpe, scatti il naufragio: nel tremolio delle corde lo swing vibra nel pozzo magico della memoria.

I musicisti bravi non hanno bisogno di elemosina ma di ascoltatori acuti in grado di riconoscerli. Eravamo troppo distratti per accorgerci che proprio la Torino, in cui se ne vanno a zonzo i fantasmi sabaudi, ha partorito Accordi Disaccordi, i nuovi principi dello swing.

Lungo questa strada asfaltata di swing incrocio il sassofono di Emanuele Cisi, il contrabbasso di Luca Curcio e Isabella Rizzo, il clarinetto di Giacomo Smith. Mi distendo nel collage grafico di Stefano Brizzi.

Sto bene qui. Non voglio più tornare indietro.